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Il triangolo della vittoria

LIBERAL BIMESTRALE
di Marcello Veneziani

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

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Forza Italia non deve preoccuparsi di essere nato come «Partito Personale», ma deve seriamente preoccuparsi di non restar tale. Non può vivere la sua genesi come un peccato originale, ma deve vivere il suo sviluppo come un problema politico e culturale che non si può eludere confidando sulle possenti spalle del suo leader. L’infanzia è una cosa, la maturità è un’altra. Non si tratta di seguire la parabola di Pinocchio e pensare di svegliarsi un bel giorno con le fattezze del partito in «carne e ossa» come gli altri, dopo una nascita e un’infanzia da burattino, fabbricata e vissuta in legno (o mutatis mutandis in plastica, secondo i suoi detrattori). Sarebbe un errore inseguire la prospettiva del partito, pur leggero e sgravato dai macigni ideologici e strutturali del passato. La strada di Forza Italia è invece nella possibilità di dar luogo a due agili proiezioni: da un verso elaborare programmi, strategie e idee per una cultura di governo e dall’altro selezionare classi dirigenti, élites e amministratori aprendosi al territorio. Per far questo è necessario attivare un organismo che somigli alle fondazioni, in grado di fungere da laboratorio, sul tipo di quelle istituzioni che fiancheggiano i partiti negli Stati Uniti; e far sorgere intorno a questa fondazione, cuore del movimento, una galassia di realtà periferiche o ramificate in campi diversi, a cominciare da quello dell’informazione, della cultura, della formazione e del reclutamento di personale politico. E qui il criterio guida non può essere l’appartenenza ideologica e militante ma la qualità: si tratta di attivare filtri di selezione e di promozione che all’omogeneità culturale, all’affinità sul piano delle idee e delle valutazioni politiche, affianchino il criterio prioritario della meritocrazia. Largo ai migliori; un partito che non ha una storia alle spalle, ha perlomeno il vantaggio di poter scegliere i suoi uomini sulla base della qualità e non della provenienza. Sarebbe oltrettutto un modo per distinguersi dagli altri partiti e dallo strisciante neofeudalesimo dei nostri giorni, che promuove la lottizzazione su base di vassallaggio al leader, al clan o al partito. Dopo i partiti vengono le fondazioni; di loro sarà il futuro prossimo. Credo che sia un errore vivere col complesso dei partiti passati: l’idea di seguire le orme della Dc e dei suoi partiti alleati, o viceversa l’ossessione di distinguersi da essi, tarpa le ali a una più agile e incisiva svolta. Non bisogna aver paura di innovare troppo o di conservare troppo; la precedente militanza politica (come la precedente esperienza aziendale) non deve costituire né motivo di merito né di demerito. Il curriculum, certo, conta, l’esperienza pure; ma a volte pesano anche in negativo. Bisogna valutare caso per caso; ma in linea generale il passato non può decidere il presente o condizionarlo in modo così pesante. Nessuno pensa che Forza Italia debba darsi una sua caratterizzazione ideologica, anche se l’uso ideologico dell’anticomunismo e dell’americanismo sono stati abbondanti in questi anni da parte di Berlusconi e nel suo partito. Né si tratta di decidere la collocazione sulla base della logora topografia del tempo andato: è inutile soffermarsi sulla natura di centro o di destra di Forza Italia; meglio puntare sui contenuti che sulla segnaletica. Lascerei il liberismo al puro ambito economico, non lo esporterei altrove, facendolo diventare una visione del mondo. E anche in ambito economico mi sembra importante il correttivo popolare adottato: parlare di economia sociale di mercato significa cogliere la peculiarità di una cultura, di un equilibrio e di un metodo profondamente italiani, mediterranei, europei. Definirei il percorso ideale di Forza Italia attraverso cinque aggettivi: popolare, liberale, d’ispirazione cattolica, conservatore sul piano dei principi e innovatore sul piano della struttura pubblica. In una parola, una moderna forza comunitaria, in grado di intercettare il comune sentire, di renderlo compatibile con lo sviluppo in corso. Comunità vuol dire comunità famigliare, comunità cittadina e regionale, ma anche comunità nazionale ed europea. Ma qui siamo nel campo ipotetico del dover essere; non in quello della realtà, dove il pragmatismo cinico mi pare dominante (non solo in Forza Italia, per la verità). Un pragmatismo che mi pare in questo caso gravato dalla priorità assoluta al tema giustizia; sarebbe un errore opporre al partito dei giudici il partito degli avvocati. Non vorrei che si dimenticassero le origini del consenso a Forza Italia sull’onda di Mani pulite e la diffusa diffidenza popolare verso gli eccessi di garantismo.
