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Ultima fermata 2003

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuliano Cazzola

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

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cop15_th  
Il Paese è appollaiato su di un crinale delicato: la situazione presente è piuttosto critica, le prospettive non sono chiare, le previsioni, fino a ora tracciate, si sono rivelate illusorie. Anche per il governo Berlusconi è venuto il momento di trarre dei bilanci. Ormai è in carica da una ventina di mesi: un tempo assai lungo in politica, alla luce, soprattutto, del succedersi di eventi non solo importanti, ma straordinari, addirittura impensabili. Della tragedia delle Twin Towers si è parlato a lungo, tranne che per constatare che gli effetti negativi sull’economia internazionale, sebbene gravi, sono stati più contenuti di quelli attesi un anno fa. In pratica, da noi e in Europa, più che negli Usa, quell’avvenimento (la cui portata nessuno sottovaluta) è stato preso a pretesto per spiegare difficoltà che vengono da lontano e che sono determinate da tante cause, tra le quali le mancate riforme pesano senza dubbio in misura maggiore del terrorismo islamico. Eppure, lo shock del clamoroso attentato (che sembrava destinato a cambiare il corso della storia e mettere in crisi l’economia globalizzata) aveva indubbiamente giustificato la linea di prudente attesa che contraddistinse la prima Finanziaria del nuovo governo alla fine del 2001. Questa volta, però, non c’erano alibi di sorta. Non solo per la situazione generale dei conti pubblici, che richiedeva interventi seri ed efficaci, ma soprattutto perché il tempo dell’innovazione (vogliamo parlare di «rivoluzione berlusconiana»?) si è fatto oltremodo stretto. Il 2003 è un anno decisivo, l’ultimo libero da elezioni importanti. Dopo ci si infilerà in una serie ininterrotta di turni elettorali rilevanti che «azzopperanno» l’azione del governo e della maggioranza, che diventeranno sempre più guardinghi e attenti ai problemi del consenso. Poi, potrà accadere, persino, che la situazione peggiori al punto da imporre (come accadde nel 1992) manovre di finanza pubblica dettate dall’emergenza. Il che sarebbe ancora una volta una sconfitta, dal momento che l’esecutivo, costretto a fine legislatura a caricarsi di una overdose di impopolarità, rischierebbe di essere penalizzato dall’elettorato, regalando così un successo immeritato a un’opposizione priva di idee, di coraggio e di identità. Comunque vadano le cose, la spazio di azione della Casa delle libertà - non solo per i suoi contrasti interni - sta rinchiudendosi nel classico cul de sac, a prescindere da come si concluderà (mentre scriviamo l’approvazione è in corso) la vicenda della Legge finanziaria per il 2003 (quella che avrebbe dovuto segnare il tratto distintivo della nuova maggioranza).

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Si può anche fingere di credere alle assicurazioni di Giulio Tremonti, ma oggi si riscontrano tanti elementi preoccupanti di declino: l’ingresso nel gruppo di coda dell’Unione europea per quanto riguarda l’indebitamento, l’incremento del fabbisogno e l’aumento del debito pubblico, la stagnazione delle entrate fiscali, la perdita di competitività, il nervosismo dell’inflazione, la crisi della grande impresa manifatturiera (non solo della Fiat) con drammatiche (e ignorate) conseguenze sull’indotto, una forte conflittualità sociale che ha trovato continuamente alimento in nuove e complicate occasioni. Sarebbe ingeneroso incolpare solo il governo di questi aspetti negativi. Tremonti ha ragione quando ricorda che nessun osservatore immaginava una congiuntura sfavorevole così lunga. Ma in questa considerazione consueta del titolare dell’Economia sono presenti i limiti della politica del governo, il quale ha perseguito, con una coerenza divenuta nel tempo testarda e arrogante, una linea di condotta che faceva eccessivo affidamento sulla ripresa economica. Si tratta di una strategia che viene da lontano, fin dalle prime settimane di vita del governo stesso. Appena dopo la sua costituzione emerse alla ribalta la questione dell’extra deficit, come fu definito quel «buco» nei conti pubblici che il governo Amato, promotore di una Finanziaria demagogica per il 2001, aveva lasciato in eredità al successore. La nuova compagine avrebbe dovuto varare una manovra correttiva: non sarebbero occorsi tagli eccessivi, politicamente insopportabili per un governo ancora in «luna di miele» con l’elettorato, per di più non responsabile dello squilibrio finanziario ricevuto in eredità. Sarebbe stato sufficiente un intervento contenuto ma qualificato, in particolare rivolto a ripristinare quel regime di compartecipazione sull’assistenza farmaceutica che Amato aveva imprudentemente abolito al solo scopo di «lisciare il pelo» di Rifondazione comunista. Tremonti e Baldassarri, dal dicastero dell’Economia, non ebbero invece dubbi: nessuna manovra correttiva. Il governo avrebbe promosso lo sviluppo, in modo da superare di slancio le difficoltà. E arrivò, in breve tempo, il «pacchetto Tremonti». Si è mai visto qualcosa di più inutile? Si considerino i dati delle lotta al sommerso: 1.300 lavoratori in circa 800 aziende. Anche sul cosiddetto scudo fiscale andrebbero fatte delle considerazioni. Si dice che l’operazione-rientro dei capitali abbia riguardato 50 milioni di euro, dei quali, tuttavia, non risulta traccia sui mercati finanziari, tanto da lasciare il dubbio che gli interessati abbiano pagato (a ogni buon fine) la sanzione fiscale, ma abbiano mantenuto le risorse all’estero.

