A nove anni di distanza dalla fondazione di Forza Italia, avvenuta ufficialmente il 18 gennaio 1994, fare un bilancio sulla natura organizzativa di quella che è diventata negli anni la più grande formazione politica italiana continua a essere un esercizio non facile. Nata sotto il segno dell’eccezionalità e dell’«improvvisazione», sotto alcuni punti di vista Forza Italia è ancora oggi un’anomalia nel panorama politico italiano, pur essendosi molto avvicinata ai modelli organizzativi dei partiti di massa tradizionali. Nella sua storia organizzativa si possono ormai individuare tre fasi distinte: la prima è quella movimentista del comitato elettorale, alla cui costruzione Silvio Berlusconi lavorò a partire dall’autunno del 1993; la seconda, che copre gli anni dell’opposizione (1996-2001), è quella del partito organizzato sul territorio; la terza, che si è aperta dopo la vittoria elettorale dello scorso anno, è quella del partito di governo - che stenta a trovare e a consolidare un’identità organizzativa.
Il comitato elettorale
La nascita di Forza Italia si colloca nella straordinaria congiuntura storico-politica dell’Italia del 1993, caratterizzata da una crisi profondissima del sistema dei partiti storici italiani, da un diffuso sentimento antipartito e da una generalizzata attesa di novità nelle forme di rappresentanza e di partecipazione politica. Forza Italia prese vita come progetto di Silvio Berlusconi di aggregazione di un nuovo cartello politico da opporre alla sinistra e per fare questo Berlusconi agì contemporaneamente su cinque livelli distinti ma connessi tra loro. Il primo fu quello del coinvolgimento di élites intellettuali e imprenditoriali attorno a un manifesto politico steso dal politologo liberale Giuliano Urbani, che nel novembre 1993 fondò l’Associazione «Alla ricerca del Buon Governo». Il secondo fu il lancio, agli inizi di dicembre, dei primi «club Forza Italia!», associazioni di sostegno i cui obiettivi furono la promozione degli ideali liberaldemocratici e la mobilitazione dell’attivismo di base. Il terzo fu la creazione di un istituto di monitoraggio dell’opinione pubblica e di analisi degli orientamenti di voto - la Diakron, operativa da ottobre - che servì allo scopo di identificare la base elettorale potenziale del nuovo partito politico. Il quarto fu la selezione di candidati da presentare alle imminenti elezioni politiche. Il quinto fu la pianificazione di una campagna mediatica di dimensioni senza precedenti che servì a far conoscere il nuovo progetto politico, il suo simbolo, il suo programma e, soprattutto, il suo leader.
L’organizzazione di queste operazioni richiese un considerevole impiego di risorse umane e logistiche che, quasi senza eccezioni, vennero dalle aziende del gruppo di cui Berlusconi era il fondatore e il presidente. A incoraggiare l’apertura dei club, ad esempio, contribuirono i dipendenti di Programma Italia, società di intermediazione finanziaria del gruppo Fininvest presente sul territorio attraverso una vasta rete di uffici; a fondare la Diakron, che impiegò numerosi esperti di comunicazione formatisi presso l’Ufficio marketing editoriale delle reti Fininvest, due manager del gruppo; la selezione dei candidati fu condotta negli ultimi mesi del 1993 da 27 dirigenti e capi-area della concessionaria di pubblicità delle reti televisive, Publitalia ’80 guidata da Marcello Dell’Utri; la campagna mediatica, infine, vide l’impiego estensivo dei mezzi e dei professionisti di comunicazione della Fininvest. La campagna elettorale di Forza Italia, condotta attraverso tecniche comunicative moderne e poco sperimentate dai vecchi partiti italiani (sondaggi, convention, spot televisivi), fu centrata sul candidato premier Berlusconi che monopolizzò la campagna elettorale offuscando, di fatto, ogni altro candidato. Egli non solo rappresentava Forza Italia, ma la ricomprendeva; è difficile ravvisare in Forza Italia un vero partito - senza parlare di una organizzazione di partito - nelle settimane della campagna elettorale; a predominare su tutto era il messaggio nazionale e televisivo di Berlusconi, che non aveva bisogno di strutture tradizionali di partito per raggiungere l’elettorato. I 14 mila club, la Diakron, le risorse umane di Publitalia e di altre aziende del Gruppo Fininvest convergevano a dare vita a una macchina elettorale flessibile e veloce, in grado di intercettare i desideri degli elettori in tempo reale, confezionare il «prodotto Berlusconi» e pubblicizzarlo con grande efficacia.
