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Il decennio pericoloso

LIBERAL BIMESTRALE
di Biagio de Giovanni
Anno II n. 10 - Febbraio - Marzo 2002

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copFL10_th A dieci anni di distanza dal suo inizio, Tangentopoli rimane fenomeno di assai difficile analisi. È posseduta, e insieme insidiata, da molti aspetti che si intrecciano l’uno nell’altro, accavallandosi e talvolta contraddicendosi, ed essi nel loro insieme rendono difficile ritrovare il filo conduttore principale ed esauriente. La ragione di questa difficoltà non è difficile da individuare: Tangentopoli è il luogo dell’intreccio fra politica e legalità, del rapporto fra potere politico e ordine (potere) giudiziario, ovvero punto di incrocio necessariamente magmatico fra potenze diverse, intenzioni che si integrano e insieme si contraddicono, mondi vitali e poteri che hanno loro autonome logiche ma che poi oltre un certo punto sono destinate a incontrarsi e magari a scontrarsi. Se mi è consentita una divagazione di carattere generale, ma tutto sommato già abbastanza interna al ragionamento che intendo svolgere, una forma di primato della politica, lungo tutto il secolo, non è mai stata veramente in discussione. Politica e legalità sono coesistite pacificamente entro quel quadro, fin quando qualcosa ha interrotto quella continuità, e un disequilibrio fra i poteri è intervenuto a rompere la convivenza di potenze che hanno sempre dovuto coesistere ma con intenzioni talvolta opposte e perfino reciprocamente critiche. La politica ha un carattere selvatico, vitale e insieme è carica di una sua legittimità originaria, che l’ha sempre spinta a preservare degli spazi di assoluta autonomia, ma la legalità nel mondo moderno è avanzata fino a diventare in qualche modo «garante» del funzionamento della politica, di una politica tuttavia che nascendo da democratico consenso ha costantemente cercato di far prevalere su tutto il principio della propria legittimità. Insomma due potenze connesse e distinte del cui rapporto non si parla fin quando tutto è «normale», fin quando un qualche equilibrio reciproco riesce a darsi, fin quando il bilanciamento delle forze e delle funzioni rende sostenibile e praticabile la tenuta del sistema. Ma quando qualcosa cambia, allora....
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Tangentopoli nacque proprio in un momento di straordinario disequilibrio fra le potenze ricordate. Non va mai dimenticato il contesto, a vantaggio di una tesi «neutrale» che riduce tutto a verità lapalissiane e forzatamente trasparenti e semplici: il mondo della corruzione politico-affaristica aveva superato il limite di guardia, e la magistratura è intervenuta, rappresentazione che naturalmente esprime un livello possibile di ricostruzione della nascita di Tangentopoli, ma che spiega solo assai parzialmente la sua fenomenologia e il suo significato. È una verità che è già entrata in tanti discorsi, ma che conviene ribadire: il sistema politico italiano era già in ginocchio quando Tangentopoli è scoppiata, o meglio quel sistema viveva di una vita relativamente artificiale, essendo venuta meno la ragione storica principale che lo teneva in vita, che era la divisione del mondo in due mondi, il bipolarismo imperfetto fra i grandi partiti della Prima Repubblica, l’Italia Paese di frontiera fra Occidente e Oriente sovietico, con una funzione di comando della politica su tutto ciò che le dava uno spazio di movimento praticamente illimitato entro i confini del permanente compromesso e della legittimità democratica. Subito prima dell’irrompere di Tangentopoli, questo sistema già non ha più la «ragione» dalla sua parte, già non ha più le ragioni di un consenso diffuso e capace di coprire l’intero spazio della società. Ma quando questo sistema perde la sua principale ragion d’essere, l’effetto è dirompente, come se la caduta di cinquant’anni di storia e la sensazione immediata di un vuoto politico di direzione avesse la capacità di rimettere subito in moto potenze e poteri silenti, con una straordinaria possibilità di coagulare nuovi consensi intorno a sé, e di muoversi quindi oltre ogni confine, oltre quegli stessi confini che la legalità si dà quando ha di fronte la politica. La storia, come la natura, vive di horror vacui; non si dà vuoto, né in natura né in storia. Come non si dà vuoto nella storia del potere, dei poteri, del loro incrocio, del loro equilibrio. La legge generale, se così si può dire, è che lo spazio è sempre «pieno». Negli anni della irruzione di Tangentopoli, è avvenuto un fatto semplice e preciso, nella direzione ora indicata: al ritrarsi della politica in una inedita forma di entropia, ha corrisposto il dilagare della giurisdizione (sulla politica) come straordinario ampliamento del potere di giudizio sul sistema politico. Niente di diabolico o di perverso in questo, nessun «complotto» pensato nelle stanze del nuovo potere che andava nascendo, ma un nuovo sistema di relazioni che si andava instaurando e che prese possesso della realtà con una spontaneità e una velocità impressionante, precisamente adeguata al vuoto che le si spalancava dinanzi e che richiedeva con urgenza un nuovo occupante: vuoto nelle funzioni di «governo», vuoto nell’opinione pubblica, che a sua volta aveva bisogno di una forma rinnovata entro la quale pensare e organizzare se stessa. In un attimo, si potrebbe dire, si distese una gamma di comportamenti (denunce, pentimenti, vendette, ritorsioni, arresti clamorosi, semplici volontà di ristabilire un ordine negato, intenzione di andare a fondo in tutte le pieghe di quel sistema che si era mosso con sicurezza anche in luoghi infidi o sospetti, nella certezza della propria autonomia etc.). Una magistratura silente o quasi, perché ingabbiata nella logica di un sistema politico di straordinaria legittimità storica, che d’improvviso si erge a potenza e ordine principale, con una sorta di affermata visione etico-politica e salvifica, e dunque, con l’intenzione più o meno consapevole di modificare il rapporto con la politica e assumere un ruolo dominante.
