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La grande delusione

LIBERAL BIMESTRALE
di Ennio Pintacuda
Anno II n. 10 - Febbraio - Marzo 2002

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copFL10_th Esprimere un giudizio sulla storia - e che storia! - può condurre all’errore. Tentare, invece, di capire la storia, rintracciarne il senso di causa-effetto, leggerne gli avvenimenti e ricostruirne l’essenziale per averne dei parametri certi, è un’altra cosa, rispecchia un dovere precipuo di chi svolge una funzione, sociale innanzitutto, oltre che intellettuale e professionale. Tangentopoli dieci anni dopo: l’Italia tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi dei Novanta, messa in relazione con questa Italia dell’oggi, profondamente diversa, mutata socialmente e politicamente, oltre che culturalmente. È per me un’Italia vista da un punto geografico - ma anche morale - del Paese, che è stato di grande privilegio per un osservatore sociale come piace definirmi - un punto di osservazione di grandissimo interesse proprio perché crocevia di tante storie e vicende che hanno trovato nel capoluogo siciliano - e questo è un concetto oramai largamente condiviso - il «laboratorio» di esperienze da riproporre centralmente, la prova d’anticipo di una storia che poi diventa «nazionale», tendenza del Paese, sentire e agire generale. A Palermo la politica italiana ha sperimentato - e consumato - formule, alleanze, rotture e ricomposizioni; si sono create nuove classi dirigenti, nuovi poteri, nuovi protagonisti della vita pubblica italiana; ma non solo, la società palermitana ha espresso bisogni che poi hanno avuto la forza di diventare ed essere una parte importante delle emozioni e dei contenuti di una coscienza comune e civile del Paese. Abbiamo avuto una Italia che, per certi versi, per un periodo si è palermitanizzata, nel bene e nel male. E da questa esperienza di vita e dal significato che ha saputo trasferire sul piano della politica, provo ad avventurarmi per tentare di offrire un contributo utile a una lettura, meno emotiva, del fenomeno di Tangentopoli. Ma mi permetto, preventivamente, di porre anche due clausole al mio ragionamento: la verità giudiziaria è una cosa, la verità «storica» può anche essere diversa, persino opposta - e nessuno deve pregiudizialmente lagnarsene; ne deriva, ovviamente che, viceversa, i giudizi «politici» non sono «sentenze», ma esprimono una parzialità di cui si deve sempre tener conto; l’altra clausola riguarda l’abitudine a giungere sempre - sbagliando - a delle conclusioni su vicende e situazioni che non sono minimamente concluse, ma vivono ancora e si evolvono mutevolmente. Errore di carattere metodologico, sempre meno evitato e combattuto da chi si cimenta in certe valutazioni, proprio perché infiammate da indirizzi ideologici e interessi partitici. Cercherò, in questa mia riflessione, di tenerle presenti.
Un primo dato - essenziale - è che Tangentopoli, nei suoi effetti, produce la delegittimazione del sistema politico italiano e chiude una fase della storia del Paese. Una delegittimazione che, certamente, si compie attraverso un’indagine giudiziaria, ma che è data e sancita da un larghissimo sentire dell’opinione pubblica, di tutte le tendenze politiche e sensibilità culturali. È una rivolta - spesso contraddittoria, che corre nella testa della gente, e che frattura definitivamente il rapporto tra mondo politico e società civile. Rinnovare il sistema politico diventa allora, per tutti, cancellare il sistema politico, sgombrare il campo - e una volta per tutte - da una classe dirigente politica che è bollata come corrotta e tangentista, collusa con poteri oscuri, influenzata dalla mafia. Non ricordo chi fosse, forse Giorgio Bocca, definì con proprietà e ragione la battaglia di «Tangentopoli» come una seconda «Resistenza» italiana, cogliendone la capacità di generare un nuovo sistema politico e quei «valori» di riferimento capaci di diventare orizzonte comune del Paese. Oggi questo paragone non regge un solo secondo, ma dieci anni fa, era del tutto corretto. Eppure in questo tumulto sociale - pur restato nel solco delle regole democratiche - si è espressa violenza, compiendo comunque un grandissimo errore di valutazione - si è colpevolizzato, generalizzando, oltre modo il mondo politico e si è velocemente «passati oltre» le responsabilità del mondo economico e finanziario del Paese, non capendone sino in fondo ruoli, motivazioni e interessi. Squilibrio che ritroviamo anche nell’azione giudiziaria condotta dalle diverse procure e nelle sentenze dei tribunali, almeno nei primi gradi. Ma un’altra considerazione nasce e si aggiunge a questa. A dieci anni da Tangentopoli, dopo gli arresti, le polemiche, i processi - con una buona parte della classe politica italiana mandata a raccogliere margherite - la giustizia italiana ci consegna una situazione assolutamente al di sotto delle attese, una sorta di «non verità e di giustizia negata» pur in presenza di reati processualmente rilevati e valutati. I reati furono commessi, le tangenti ci sono state, il sistema politico si alimentava - a tutti i livelli - attraverso il sistema di assumere decisioni e scelte più o meno frutto di transazioni economiche e passaggi di denaro, ma la magistratura, tutta la magistratura - quella inquirente e quella giudicante - hanno pressoché fallito l’obiettivo del loro ufficio: colpire i colpevoli. È una constatazione che