Ora che sono trascorsi quasi otto anni dalla irruzione di Forza Italia sulla scena politica nazionale è possibile valutare questo straordinario fenomeno con meno approssimazione di quanta ne sia stata diffusa al momento dell’avvio. In verità gli italiani sembravano rassegnati alla crisi della politica, che si trascinava ormai da due lustri, e la classe dirigente s’era assuefatta all’idea che la paralisi istituzionale fosse una malattia incurabile alla quale solo il tempo avrebbe potuto trovare rimedio. La valutazione minimalista della crisi comportò una valutazione minimalista delle novità che la società andava esprimendo, per cui anche l’iniziativa assunta da Berlusconi incontrò diffidenze enormi, condite da molta ironia. La politica era considerata materia per professionisti e la mobilitazione di un esercito di inesperti sembrò alla classe dirigente dell’epoca sicura garanzia d’insuccesso. L’azione di Berlusconi si avvalse di due elementi che contribuirono a creare una miscela politicamente esplosiva: la capacità del protagonista, che apparve subito in grado di fornire adeguata risposta alla domanda di amministrazione rapida ed efficace, e l’interpretazione del bisogno di libertà, il vero cuneo inserito nella struttura del Muro di Berlino e che aveva ridotto in macerie il sistema autoritario dei Paesi soggetti al comunismo. Bastano poche riflessioni a rappresentare la prima esigenza, che si può riassumere nella richiesta di modernizzazione del Paese: l’Italia era afflitta da un sistema di decisioni lento e farraginoso, del tutto inadeguato a governare la società moderna. A fronte di una classe politica parolaia e inconcludente Berlusconi si pose come l’imprenditore operoso che prometteva di trasferire nella gestione pubblica l’efficienza manifestata nell’amministrare le proprie aziende. Sulla seconda ragione convergevano tutte le spinte politiche del cambiamento registrato a chiusura del secolo. Esse si possono efficacemente riassumere nella domanda di libertà che ancora oggi costituisce l’unità sulla quale si misura il processo di modernizzazione delle diverse società nazionali. Non si comprende la portata del fenomeno Forza Italia se non si coglie la ragione del suo avvento. Non è stato un fenomeno provvisorio proprio perché, a onta delle interpretazioni superficiali che ancora oggi sono diffuse, il movimento coniugò con intuito felice i bisogni materiali e spirituali della maggioranza degli italiani, che avevano perduto il rapporto con le istituzioni e con quei poderosi strumenti di intermediazione che sono stati i partiti nell’intera fase del dopoguerra. I partiti in Italia sono stati efficienti per il lungo tempo in cui hanno governato la disciplina: dal partito comunista sino alla democrazia cristiana tutti hanno imposto la linea della fedeltà all’appartenenza. Organizzati secondo rigidi schemi ideologici, tutti i partiti rivendicavano una forte identità alla quale i comportamenti degli iscritti e dei dirigenti dovevano adeguarsi. A carico degli inadempienti scattava la sanzione dell’espulsione, pratica in auge in tutte le formazioni, qualunque fosse la dimensione e l’importanza del partito. Il sistema, rigidissimo, ha funzionato sino a quando nella società italiana non ha fatto irruzione il bisogno della libertà. La cultura dei partiti era molto autoreferenziale e non colse o semplicemente sottovalutò la portata del fenomeno, che in pochi anni travolse l’intera struttura organizzativa tradizionale. Forza Italia, partito «leggero» come si disse subito anche con un po’ d’ironia, quasi a sottolinearne il presunto scarso spessore, è stato e resta il primo tentativo, meglio il primo esperimento italiano di introdurre la dimensione della libertà nella organizzazione della politica. Un esperimento in corso e ancora lontano da risultati soddisfacenti; comunque una testimonianza di sensibilità e una apertura alla modernizzazione. È opportuno evidenziare questi elementi nell’analisi che stiamo svolgendo: essi spiegano perché Forza Italia è nata, perché ha avuto successo nel contesto storico e politico dei primi anni Novanta, perché non lo ha perduto neppure dopo il ribaltone, perché è tornata al governo del Paese. Questa continuità testimonia che c’è un filo politico fortissimo che tiene uniti i suoi elettori. Forza Italia perde più facilmente eletti che elettori, una riflessione che dovrebbe scoraggiare profeti esterni e interni di catastrofi annunziate imminenti e in realtà sempre più improbabili.
Il successo elettorale del 1994 produsse un governo di breve durata. Il dato fu variamente interpretato e la tesi più sprovveduta fu quella del fuoco di paglia, dei voti in libera uscita, vecchia battuta andreottiana riciclata con compiacimento e dimostratasi subito un riferimento sbagliato. Perché Forza Italia ha conservato e persino accresciuto il consenso elettorale e perché la casa madre (quale poi, atteso che delle vecchie case molte erano crollate e quelle rimaste in piedi avevano cambiato il nome della ditta?) non c’è più. C’è la tendenza a individuare nella breve storia del nuovo movimento tre fasi: quella della fondazione, l’altra cosiddetta della traversata nel deserto e infine questa che stiamo vivendo, del partito dopo la vittoria del 2001, della sede di via dell’Umiltà rimasta deserta per via del trasloco dei dirigenti nei palazzi del governo. Come tutte le esemplificazioni, anche questa fornisce una lettura riduttiva di un fenomeno che ha una continuità programmatica da salvaguardare rispetto alla tentazione di tagliarla a fette.