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Da qui, l’estrema complessità dei piani sui quali si deve esercitare il giudizio, e l’insufficienza sia delle tesi del complotto sia di quelle - come dire - ingenue, per le quali a un reato corrisponde un’inchiesta, e Tangentopoli non ha fatto altro che restaurare la legalità. L’incastro fra le varie cause e i vari fatti è talmente intenso da far coesistere effetti diversi e perfino opposti nella complicata fenomenologia delle vicende avvenute. Si può anche muovere tranquillamente dal fatto - indubbiamente vero - che il rapporto fra politica e affari era giunto a un livello tale da intaccare lo stesso funzionamento delle istituzioni, e da influenzare la formazione e la cooptazione dei gruppi dirigenti. Questo detto, il fatto solo che l’iniziativa della magistratura si è avviata e si è mossa nella crisi incipiente ma irreversibile del sistema politico, da un lato ha avuto per effetto che essa ha contribuito in modo decisivo all’accelerazione della sua fine, dall’altro ha regalato una dimensione direttamente politica alla funzione del giudice che è apparso perno del governo della società, vero luogo di legittimazione della sua autorità e autorevolezza, fondatore insomma della legittimazione anche della politica. Non è importante sapere se e da chi questi effetti siano stati «voluti». Certamente non era possibile, come dire?, pilotarli, stante la forza oggettiva degli eventi e la caduta a domino di tutte le resistenze per la loro intrinseca debolezza. L’importante è che quegli effetti si sono dati, e hanno fatto la storia della Repubblica assai oltre i confini di una vicenda giudiziaria. Tutto ciò che stiamo vivendo nella Repubblica di oggi, nasce da lì. Provo a fare solo qualche esempio anche un po’ malizioso: l’irrompere di Forza Italia sulla scena italiana è l’effetto diretto di quel complicato intreccio di eventi - in cui Tangentopoli ha un ruolo niente affatto secondario - che ha materialmente svuotato di forze politiche il centro della società italiana. Vorrei dire, in una riflessione molto libera e provvisoria come questa, che il fatto che la sinistra italiana non sia stata intensamente toccata da quel fenomeno (ma anche qui, bando alla tesi del complotto: di là da possibili posizioni simpatetiche interne alla magistratura che pur ci son state, il fatto vero è che la sinistra italiana era meno innervata nel sistema di governo rispetto alle altre forze; se Tangentopoli fosse scoppiata con qualche anno di ritardo le cose anche per la sinistra sarebbero state diverse) ha contribuito alla incertezza e lentezza del suo rinnovamento giacché ha impedito un vero ricambio ai vertici di quello schieramento.
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Ora in questione, è evidente, è il problema del riequilibrio fra i poteri. Il senso dello scontro sulla giustizia di questi mesi è tutto qui, nella sua dimensione generale. Tornato in campo un sistema politico, che è per dir così allo stato nascente, esso si è trovato di fronte non dico un «altro» sistema, ma certo un potere straripante abituato a muoversi nel vuoto di interlocutori, e dentro il quale - come inevitabilmente avviene - gruppi più audaci e insieme più forti nelle loro funzioni effettivamente svolte - si sono costituiti come avanguardia «politica», nel senso di dichiarare lo scontro e agire in conseguenza. L’urto fra i poteri che è in atto in Italia nasce interamente da questa complessa fenomenologia del decennio, e necessariamente dovrà trovare un equilibrio nuovo rispetto a quello offerto dagli esiti di Tangentopoli. Ancora una volta, preferisco metafore spaziali: il pieno va bene; il troppo pieno, no. E il convergere di poteri straripanti in unico spazio, rischia questo sovraffollamento entro il quale politica e giustizia possono subire danni irreparabili. La giustizia, perché essa può apparire interamente concentrata nello scontro politico, quando il bisogno di giustizia della società comune sta altrove, si muove secondo altre coordinate, altri principi e sentimenti. Solo in situazione di assoluta emergenza come quella degli anni Novanta, l’opinione pubblica si è lasciata «formare» e guidare dall’iniziativa della magistratura verso il sistema politico. Questo momento è finito, e prima tutti lo capiranno meglio sarà. Ma anche la politica può subire danni irreparabili dal protrarsi dello scontro nel quadro di una società divisa, che ancora deve conquistare il principio del riconoscimento reciproco fra avversari politici, elemento base di ogni possibile, presente e futura, democrazia.
Molto facile a dirsi, difficile a realizzarsi una soluzione, ecco il nodo. La sinistra, in alcune sue componenti almeno, ancora immagina possibili effetti ritardati di Tangentopoli, e insomma non ancora ha abbandonato il campo della lotta politica per via giudiziaria. La destra mostra spesso, sbagliando, un volto disegnato da provvedimenti che nella loro profonda ambiguità non sono destinati a sgombrare il campo da equivoci e lotta. Non vedo molte luci all’orizzonte, e il vero rischio è la continuazione dello scontro nella fase nuova in cui il potere politico è finalmente in campo ma non è nelle condizioni di sciogliere i nodi essenziali che ancora restano aperti sulla carne viva di molti. Rischio, insisto, giacché nella confusione di uno scontro fra poteri e ordini decisivi di uno Stato, la comune rovina delle parti in lotta di marxiana memoria può essere conseguenza non voluta da nessuno, ma immanente allo stato dei fatti. Con l’emarginazione dell’Italia da un consesso più significativo di nazioni e di Stati che negli anni a venire vedremo lavorare per una nuova fisionomia dell’Europa.



 

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