
Per capire Mani pulite, inquadrarla correttamente nella storia dell’Italia e farne un bilancio attendibile, anche se non definitivo, bisogna tenere conto dei seguenti elementi. A) La classe politica italiana è sempre stata molto corrotta, ma il pentapartito (1980-1992) elevò la corruzione politica a sistema. B) La magistratura è sempre stata politicizzata, ma fino alla metà degli anni Ottanta la sua fu una politicizzazione «pigra» a favore dei partiti di governo e dell’indifferenza nei confronti delle violazioni della legge. C) La magistratura italiana, a lungo imprevedibilmente inefficiente e politicamente sottomessa, quando è diventata attiva si è trovata costantemente bloccata nelle sue indagini (vide le inopinate vanterie di Giulio Andreotti) dalla classe politica. D) Mani pulite ha rappresentato il sussulto di orgoglio e di legalità di una parte minoritaria della magistratura, con un’altra parte, anch’essa minoritaria, che si dedicava davvero alla lotta contro la criminalità organizzata. E) Mani pulite non è stata inutile. Al contrario, ha lanciato un messaggio, emesso un grido d’allarme, fatto processi doverosi e pericolosi. Il Paese reale, imprenditori, burocrati, operatori economici di vario tipo e livello, cittadini, continua a essere corrotto (Transparency) e preferisce esserlo (dati Itanes). Tutto il resto, compresi i complotti delle Internazionali giacobine e delle toghe rosse, sarebbe ridicolo e da ridicolizzare, se non fosse che affermazioni di questo genere da parte dei detentori del potere esecutivo configurano uno scontro istituzionale senza precedenti. A) La storia della corruzione della classe politica italiana è molto lunga. Gli scandali, come hanno ampiamente e convincentemente documentato Giorgio Galli e Sergio Turone, hanno punteggiato la vita della Repubblica. Raramente sono stati sanzionati poiché le maggioranze di governo facevano quadrato o, al limite, come nel caso Lockheed, sacrificavano i loro pesci piccoli. Non soltanto, come volle Moro, la Dc non si lasciò, giustamente, processare nelle piazze, ma evitò anche di essere processata nei tribunali della Repubblica. Fu, però, quando Craxi ingaggiò una duplice e decisiva battaglia per la conquista del potere contro la Dc e contro il Pci, negli anni Ottanta che la corruzione ebbe un’impennata. In concomitanza con l’uso sempre più ampio e sempre più costoso della televisione per le campagne elettorali e con la disponibilità di risorse per molteplici attività di modernizzazione del Paese, chi aveva il potere politico (e amministrativo), quello di decidere dei contratti, degli appalti, delle licenze, decise di approfittarne, subito e molto. Chi aveva il potere economico decise che tanto valeva finanziare i partiti e i politici amici, contro il pericolo comunista, dal momento che poi, come era molto noto e ampiamente praticato, avrebbe potuto rivalersi in corso d’opera con adeguato aggiornamento dei prezzi. Tutto questo, naturalmente, ebbe riflessi cospicui sul debito pubblico che passò, negli anni Ottanta, dal 60 per cento del Prodotto nazionale lordo al 120 per cento. Il conto della corruzione è, dunque, il primo elemento da mettere all’attivo nel bilancio di Mani pulite. Una eventuale commissione parlamentare di inchiesta dovrebbe indagare non soltanto sull’operato di Mani pulite, ma sul fenomeno della corruzione politica in Italia. Purché i suoi risultati non vengano poi insabbiati come è avvenuto con quanto scritto e suggerito dal Comitato di studio sulla prevenzione della corruzione. Formato da Sabino Cassese, Luigi Arcidiacono e Alessandro Pizzorno, questo Comitato ha formulato molte intelligenti proposte (si veda Lotta alla corruzione, Roma-Bari, Laterza, 1998) rimaste tutte lettera morta. B) La magistratura italiana ha sempre esibito una modica dose di politicizzazione, intesa come ricerca e conquista a fini personali da parte di alcuni magistrati di rapporti privilegiati con la classe politica. Ovviamente, la classe politica interessata e interessante era quella che stava al governo, l’unico luogo dal quale si potessero dispensare favori, sedi ambite, promozioni, incarichi extragiudiziari. Furono poche le lamentele, politiche e dell’opinione pubblica, nei confronti di questa situazione, comunque non encomiabile, certamente foriera di straordinarie ingiustizie. Nel corso del tempo, inevitabilmente, comparvero anche magistrati di sinistra che, altrettanto inevitabilmente, cercarono e ottennero il sostegno del Pci. Tuttavia, accusare il pool di Mani pulite di rapporti organici, più stretti di altri magistrati, con i comunisti, appare davvero eccessivo e sicuramente non provato. Potrebbe, paradossalmente, essere il contrario. Il Pci appoggiò quei magistrati, da un lato, pensando che avrebbe potuto trarne vantaggi politici; dall’altro, cercando di mettersi in sintonia con l’opinione pubblica: trovarsi, finalmente, dalla parte giusta al momento giusto. Dopodiché, come è noto, quei pochissimi