ha prodotto proprio nell’opinione pubblica che prima agitava la rivoluzione, il senso più profondo di delusione e smarrimento che, piano piano si è trasformato in impotenza se non addirittura in indifferenza, e che - non è difficile persino ipotizzarlo - potrebbe persino cambiare in ostilità verso i giudici e la giustizia. Si è rotto un rapporto e c’è aria di rivincita e di vendetta verso la magistratura, non possiamo nasconderlo. Ma questa possibile evenienza può concretizzarsi proprio per la caduta di attenzione che è intervenuta nella società verso una delle parti in campo di Tangentopoli, la magistratura, con le sue vicende e i suoi protagonisti. Si è disegnata una curva che ha visto segnare con il massimo dell’interesse dell’opinione pubblica il disfacimento di un sistema politico bloccato e ammalato di autoreferenzialità se non addirittura di megalomania e che, nei punti più bassi di attenzione raggiunti oggi, potrebbe dare la stura a nuove anomale distorsioni e ingiustificate aggressioni. Leggevo qualche giorno fa i dati di un sondaggio circa il grado di fiducia degli italiani verso la giustizia e i magistrati e devo dire che ne sono rimasto colpito dall’insufficienza raggiunta. Non fosse altro, per la pesantezza dello scontro in atto tra potere politico e magistratura, imperniato sui processi di Milano. Come risulta evidente oggi nell’opinione pubblica si fa sempre più strada l’impressione che a Milano si stia giungendo rapidamente a una resa dei conti, tra potere giudiziario e quella parte politica che più pagò fra tutte per Tangentopoli e che oggi con Berlusconi in campo, pensa di gustare la rivincita. Anche questa identificazione tra Berlusconi e quel mondo politico mi sembra non coincidente alla realtà effettiva delle cose e rischia di determinare nuovi guasti al Paese. È frutto di una lettura troppo frettolosa e di superficie, dannosa per tutti, soprattutto per un centro-sinistra in crisi di identità che sembra ancora una volta cedere alla tentazione di risolvere i suoi problemi imboccando una scorciatoia che può rivelarsi davvero disastrosa e mortale. Tangentopoli è la maturazione di una crisi del sistema che ha radici lontane nel tempo e che appartengono all’insieme del sistema politico italiano. Mi trovo un po’ più sereno nel considerare anche vero questo giudizio, ma aggiungo - ad esempio - che in quella fase storica del Paese apertasi dopo la stagione del compromesso storico, con Berlinguer sconfitto sul piano politico e della soluzione, il Pci di allora riusciva a esprimere una forza e un ruolo - anche di compromissione e di accettazione di questa sorta di costituzione materiale del Paese in negativo - che poco ancora risulta essere studiata e messa in luce, sia per quanto riguardano gli effetti degenerativi che per quanto riguarda i metodi che, a un certo punto, seppero imporsi come linea durevole e significativa di un comportamento e di un modo di essere del Pci, soprattutto nel Mezzogiorno, un partito fiaccato da fenomeni di cooptazione nelle stanze dei bottoni e di consociativismo nelle Istituzioni, pur esprimendo - a volte solo a parole - una funzione di opposizione. La storia del Pci siciliano, la sua guerra interna tra foleniani da un lato e miglioristi dall’altro - fu indicativa di un certo clima interno a un partito che proprio allora iniziò a fare i conti con i suoi problemi, anche d’ordine morale. Sarebbe anche valido approfondire le vicende che hanno visto cambiare in poco tempo - nel Pci prima, nel Pds poi, l’intera classe dirigente, capendo sino in fondo ciò che veramente si mosse sotto la crosta del visibile. Come è assolutamente vero che la crisi della Dc non interviene con Tangentopoli, ma anni prima, proprio a Palermo, con la rottura di una costante «storica» del sistema politico italiano, quello dell’unità, dogmatica appunto, dei cattolici in politica rappresentata dallo scudo crociato. È una storia che conosco bene e che non è pienamente ricollegabile con quanto maturò poi con Tangentopoli. A Palermo, proprio nel momento del più alto consenso elettorale della Dc, la società civile, una parte importante della comunità cattolica palermitana rappresentate dalle parrocchie e da una parte della classe dirigente e delle professioni che più di altre nella Dc avevano creduto e investito, seppero porre un problema essenziale come quello del rinnovamento della politica e del governo delle istituzioni, fuori dalle logiche che il pentapartito aveva proposto con l’asse del Camper di Forlani, Andreotti e Craxi. È lì che inizia ad aprirsi la crepa. Gli scenari venturi hanno radici antiche. E i privi di memoria rischiano di confondere cause con effetti. L’invito a stemperare le polemiche sulla giustizia, più volte pronunciato dal Capo dello Stato, non è stato capito, né si è compresa sino in fondo l’importanza a condurre il confronto fuori dallo scontro giudiziario in aula tra accusa e difesa nei processi milanesi. Fa male alla giustizia italiana e rischia moltissimo la politica a far coincidere tutto il male nella magistratura. Una cosa mi è chiara però: ancora oggi l’Italia soffre e sconta un problema di maturità del sistema politico, di modernità e di confronto con le democrazie europee. Non sarà l’euro a portarci in Europa, ma una democrazia finalmente normale e non avvelenata nel sangue dai lati oscuri di una storia che in tanti vorrebbero gettata all’oblio.
 

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