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Un anno dopo, anche il Patto per l’Italia è stato figlio della medesima logica. Dopo una lunga fase di conflittualità sociale pretestuosamente provocata dalla proposta di revisione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, non sembrava vero al governo poter «spezzare il fronte sindacale» e «isolare la Cgil» con un accordo che, nel luglio 2002, raccolse le sottoscrizioni della quasi totalità delle parti sociali. L’esecutivo, a fronte del risultato politico, assunse impegni gravidi di conseguenze, confidando ancora una volta nella ripresa salvifica. Fu promesso un bonus fiscale di circa 7 miliardi di euro accompagnato dall’impegno di non toccare la spesa sociale. Poi, a cavallo dell’estate, è venuta una repentina tirata di freni (a fronte di un’evoluzione sfavorevole della congiuntura economica). Basta confrontare le previsioni del Dpef (del luglio 2002) con quelle della Relazione previsionale e programmatica (del settembre successivo), riferite all’anno in corso. All’appuntamento con il disegno di legge finanziaria per il 2003, lo stellone è venuto in soccorso del governo italiano: grazie ai problemi di Francia e Germania la scadenza del pareggio di bilancio è stata posposta al 2006, sia pure secondo un percorso «vigilato» (- 0,50% di riduzione dell’indebitamento ogni anno). Ma la situazione restava stretta e intricata (la nuova stima dell’indebitamento netto salì al 2,1% rispetto all’1,1% di luglio); il governo doveva trovare 13 miliardi di euro per far quadrare i conti (pur rimodulati) necessari a correggere il disavanzo tendenziale, a cui erano da aggiungere gli oneri connessi al mantenimento delle promesse in materia fiscale. Tra l’altro, il governo non ha perso il vizio di scommettere sul futuro e di sistemare i problemi evocando messianicamente la ripresa. Infatti, mentre le previsioni per il 2002 sono state ripetutamente corrette al ribasso, quelle per gli anni seguenti continuano a essere positive. Si prenda l’aspetto critico del debito: la sua evoluzione è indicata pari al 109,4% nel 2002, al 105% nel 2003 e al 100,4% nel 2004. Un trend che, a dire della Corte dei Conti, equivarrebbe a ipotizzare l’arresto della crescita dello stock del debito sui livelli del 2002. Per ammissione del governo stesso la conferma di un calo di 4,4 punti di Pil del debito, nel 2003, equivarrebbe al taglio di 57 miliardi di euro, nonostante un fabbisogno di 36 miliardi.

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La Corte dei Conti, inoltre, aveva lamentato che, nei documenti finanziari del governo, non era dato conoscere «quali dovrebbero essere le dimensioni delle manovre correttive che nel 2004 e negli anni seguenti consentirebbero di raggiungere i traguardi programmatici fissati per l’indebitamento e il debito». Ad avviso della Magistratura contabile lo scostamento sarebbe di 35 miliardi di euro (2,5% del Pil) nel 2004 e di 32 miliardi (2,2% del Pil) nel 2005. Nel recente Programma di stabilità il governo italiano ha chiarito il suo punto di vista sull’entità delle manovre dei prossimi anni: 22 miliardi di euro nel 2004, 20 miliardi nel 2005, 12 miliardi nel 2006. Tutto nel rispetto dei nuovi parametri di rientro nel pareggio di bilancio (o quasi) entro il 2006. A smentire le analisi di Giulio Tremonti ha provveduto, recentemente, il Rapporto della Fondazione Free (il «pensatoio» di Forza Italia, di cui è animatore Renato Brunetta) scrivendo a chiare lettere che: a) per stabilizzare l’aggiustamento ottenibile nel 2003 - un indebitamento netto pari a circa il 2% del Pil - e creare gli spazi per il completamento delle riforma fiscale mancano all’appello risorse per almeno 1,5-2 punti percentuali del Pil negli anni successivi al 2003; b) per raggiungere l’obiettivo del close-to-balance in un arco di anni ridotto è necessaria una correzione del saldo dei conti pubblici per circa due punti di Pil; c) in totale, dunque, è indispensabile una correzione pari a circa 3,5-4 punti di Pil. La Fondazione Free ha tradotto in cifre queste sue previsioni, includendovi gli effetti di alcune coraggiose riforme suggerite nel Rapporto (previdenza, sa-nità, finanza locale). Il risultato è assai significativo, come si nota nella seguente tabella. Il responso delle previsioni Free sono molto eloquenti: anche mettendo in conto gli effetti di alcune riforme (che ora il governo non ha in programma, almeno - è il caso delle pensioni - nei termini indicati da Free) l’indebitamento non riuscirà a rientrare nei parametri nei tempi stabiliti (il 2006).