Se fossi Berlusconi o un altro leader del centro-destra, non lascerei cadere nel vuoto le osservazioni critiche fatte da Ernesto Galli della Loggia in un editoriale autunnale del Corriere della sera. Non meritano di essere sbrigate come un altro attacco al governo, ai partiti della Casa delle libertà e liquidate con un silenzio infastidito; semmai sarebbe utile tirar fuori da quella polemica qualche spunto costruttivo per i cambiamenti da compiere in cammino, per aggiustare la mira, a cominciare dai partiti. Le osservazioni di Galli della Loggia riguardavano il governo ma si possono trasferire ai partiti e in particolare si riferiscono a ministeri e orientamenti che chiamano in causa prima di tutto Forza Italia. Dunque, per Galli della Loggia il governo di centrodestra ha un luogo specifico in cui esprimere la sua cultura e su cui imprimere il segno della sua presenza: è in quel triangolo che va dalla pubblica istruzione ai beni culturali e alla Rai. Là si gioca il senso complessivo di un governo, là si esprime l’idea generale del Paese, quella che De Gaulle chiamava «una certa idea» dell’Italia. Finora il centrodestra non ha dato segni della sua cultura, ma ha volato basso, intervenendo in modo lieve, marginale e manageriale, ovvero tecnico più che politico-culturale. Si pensava forse che planando in modo soft su quei territori ad alto tasso «ideologico» si ottenessero minori contrasti con i mass media, con l’opposizione e con la cultura egemone nel nostro Paese che notoriamente viene da sinistra e là è rimasta, guardando in cagnesco gli altri. La previsione non si è avverata: la Rai soprattutto, ma anche la scuola e i beni culturali, sono sottoposti a un tiro al piccione quotidiano. Risultato: si prendono le squalifiche senza aver giocato la partita. Rinunciando a esprimere le idee, non si è ottenuto un clima più clemente; la timidezza non paga. Il discorso non è personale e non è rivolto a Baldassarre, Moratti e Urbani, che nel loro ambito meritano ogni rispetto. Ma a una filosofia, a un’idea complessiva del governare. Confesso che ho seguito con particolare attenzione le osservazioni dello storico perché alcuni mesi fa avevo espresso in un mio libro dedicato alla cultura della destra, in forma di analisi e non di polemica, le stesse considerazioni sull’azione di governo nei territori della comunicazione, della pubblica istruzione e dei beni culturali. È lì che si decide il senso di un’esperienza di governo e di una presenza politica di un movimento giovane come Forza Italia, è là che si esprime la sua cultura e si lasciano cospicue tracce in un Paese e nella sua mentalità, sostenevo. E questo vale ancor di più in questa fase di crisi economica generale, in cui gli interventi sul sistema sociale sono più difficili a compiersi per scarsità di mezzi; mentre le azioni culturali, politiche e simboliche hanno grande impatto pubblico e richiedono risorse finanziarie minori. Vi è infatti uno spazio di intervento del governo in cui l’azione da compiere ha argini d’autonomia assai esigui: per esempio il conflitto tra Stato ed enti locali è stato trasversale e avrebbe comunque contrapposto periferia a centro, indipendentemente dalle coalizioni di governo. Perché è in gioco il trasferimento di poteri e di risorse dal centro alla periferia in un momento di congiuntura intera e internazionale. Così come molte decisioni in materia di politica economica e di politica estera, di sicurezza e di riforme strutturali, accomunano governi laburisti e governi conservatori: è noto, ad esempio che tra Chirac e Schroeder, o tra Blair e Berlusconi, ci sono punti di contatto assai più cospicui che tra governi espressi da uno stesso versante politico e culturale. Invece, è soprattutto in ambito culturale che è possibile segnare la propria presenza, identificare la propria linea e distinguerla da quella degli avversari. È la cultura che fa la differenza, vorrei ripetere con Max Weber. Là è in gioco più la creatività che la gestione amministrativa. Ma è in gioco anche un valore aggiunto: proprio in quei territori culturali, dove la sinistra crede di avere un imprimatur pressoché esclusivo, bisogna lasciare un segno e mostrare la fragile inconcludenza dell’esperienza di governo del centrosinistra. Quando dico cultura, non mi stancherò di ripeterlo, non intendo affatto quel circuito chiuso di testi, professori e ideologie a cui fa riferimento la visione settaria degli intellettuali organici e militanti. Cultura non è il solito piagnisteo degli intellettuali, ma una sensibilità, una mentalità che riguarda tutti e non gli operatori culturali; che interessa la vita pratica e non le teorie. Intendo riferirmi alla cultura popolare, al comune sentire coltivato attraverso un patrimonio condiviso e accessibile di esperienze, idee, valori e sensibilità. La scuola e l’università, la comunicazione e il servizio pubblico radiotelevisivo, i centri storici e i beni culturali, oltre le biblioteche e i circuiti mediatici sono i luoghi in cui si può esprimere un progetto culturale italiano; in cui si può promuovere uno stile italiano e dunque far germogliare una certa idea dell’Italia. Non si tratta di ripescare rottami ideologici del passato o di inscenare un’improbabile egemonia, uguale e contraria rispetto a quella imperante.