Tuttavia, una volta vinte le elezioni e conquistato il governo, questa formidabile «macchina elettorale» cominciò a mostrare alcuni problemi organizzativi. All’interno di Forza Italia si alzarono le prime voci che lamentavano l’assenza di chiari indirizzi organizzativi e di strutture territoriali, la predominanza del personale di Publitalia e della Fininvest nei ruoli più importanti del movimento e la scarsa definizione del ruolo dei club. Nell’autunno del 1994 fu offerta dalla leadership del movimento una prima risposta. Si optò per un’organizzazione estremamente leggera che prevedeva un livello direttivo centrale (rappresentato dal presidente del movimento e da un ristretto comitato di presidenza composto da membri di nomina presidenziale) e due soli livelli periferici: quello regionale (rappresentato da 20 coordinatori anch’essi di nomina presidenziale) e quello di collegio, della cui guida furono incaricati i parlamentari di Forza Italia. Questo primo modello organizzativo non prevedeva quindi alcuna rappresentanza per i livelli comunale, cittadino e provinciale, tipici dei partiti tradizionali, ed era fortemente verticistico, chiuso (fu deciso che in Forza Italia non ci sarebbero state iscrizioni e elezioni dal basso) e scarsamente democratico. L’impronta gestionale di stampo aziendale era prevalente e Forza Italia appariva a molti osservatori un «partito di plastica» piuttosto che un vero soggetto politico. In effetti, le elezioni regionali e amministrative del 1995 e, soprattutto, le politiche del 1996 misero in luce le debolezze del modello organizzativo originario, che faticava a radicare Forza Italia nelle realtà locali, sottovalutava i livelli politico-amministrativi locali e non offriva sufficienti incentivi alla partecipazione dei militanti. La sconfitta del 1996 portò a un profondo ripensamento organizzativo. Berlusconi intuì che era giunto il momento di trasformare Forza Italia in un partito vero e proprio, dotandolo di strutture più tradizionali pur senza perdere l’originaria aspirazione alla leggerezza e alla snellezza. Nell’estate del 1996, un gruppo di parlamentari, fra i quali il neoeletto Claudio Scajola emerse presto come la personalità politica dotata di maggiori capacità organizzative, fu incaricato di studiare un nuovo modello organizzativo e nel gennaio 1997 fu approvato il nuovo statuto di Forza Italia.
Il partito organizzato
Lo statuto del 1997, e i regolamenti attuativi che seguirono, dotarono Forza Italia di quelle regole che le erano mancate a lungo e che servirono a ridurre l’incertezza organizzativa interna e stabilizzare le strutture. Lo statuto delineò un’articolazione di coordinamenti territoriali che rispecchiava la tradizionale divisione politico-amministrativa dell’Italia in regioni, province, comuni, città e circoscrizioni. A capo delle strutture regionali furono posti coordinatori nominati dal presidente del partito, mentre per i livelli sottostanti fu prevista l’elezione dal basso dei coordinatori, scelti dai soci riuniti nei congressi e nelle assemblee locali. Una delle principali innovazioni introdotte dallo statuto fu, infatti, l’apertura del partito agli iscritti, decisione che mise fine a una delle principali anomalie che dal 1994 in avanti avevano differenziato Forza Italia da tutti gli altri partiti politici italiani ed europei. Tale decisione aprì una nuova fase di partecipazione della base alla vita interna di Forza Italia, contribuendo a ridurre il deficit democratico e offrendo per la prima volta ai militanti l’occasione di un cursus honorum interno. La selezione dal basso della classe dirigente locale e di parte della dirigenza nazionale, l’istituzione di organi nazionali collegiali con poteri deliberativi, esecutivi e di vigilanza (Congresso, Consiglio, Collegio Nazionale dei Probiviri, Commissione di Garanzia), la previsione di strutture organizzative e operative di Settori, Uffici e Dipartimenti istituiti sia a livello nazionale che periferico, il radicamento di quadri sul territorio, l’organizzazione dei militanti in gruppi interni (giovani, donne, seniores, promotori, rappresentanti di lista) e l’esistenza stessa di uno statuto articolato e di regolamenti attuativi garanti di un livello di democraticità interna di molto superiore a quella del passato furono tutti elementi importanti per il superamento di quella fase, durata ben tre anni, in cui Forza Italia era rimasta bloccata su un modello organizzativo debole, carente di legittimità interna e di incentivi, aziendalista al vertice e inesistente in periferia.
