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Saggezza o radicalismo?

LIBERAL BIMESTRALE
di Biagio de Giovanni

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

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cop15_th  
Forza Italia ha rappresentato la vera novità politica degli anni Novanta, insieme alla Lega di Bossi. Novità dirompente per il sistema politico italiano, nata e cresciuta in tempi velocissimi, negli anni in cui si era dissolta ogni forza centrale. Il primo punto su cui ragionare è questo: Forza Italia nasce su un vuoto, sulla dissoluzione di un sistema politico, sotto l’urto di date e fatti convergenti: una data che fa epoca, il 1989, che toglie all’Italia il ruolo di Paese di frontiera, ai confini con l’Est sovietico, una delle «fonti» di quell’equilibrio politico che ha dato i caratteri al sistema italiano lungo quarant’anni; e un’altra data un po’ più nostra, più provinciale se si vuole, che tuttavia si lega alla prima secondo connessioni e intrecci di non semplice definizione: gli anni di «Mani pulite», senza i quali Forza Italia non sarebbe mai nata, e che a sua volta non avrebbe mai preso forza se non dopo quel 1989 che consentì di avviare un’azione giudiziaria generalizzata che annientò con azione degna di Guderian il cuore del sistema politico. La forza - che fu egemonica per qualche tempo - dell’azione giudiziaria nell’attacco ai partiti che avevano rappresentato l’asse di governo della repubblica, svuotando il centro organizzativo ed etico-politico dello schieramento italiano, contribuì in modo decisivo all’atto di nascita del partito di Berlusconi. Mai dimenticare le date di quei due eventi connessi. L’Italia deve Forza Italia a «Mani pulite», al vuoto che essa contribuì a determinare, allo smarrimento e all’esaltazione - insieme - in cui lasciò milioni di cittadini all’improvviso privati di ogni rappresentanza.

*****

Non dimentichiamo qui un altro aspetto degli effetti prodotti da «Mani pulite»: spazzando via concrete organizzazioni politiche dalla scena - organizzazioni che certo erano già indebolite da ciò che era avvenuto nel mondo - essa sembrò, certo, liberare l’Italia da un sistema che era coinvolto in una evidente dimensione corruttiva, ma, insieme, contribuì al crollo di quelle culture politiche che stavano depositate in quei medesimi partiti in via di veloce annientamento. Le cose, nella storia, non si presentano mai in forma pura: o partiti invasi dalla corruzione, oppure partiti rappresentativi di culture politiche. Le due cose, infatti, erano certamente mescolate, in modo che la fine della Dc e del Psi segnò il tracollo di culture politiche «riformiste», forti di grandi tradizioni, percorse da idee, valori, militanti, uomini in carne e ossa che avevano speso la loro vita in quelle organizzazioni politiche. Tutto fu sostanzialmente azzerato in un solo colpo, la corruzione (e direi meglio: il sistema entro cui essa era impiantata) e la cultura, le idee che aveva in questi partiti veicoli e protagonisti: una sorta di limbo chiassoso e agitato, in attesa di novità. Ecco perciò aprirsi un altro vuoto in un sistema che aveva vissuto in una profonda continuità, entro tradizioni - i cattolici, i socialisti - che erano parte della storia italiana, e degli anni medesimi della fondazione repubblicana. Nello stesso tempo, anche il Pci, pure uscito abbastanza indenne da «Mani pulite», non poteva esser più lui all’indomani del 1989 e si sciolse e si ricompose parzialmente in altra forma. Anche qui, una vera rivoluzione necessaria ma insieme svuotante. Milioni di uomini privi della vecchia rappresentanza e della vecchia immagine, della vecchia divisione del mondo e delle sue alternative.