Si tratta piuttosto di promuovere un’effervescenza culturale intorno alla principale ricchezza del nostro Paese, la cultura e l’arte. E intorno al luogo in cui abitano gli italiani, i centri urbani; per la Casa delle libertà si tratta di considerare il valore prioritario della Casa degli italiani che è appunto la città, il territorio, la nazione. Per un governo e per un movimento guidati da un Grande comunicatore è importante comunicare questo mutato clima, trasmetterlo ai cittadini, coinvolgere il Paese in un processo di rivitalizzazione della propria immagine e della propria identità. Si tratta di riportare al centro dell’azione politica e governativa l’idea di un’educazione e di una formazione civile e culturale del Paese, intorno a valori condivisi e al libero dispiegarsi di un pluralismo più largo e più dinamico. Si tratta di puntare sulla creatività italiana e di infondere al Paese la sobria fierezza di essere italiani, come sarebbe da attendersi soprattutto da un movimento che si chiama non a caso Forza Italia, e non Forza America o Forza Berlusconi. Senza un’idea della politica, l’identità, il collante e la ragione sociale di Forza Italia sono legati a tre fattori: la conventio anti-sinistra, l’adesione al leader e l’esercizio del potere. Fattori importanti ma che ruotano intorno a un buco, la ragion politica di Forza Italia. Qualcuno potrà ricordare che quella carenza di progetto culturale contrassegnò l’esperienza democristiana di governo, e qualcuno potrebbe maliziosamente aggiungere che fu proprio quell’assenza a garantire la lungodegenza al governo di quel partito, che non si propose di disegnare l’Italia ma solo di accompagnarla, assecondando l’esistente e respingendo ogni pretesa ideale e ideologica (lasciando il potere culturale alla sinistra). E qui riemerge l’osservazione di chi vede in Forza Italia una ripresa della linea democristiana. Ma non dimentichiamo il contesto dell’esperienza scudocrociata: l’Italia viveva una strisciante guerra civile ad alto tasso ideologico, in un mondo bipolare in cui le identità culturali e nazionali erano subalterne ai blocchi ed erano state delegittimate dalla guerra perduta e dalla sconfitta dei nazionalismi; per molti anni si trattò di uscire dalla miseria e dalle difficoltà economiche e sociali di un Paese non ancora del tutto moderno; e poi la Dc, sia pur flebilmente, rimandava a un tessuto ideale, sociale e morale, quello dell’Italia cattolica e popolare, moderata e anticomunista. Aveva una ragion politica e non era interamente legata a un leader-fondatore. In ogni caso, quel deficit culturale fu il peccato principale della Dc, come riconobbe Andreotti: l’assenza di un progetto per l’Italia, di una via italiana allo sviluppo compatibile con la sua tradizione. L’Italia si disegnò da sé, selvaggiamente, anche se all’epoca supplivano alla carenza le altre appartenenze, alle piccole patrie ideologiche (i partiti) e l’affiliazione alla Chiesa, all’Occidente, all’Internazionale. Di quella carenza se ne accorse Bettino Craxi: e la parte migliore della sua leadership, che merita di essere ripresa, fu proprio legata a questo ambizioso progetto di Grande Politica, attraverso una riforma istituzionale, imperniata su un disegno nazionale. Ma oggi cresce il peso della comunicazione per compensare il deficit dei legami sociali e si fa più importante l’incidenza della cultura per compensare l’indebolimento delle appartenenze nel mondo globale. E poi da quando si è compiuta l’alternanza bipolare, gli schieramenti in campo si distinguono sul piano dei progetti culturali e politici. La differenza non la fanno le finanziarie o l’amministrazione delle cose, che tendono a somigliare sempre di più e a distinguere sempre meno i governi e i partiti; ma i criteri ispiratori, le culture, le idee che orientano l’agire e stabiliscono le priorità. Sul piano operativo conta l’efficienza e l’efficacia dei governanti, più che la loro appartenenza a un polo o all’altro; quel che fa la differenza è la cultura e la sua comunicazione. L’efficacia e l’efficienza potrebbero essere meglio garantite da soluzioni tecnocratiche più che da partiti; alla politica si chiede una visione complessiva delle cose, la capacità di far interagire valori e interessi, dimensione comunitaria e legittime aspettative individuali. Nella sua impietosa analisi, Galli della Loggia ha omesso di ricordare il fallimento culturale dei partiti di sinistra al governo. Tocca alla Casa delle Libertà e in primis al partito di maggioranza, fare un passo in più degli inquilini precedenti di Palazzo Chigi. Si tratta in una parola di osare. Forza Italia diventi anche un’esortazione.

 

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