Cominciava allora il processo di istituzionalizzazione, cioè il passaggio dalla fase formativa, in cui Forza Italia era stata un mero strumento elettorale nelle mani del suo leader, a una fase in cui l’organizzazione di partito, il suo consolidamento e la sua sopravvivenza acquistavano valore in sé e per sé e diventavano obiettivi condivisi della leadership e della base. La prima campagna adesioni partì nella primavera del 1997 e fece registrare subito un elevato tasso di iscrizioni (120 mila iscritti, che crebbero fino a oltre 300 mila nel 2000); nell’autunno dello stesso anno si tennero i congressi provinciali e cittadini dei soci, che espressero la prima classe dirigente elettiva a livello locale. Seguirono poi nella primavera 1998 il primo Congresso nazionale, che lanciò l’immagine di un partito «vero» e strutturato a livello nazionale, e nell’autunno le prime assemblee comunali e circoscrizionali. Man mano che il partito si organizzava e si radicava sul territorio (arrivando nel 2001 ad avere oltre 7 mila quadri locali), cominciarono a migliorare anche i risultati conseguiti nelle varie tornate elettorali amministrative, che fecero progressivamente crescere il numero degli eletti locali (oggi oltre 11 mila). A partire dal 1999, lo sforzo organizzativo si concentrò in maniera marcata proprio sulle sfide elettorali: all’orizzonte si profilavano infatti le elezioni europee di quell’anno, le regionali del 2000 e le politiche del 2001. La macchina organizzativa mobilitò i gruppi interni dei militanti in occasione di numerose manifestazioni tematiche pubbliche e iniziative di comunicazione (dalla nave Azzurra alla promozione capillare dei libri di Berlusconi) e i quadri e gli eletti locali furono coinvolti massicciamente nell’organizzazione delle campagne elettorali nei collegi. Tali sforzi furono premiati a ogni tornata elettorale e dal 1999 a oggi Forza Italia si è sempre attestata come il primo partito italiano; alle politiche del 2001, Forza Italia ha sfiorato il 30% dei consensi, conquistando il voto di quasi 11 milioni di elettori.