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Era necessario ricordare queste cose ben note - e tuttavia non sempre messe insieme secondo l’ordine che ho delineato - per comprendere la velocità degli eventi che fra 1993 e 1994 portarono alla nascita di Forza Italia. E giacché «natura di cose non è altro che nascimento di esse, in certi tempi e con certe guise», secondo l’avvertimento di un grande filosofo, questo atto di nascita «nel vuoto» si presenta con caratteri assai interessanti, tuttora presenti nella costituzione di questo partito. Vuoto, può significare una forza che si muove lontana da tradizioni che erano diventate culture organizzate. Quel vuoto segnalava l’accelerazione vertiginosa di un processo di crisi dei grandi partiti di massa burocratici, anticipando situazioni che si vanno disegnando anche altrove. In quel vuoto, si costituì in tempo reale un «movimento» di massa non tenuto insieme da un blocco sociale veramente unitario ma capace di aggregare e collegare gli strati più diversi della società, da un ceto medio che voleva entrare in una economia rinnovata, a un popolo richiamato e unificato dal carisma di un capo, a «spezzoni» di vecchi militanti dei partiti distrutti in attesa di una rivincita «anticomunista», e via dicendo. Un blocco unificato certamente da un capo carismatico dentro il quale si mescolavano spinte moderate ed eversive, plebiscitarismi e individualismi, e insomma populismo, antipolitica, e insieme volontà di partecipazione e di governo. Finiva un mondo. Si spezzava il nesso storicamente determinato fra i cattolici e la politica, il movimento presentandosi come movimento intimamente secolarizzato di interessi rampanti e di popolo e di ceto medio sfiduciato verso i partiti e che immaginava la nascita di un’esperienza liberata dalla loro invadenza. Tutto questo, può esser tenuto insieme in una «politica»? La questione è apertissima, e la prova di governo in corso appare decisiva per il destino di questo movimento diventato partito.

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Da questo punto di vista, l’Italia si presenta come un vero e proprio laboratorio politico per la nettezza degli sconvolgimenti da cui è stata attraversata. La Lega nacque come un partito antisistema, e cerca di mantenere questi caratteri anche come partito di governo, ma tutto sommato non uscì dai suoi contrafforti ed è destinata a rimanervi e appassire lì dentro; Forza Italia, a sua volta, non ha mai pensato di ricoprire il vecchio ruolo della Dc, un ruolo di partito-Stato entro il quale si erano progressivamente acquietate le spinte «eversive» che sono sempre provenute dall’interno della società italiana. Dc e Pci, insieme, furono degli straordinari calmieratori delle spinte antistituzionali che sempre sono giunte dal fondo della società italiana e si sono spesso tradotte in culture. Forza Italia si è presentata sulla scena di nuovo partito nazionale con molta energia come «partito-parte», che voleva canalizzare non solo le spinte moderate della società italiana ma quegli aspetti dell’«ideologia italiana» che aveva visto in anni lontani parti del ceto medio su posizioni di lotta antistituzionale. Insomma, una sintesi di moderatismo e sovversivismo, componenti che si sono di volta in volta assestate lungo linee in grado di seguire concreti atteggiamenti politici ma che se non equilibrate possono rappresentare un punto di crisi. E il governo di oggi - che va visto nella chiave di una allenza non organica, in cui Forza Italia e la Lega sembrano raccordarsi e prevalere nei momenti decisivi - continua a battere sui due poli della propria costituzione culturale e politica, talvolta nel moderatismo di scelte dorotee ma - forse soprattutto - nel «sovversivismo» di intenzioni di scelte (più che di scelte: qui c’è un punto su cui riflettere) che mettono in discussione consolidatissimi rapporti con i grandi ordini della società, dai sindacati, vocati alla concertazione, alla magistratura.