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Tornando alla manovra di bilancio per il 2003, sono venuti in ballo 20 miliardi di euro di cui 13 miliardi finalizzati alla correzione del disavanzo tendenziale, il resto alla copertura degli sgravi fiscali e degli altri interventi di sostegno previsti dal Patto per l’Italia. Pertanto, circa il 40% dell’intera operazione è stata riferita al concordato fiscale (8 miliardi di euro di cui la parte più consistente - 5,7 miliardi - ha riguardato il concordato per gli anni pregressi) modellato sul concordato di massa del 1994 relativo ai periodi 1987-1993. I tecnici hanno avvertito, però, che l’esito atteso da questa misura è assai incerto e improbabile (i più ottimisti prefigurano entrate limitate alla metà dell’obiettivo), dal momento che la situazione di contesto del 1994 non è ripetibile perché da allora è cambiato profondamente il sistema fiscale. Ecco, allora, che continua a far capolino la prospettiva di un condono «tombale» sul tipo di quello del 1991 che produsse entrate per 18 mila miliardi di vecchie lire. Nulla di male, si badi bene, se non fosse che si continuerebbe comunque a restare confinati all’interno di quei provvedimenti una tantum che preoccupano l’Unione europea e che hanno, oggettivamente, degli effetti limitati nel tempo e sono bisognosi, perciò, di misure compensative negli anni a venire.

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Se per adesso, sulla carta, il concordato ha risolto (male) il problema delle maggiori entrate, cosa sta succedendo sul lato della spesa? A parte i soliti interventi placebo (i tagli alle uscite della pubblica amministrazione), la scure del governo si era abbattuta sul mondo delle imprese e sulle Regioni e le autonomie locali (alla faccia di un federalismo che sarebbe il caso di ripensare prima di allargarne gli ambiti). Sul primo punto (vedi crediti d’imposta) il governo è stato costretto a fare confusamente marcia indietro (anche se quelle di Antonio D’Amato e Stefano Parisi sono vittorie di Pirro). Sul secondo, lo scontro è aperto, ma è difficile supporre che le istanze locali accettino di rimanere col cerino di un incerto risanamento acceso tra le dita. In sostanza, c’è da immaginare (nel momento in cui scriviamo la Finanziaria è approdata dalla Camera al Senato) che se la frontiera delle entrate è insicura, quella della spesa è a rischio di sfondamento.

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Nel bel mezzo di questo lavorio, il ministro Giulio Tremonti ha inteso illuminarci, con un’intervista alla Stampa del 16 novembre, sulla nuova cultura della destra di governo. Abbiamo appreso, così, che «l’utopia della privatizzazioni» non ha dato vita a public company, mentre «le aziende rimaste in parte sotto il controllo del Tesoro godono di buona salute» (ecco spiegato perché questo governo ha praticamente archiviato la questione delle privatizzazioni). La destra si appresta, invece, a usare lo Stato per lanciare un nuovo New Deal. E il ministro dell’Economia non considera un’eresia l’ipotesi di un «neoprotezionismo europeo». «Se in Oriente - afferma il ministro - producono a costo 10 una valvola che a noi costa 100, non c’è competizione possibile, non c’è riduzione di imposta che tenga. Occorre intervenire. Un tempo si sarebbe reagito con l’imposizione di dazi. Ora si tratta di imporre condizioni di reciprocità. È fondamentale stabilire una reciprocità tra prodotti e doveri. I Paesi che fabbricano prodotti ma non impongono ai produttori i doveri sociali stanno spiazzando l’Europa; è un’asimmetria che bisogna correggere». Dunque, ci spieghiamo perché Tremonti sia diventato, negli ultimi tempi, il più accanito «difensore della fede» in tema di previdenza. Delle pensioni parla con toni epocali, scomodando scenari planetari, per arrivare a concludere che i trattamenti d’anzianità non si toccano. Quando il guardiano dei conti pubblici è il primo a escludere quegli interventi che tutti considerano necessari, i sindacati si sentono confortati nel loro immobilismo. Eppure, è stato proprio - buon ultimo - il Programma di stabilità presentato dal governo italiano nei giorni scorsi a scrivere, con una buona dose di «cerchiobottismo», che l’invecchiamento della popolazione non mette a rischio la sostenibilità delle finanze pubbliche, ma la nostra spesa pensionistica - tra le più alte d’Europa - vincola la possibilità di ridurre le tasse su famiglie e imprese. Come volevasi dimostrare.

 

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