Il partito di governo
L’esito delle elezioni del 13 maggio 2001 ha chiuso un ciclo per Forza Italia e ha aperto quello nuovo delle responsabilità di governo. All’appuntamento, a lungo preparato e atteso da Berlusconi, Forza Italia è arrivata trasformata rispetto alla formazione movimentista, improvvisata e disarticolata che sbarcò in parlamento nel 1994. Negli anni dell’opposizione, il processo di costruzione delle strutture organizzative non ha subito inversioni di rotta e gradualmente le strutture si sono rafforzate sia a livello centrale che periferico. Tuttavia, da quando Forza Italia è al governo più di una incertezza è apparsa all’orizzonte in relazione alla sua stabilità organizzativa. La situazione attuale è quella di un malessere forte della periferia. In numerose regioni si sono aperti fronti di conflitto tra il livello regionale (forte della nomina presidenziale) e quello provinciale (forte della legittimazione dal basso); non di rado, tali scontri hanno coinvolto anche il livello organizzativo cittadino causando scollamenti fra le strutture del partito e i sindaci di Forza Italia. Le conseguenze sono gravi sia sotto il profilo del clima interno (quasi un terzo dei coordinamenti provinciali e cittadini risulta essere commissariato) sia sotto il profilo elettorale, come messo in luce dalla tornata amministrativa del maggio scorso. In generale, le strutture periferiche del partito sembrano incontrare difficoltà crescenti a mantenere vivo il contatto con il proprio elettorato; le stesse adesioni sono in calo, con conseguenze negative per le entrate finanziarie di Forza Italia che, anche a causa delle ingenti spese di comunicazione sostenute per la campagna elettorale dello scorso anno, ha oggi un bilancio pesantemente in rosso. L’esigenza di partecipazione degli iscritti alla vita interna del partito non riesce, d’altro canto, a trovare sfogo nei congressi provinciali che, dopo essere stati rimandati alcune volte, sono ora programmati solo per la primavera prossima. In quell’occasione, gli iscritti saranno chiamati a eleggere anche i delegati al congresso nazionale, anch’esso molto atteso ma rimandato a data ancora da stabilirsi. All’incertezza organizzativa che segna oggi la periferia di Forza Italia si aggiungono segnali di nervosismo a livello centrale. Dopo la vittoria del maggio scorso, gran parte della classe dirigente di partito del livello nazionale e una parte rilevante della dirigenza regionale - è andata a occupare cariche di governo. Il ricambio ai vertici delle strutture di Forza Italia è stato lento (alcune nomine hanno richiesto tempi più lunghi e creato più conflitto del previsto) o non c’è stato affatto, dando vita a numerosi casi di doppio incarico - di governo e di partito - che, sul lungo periodo, rischiano di penalizzare soprattutto il secondo. Di fatto, l’essere al governo porta con sé il pericolo che la tensione organizzativa che ha pervaso Forza Italia negli anni dell’opposizione si disperda. Questo è vero per tutti i partiti: la leadership di una forza di governo ha meno tempo da dedicare alle questioni organizzative, alla cura e alla formazione dei quadri, all’ascolto della propria base. Ma il pericolo è particolarmente evidente nel caso di Forza Italia, che è un grande partito, in termini di elettorato, ma è ancora molto giovane - e quindi potenzialmente più fragile dal punto di vista organizzativo. Ciò che sembra soprattutto mancare, tuttavia, oltre a una classe dirigente che si occupi del partito a tempo pieno, è un’idea forte e condivisa di quello che deve essere il modello di partito. E questo mette in luce un problema più profondo. La scelta da parte di una istituzione di un determinato modello organizzativo dipende e discende dagli obiettivi che l’organizzazione vuole conseguire. A seconda dei diversi obiettivi da raggiungere l’istituzione si configura in modi diversi, scegliendo di circostanza in circostanza quello più utile al raggiungimento dei fini. Semplificando, nel 1994 Forza Italia si è configurato come movimento aziendal-mediatico che fungeva da comitato elettorale di Berlusconi perché l’obiettivo era quello di conquistare palazzo Chigi nei tempi ristretti di una «guerra lampo» che non consentiva, né necessitava, del radicamento territoriale e della democrazia interna. Nel 1996-2001, Forza Italia si è configurata invece come partito strutturato, accentrato al vertice nel momento decisionale ma capillarmente diffuso sul territorio, per consentire una vasta mobilitazione elettorale per la riconquista di Palazzo Chigi da parte del suo presidente. E oggi? Quali sono i fini, gli obiettivi che Forza Italia deve conseguire - e, quindi, quale deve essere il suo modello organizzativo? L’attuale incertezza organizzativa di Forza Italia sembra dipendere proprio dalla difficoltà di messa a fuoco degli obiettivi strategici: se non viene fatta chiarezza sulla questione «a che cosa serve Forza Italia», non sarà possibile capire come debba essere organizzata. Mettere a fuoco gli obiettivi e trasmettere alla periferia indirizzi organizzativi coerenti sono quindi due - delle molte - sfide che Forza Italia partito di governo deve affrontare.