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Vorrei provare a sviluppare brevemente un primo punto conclusivo: il governo (e dunque Forza Italia) va mettendo l’accento su aspetti eversivi del vecchio ordine ma in maniera confusa e senza una vera agenda politica. Sembrava dovesse nascere un movimento liberale di massa (per la prima volta, nella storia italiana, un partito della borghesia italiana), ma questo elemendo da stato nascente si va disperdendo in iniziative confuse che sembrano prive di un asse strategico. Gli esempi sono tanti: dalla gestione dell’art.18, ai provvedimenti parziali e interessati sulla magistratura, quando su ambedue quei «fronti» impostare vere riforme avrebbe consolidato (con tutte le difficoltà e contraddizioni immaginabili) la dimensione «riformista» che si poteva immaginare presente in Forza Italia. L’apertura del fronte «devoluzione» è destinata ad accentuare la radicalizzazione dello scontro. La domanda è: Forza Italia sarà in grado di reggere questa agenda politica in presenza di una crisi economico-sociale montante? Nel momento in cui le preoccupazioni di sopravvivenza invadono settori sempre nuovi della società italiana? Personalmente, vedo avanzare un notevole disordine, avverto che Forza Italia, nel trasformarsi da movimento in partito, da un lato ha seguito una logica obbligata, dall’altro l’ha portata oltre ogni «logica», disegnandosi come un partito-movimento che abolisce il secondo termine e diventa sempre più prigioniera di un ceto politico. Che «movimenti» rinascano sulla sinistra dello schieramento può essere un sintomo, a contrario, di ciò che ho detto. Ma non è questo il tema della mia riflessione.

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Una seconda conclusione. Forza Italia sembra sommersa dal berlusconismo, mentre doveva cercare di rendersene relativamente autonoma. Nel senso di liberare la sua problematica verso orizzonti più ampi, allargando lo spazio della rappresentanza moderata. Non sembra che la cosa stia andando in questa direzione. Prevedo - come accennavo - intensificazione e radicalizzazione della lotta politica, in un momento assai difficile della vita interna e di quella internazionale. Non diventa sempre più necessario trovare un punto di equilibrio? Tanto più, in quanto anche sul fronte della sinistra la radicalizzazione avanza e l’immagine di un Paese sempre più diviso sembra essere nella prospettiva da tutti accettata, da chi con euforica gioia, da chi - come chi scrive, insieme a tanti altri - con vera preoccupazione. Forse, alcune anomalie di origine non si riescono a tenere sotto controllo, è Berlusconi che conquista Forza Italia e non il contrario. In presenza di una crisi dell’informazione pubblica, il conflitto di interessi pesa assai più di prima. E giacché la democrazia classica è dappertutto attraversata da patologie importanti, da separazioni accentuate fra rappresentanti e rappresentati, da chiusure oligarchiche e plutocratiche (come soprattutto la politologia americana va mettendo in luce), i temi del laboratorio italiano vanno messi sotto riflettore non per confusi e accaniti disconoscimenti ma per vedere se si possa ritrovare il filo di un confronto liberato da alcune «precondizioni» che lo rendono difficile.

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Infine, l’Europa. L’operazione condotta da Forza Italia nel gruppo popolare europeo è stato certamente uno dei punti alti della sua politica negli anni passati, ed è un passaggio gravido di conseguenze, sulle quali si deve ancora riflettere. I lavori della Convenzione «per la Costituzione» disegnano esiti non ancora chiari ma certamente assai problematici nel rapporto fra gli Stati e l’Unione. Più che mai, in questo quadro, la forza dei singoli Stati nazionali è destinata a influire sulla costruzione europea. Non si immagini un’Europa che nasce dal loro declino, e tanto meno dal prevalere di subculture localistiche che dovrebbero sostituire la forza dell’unità nazionale. Oggi, alle classi dirigenti dei singoli Paesi, appartengono nuovi compiti, che vanno perseguiti con grande senso di responsabilità. Più Europa implica più statualità, non meno, più forza dialogante degli Stati nazionali, non l’accentuazione del loro tramonto. Ma l’Italia è in declino. La crisi della Fiat, fra i tanti altri segnali, è un segnale drammatico di questo declino, della fine di una cultura industriale, di un pezzo di storia del capitalismo italiano. Forza Italia è partito di governo, centro del governo. Essa dovrebbe assumere in pieno il problema del declino dell’Italia da cui tutti potremmo essere sommersi. Il Paese rischia l’emarginazione dalle potenze europee che contano. Ci si rende conto che questo è il tema decisivo dei prossimi anni? Qui si gioca il destino di intere classi dirigenti di governo. Su questo, esse verranno giudicate. Sarebbe auspicabile, per tutti, ma sopattutto per chi oggi ha responsabilità di governo, che questo tema penetrasse le coscienza e desse a tutti una nuova responsabilità.