magistrati del pool di Milano che entrarono direttamente in politica hanno seguito strade e opzioni diverse. Ma, soprattutto, la maggior parte di loro ha evitato accuratamente qualsiasi impegno politico diretto. Dunque, quali mai vantaggi particolaristici e personali avrebbero perseguito e conseguito con le loro indagini? L’interesse privato in atti d’ufficio rimane tutto da provare. Persino l’interesse pubblico, quello di decapitare una classe politica, resta da provare, sapendo, fra l’altro che quella classe politica aveva cercato di decapitarsi a vicenda e, comunque, poi risultò colpevole. Non dimentichiamo, infatti, che ci sono al riguardo molte sentenze passate in giudicato. Insomma, le accuse sono state ampiamente provate in più sedi giudiziarie. Infine, sarà anche bene ricordare che i tanto criticati «eccessi» di Mani pulite non sono affatto comprovati. Nessuna delle numerose e clamorose, forse intimidatorie, ispezioni ministeriali ne ha mai rilevati. Sanzioni disciplinari? Mai comminate. C) Qualcosa, comunque, era già cambiato prima di Mani pulite che rese più facili le indagini. Il senatore a vita Giulio Andreotti continua a vantarsi di un altro dei suoi numerosi record: 23 richieste di autorizzazione a procedere nei suoi confronti, 23 dinieghi dell’aula di Montecitorio. Questo record non prova affatto né la sua innocenza né che quelle richieste erano infondate. Prova soltanto che la maggioranza centrista o di pentapartito veniva tenuta insieme dal cemento politico del network di Andreotti. Quando questa maggioranza si dissolse, persino Andreotti andò sotto processo. Infine, Mani pulite avrebbe potuto cominciare un paio d’anni prima del fatidico febbraio 1992 se la maggioranza democristiani-socialisti al Senato avesse concesso l’autorizzazione a procedere nei confronti del senatore socialista Antonio Natali, già potente presidente della Metropolitana milanese (se non madre, almeno zia di molte lucrose tangenti e di gran parte del sistema illecito di finanziamento dei partiti a Milano). D) Non oserei mai sostenere che il Paese reale è nel frattempo diventato meno corrotto. Tuttavia, almeno in un momento della storia italiana, quando la classe politica non poté o non riuscì più a fare quadrato, non soltanto a Milano, ma anche a Palermo, divenne possibile indagare sui rapporti fra classe politica e criminalità organizzata. E neppure a Palermo risulta plausibile sostenere che le toghe più importanti, ad esempio, quelle di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, fossero rosse. La verità è che in un Paese corrotto, salvo momenti eccezionali, chi combatte contro la corruzione e la criminalità organizzata rappresenta sempre una minoranza ed è sempre all’opposizione, del potere, dei privilegi, di «culture», di mentalità. Ha assoluto bisogno di altri aiuti che spesso neppure la società circostante è in grado di fornire. Almeno uno di questi sembrò venire dall’esterno, con i vincoli di Maastricht che consentirono agli operatori economici che volevano competere ad armi pari in Europa di appoggiare coloro che colpivano gli operatori economici corrotti in Italia (che bruciavano il denaro pubblico). È certamente ancora possibile corrompere e essere corrotti in Italia. Adesso, la creazione di uno spazio giuridico europeo comune renderà più facile perseguire anche i corrotti/corruttori. Probabilmente, è anche per questa ragione che il governo si è strenuamente opposto alla ratifica degli accordi su questo spazio giuridico. E) Mani pulite non è stata inutile, ma, certamente, non ha risolto tutti i problemi della corruzione in Italia. Le statistiche di Transparency international dicono e ripetono che l’Italia è la più corrotta delle democrazie occidentali e occupa il gradino appena sopra la Nigeria. Alcuni dati spietati dicono che gli imprenditori stranieri non investono deliberatamente nelle quattro/cinque regioni meridionali dove la criminalità organizzata è tornata a farla da padrone. Nel frattempo, però, il clima complessivo potrebbe essere cambiato, anche se non sappiamo concretamente di quanto. La percezione generale, comunque, è che Mani pulite goda di minore sostegno popolare. Vorrei concludere con due dati di sondaggio di una ricerca scientifica senza nessuna pretesa di suggerire che cosa fare/non fare. Primo dato: la corruzione politica è considerata un problema prioritario per il Paese da appena il 5,5 per cento degli elettori. Secondo dato: di costoro la metà sono elettori dell’Ulivo, mentre appena un terzo sono elettori della Casa delle libertà (Fonte: Itanes, Perché ha vinto il centro-destra, Bologna, Il Mulino, 2001, p. 162). Chi ha vinto le elezioni ha, dunque, giustamente, altre priorità e così facendo rappresenta bene il suo elettorato. Che questo serva a rendere il Paese migliore è, naturalmente, tutto un altro discorso. Spesso, per rendere un Paese migliore bisogna rischiare l’impopolarità. Magari avendo una concezione etica della politica.