Il processo che non si è compiuto non è quello organizzativo che riguarda il modo di stare insieme al centro e in periferia. Su questo fronte emergono difficoltà di gestione che vengono imputate a Forza Italia, ma coinvolgono ormai l’intera società politica nazionale. Nella verità questo rilievo traduce la constatazione, e pure il rammarico, che «la disciplina non funziona più». Ma la verità della quale occorre farsi una ragione è che la politica oggi, in una società aperta, non può essere regolata con la disciplina. Così andavano le cose quando i partiti erano ideologici e il sistema elettorale era proporzionale. Il maggioritario, che gli italiani individuarono come strada da percorrere per rivitalizzare la politica e che Forza Italia in origine interpretò con inattesa perizia, esige che si svolga un processo culturale e politico insieme. Nelle grandi aggregazioni di forze che si contrappongono, infatti, culture diverse debbono interagire contribuendo ad arricchire il patrimonio complessivo. L’unità politica si costituisce e si cementa quando si definisce il programma comune dell’aggregazione e si seleziona il personale da candidare alla sua realizzazione. È questo il processo che non si è compiuto, in assenza del quale assistiamo alla polverizzazione dei partiti e anche all’aggravarsi di quell’autentica piaga che si chiama trasformismo. Una parte della classe politica oggi recrimina sul sistema elettorale; nella verità dovrebbe recriminare sulla sua incapacità di definire, dopo otto anni, un quadro costituzionale e politico coerente con il sistema elettorale prescelto. Non è colpa del maggioritario, insomma, se gli operatori della politica hanno agito in modo da costituire, invece che due grandi aggregazioni, coalizioni fortemente concorrenziali al loro interno che somigliano a due «pentapartiti»! L’organizzazione non è un elemento neutro rispetto alla politica. Non è per caso che a organizzare i partiti tradizionali più importanti siano state spesso chiamate personalità di grande prestigio sul piano della cultura politica. Ed è impossibile definire un modello organizzativo se prima non è chiara la linea politica. C’è stato in Forza Italia un momento in cui si è pensato che per mettere a regime il partito fosse sufficiente scegliere una specie di buon direttore generale, magari un personaggio con cipiglio aziendalista che non avesse neppure voglia di far carriera, nel senso di diventare deputato o ministro, ma fosse capace di disegnare un organigramma e di farlo funzionare. Non se n’è trovato uno e non se ne troverà mai nessuno, perché la politica ha le sue regole, le sue sensibilità, la sua graduatoria di priorità, il suo modo si svolgere i rapporti e di farli rendere. Il nodo che Forza Italia oggi deve sciogliere perciò è sempre e ancora di natura politica, nel senso che deve individuare la sede nella quale confrontare le idee e selezionare il personale. Il problema non è che i dirigenti della prima ora siano emigrati nei ministeri, piuttosto che dietro di loro non ci siano stati sostituti pronti a prendere il testimone. Non per occupare le sedie vuote, ma per completare e arricchire il progetto politico. L’interruzione d’impegno che lamentiamo e della quale ci preoccupiamo nella realtà testimonia che la crisi della politica ancora non è stata superata. La discontinuità nella gestione è il segnale dell’interruzione del flusso della linfa che deve alimentare prima le idee e poi gli strumenti con i quali esse debbono essere realizzate. Un partito politico oggi, soprattutto in un sistema maggioritario, non segue i percorsi che abbiamo osservato nei lunghi anni che si sono caratterizzati per la mancanza d’alternanza. Allora una impalpabile ma ferrea linea di demarcazione divideva i partiti di governo da quelli di opposizione. È stato sostanzialmente così per cinquant’anni e questo ci ha abituati a ritenere che ci fossero forze politiche specializzate nel governare e altre con la vocazione di esercitare l’opposizione. E ognuno aveva il destino segnato, era costretto a recitare la parte assegnatagli. Ora è obiettivamente diverso: negli otto anni che sono trascorsi dal 1994 Polo e Ulivo si sono alternati nei due ruoli e nessuno pensa più che ci siano partiti solo di governo e partiti solo di opposizione. Occorrono partiti all’altezza dei problemi del Paese: prima era l’ideologia a condizionare la realtà, ora è la realtà che pone ai partiti i problemi. E questi si qualificano per la validità delle soluzioni che propongono. Su questo piano Forza Italia è, al pari degli altri, dentro la transizione, ma è il caso che si scrolli di dosso qualsiasi complesso, anzi deve acquisire consapevolezza della sua originalità, di essere il movimento promotore dei cambiamenti sinora realizzati. È la lotta che forgia i partiti e gli uomini. Costruiamo dei temperamenti, piuttosto che dei presunti specialisti di governo. Potremmo ritrovarci una corposa lista di candidati al collocamento invece che una dinamica classe dirigente.