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Karâma compiuti col permesso di Dio

LIBERAL BIMESTRALE
di Gabriele Mandel
Anno V n. 33 - Dicembre 2005 - Gennaio 2006

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Per la Teologia islamica delle origini, il miracolo era in se stesso un fatto difficilmente accettabile, forse perché considerato un sovvertimento dell’ordine naturale stabilito da Dio, forse per prendere nettamente le distanze da un mondo circostante, quello dell’Impero di Bisanzio, pieno dei fatti miracolistici compiuti da una pletora considerevole di santi. Si accettavano, perché descritti dal Corano, i pochi miracoli compiuti da alcuni Profeti, in particolare quelli di Gesù, sempre puntualizzando che nel Corano lo stesso Gesù avverte che li compiva «con il permesso di Dio» (Corano. 5ª110). Il Corano non cita miracoli compiuti dal Profeta Muhammad, e in effetti l’esegesi ortodossa non gliene attribuisce affatto. Con l’autonomia del mondo islamico dal potere bizantino, con l’ingresso del misticismo nell’Islam a opera dei Sufi, il concetto di miracolo si andò invece riequilibrando, sino a ottenere un effettivo diritto di cittadinanza. Vediamo allora l’interpretazione del miracolo partendo da alcuni dati filologici. In arabo, lingua universale dell’Islam poiché è la lingua del Corano, miracolo si dice karâma, oppure mucjiza. Karâma è il masdar (sostantivo, nome d’azione) del verbo karuma: essere generosi, fare del bene. Così nel linguaggio della teologia significherà piuttosto «carisma», e anche «favore accordato da Dio benevolmente e con abbondanza». Mucjiza (participio attivo della quarta forma del radicale c-J-Z) significa: ciò grazie al quale un profeta confonde i propri avversari, ed è un termine che non figura nel Corano. Con l’affermarsi del Sufismo il termine karâma indicherà specificatamente i prodigi operati dagli «amici di Dio» (âwliyâ’, singolare walî), secondo gli incarichi specifici che Egli dà loro, e si tratta di fatti meravigliosi che intervengono nel mondo fenomenico alterandolo, o anche semplici previsioni, predizioni e lettura di segreti celati nei cuori, mentre mucjiza indicherà specificatamente il miracolo compiuto dai profeti. 
Mucjiza. Per âlTaftâzânî (1322-1390) è ciò che Dio concede ai Suoi profeti affinché possano confondere e vincere i loro avversari, dimostrando così la sincerità dell’inviato stesso. cAdud âlÎjî (1281-1355) ne diede una descrizione esauriente affermando che il miracolo: 1) è un atto di Dio; 2) sovverte il corso abituale delle cose; 3) è impossibile negarlo; 4) è precipuo solo di un inviato di Dio e ne conferma la sincerità; 5) è conforme a ciò che questi annuncia; 6) è compiuto dopo il suo dacwâ (appello rivolto all’umanità perché si converta al bene). Ma ancor più di questo, il principio è che un inviato compie un miracolo quando Dio vuole realizzare la propria volontà per il bene degli esseri umani; chi compie il miracolo è, in effetti, solamente uno strumento passivo. Per quel che riguarda il karâma, la Scuola muctazilita lo negò strenuamente: «Solo Dio conosce il Mistero», e all’essere umano non è possibile penetrarlo; si tratta quindi di intuizioni, percezioni, vedi addirittura di aberrazioni dovute a disfunzioni psichiche, e nulla più. Vicina a questa Scuola quella âshcarita, che condannò i miracoli ma li ritenne autentici. Di opinione ben diversa la compagine shicita, per la quale invece i miracoli sono caratteristica specifica e azione costante dei grandi Â’immâ (plurale di îmâm) impeccabili, e solamente loro: Â’immâ dalla conoscenza e, quindi, dall’azione perfette. Per i filosofi, vale soprattutto la posizione del grande medico turco Îbn Sînâ, che collocò i miracoli «nel determinismo esistenziale dell’emanazione necessaria e voluta». Secondo i filosofi, infatti, Profeti e mistici compiono miracoli perché hanno raggiunto la perfezione della natura umana e in ragione della loro forza spirituale che trasupera i limiti della materia fenomenica. Ad esempio: le percezioni ottenute con il dhikr (il rituale specifico dei Sufi), lo stato estatico che i mistici ne conseguono li pongono di là dalla natura materiale dell’essere e del non essere, e concependo la natura prima che diventi materia (ossia quando è ancora energia congiunta alle leggi divine che la rendono appunto una serie di «sostanze materiali») vi possono intervenire con consapevolezza. 
I Sufi invece credono fermamente nei «prodigi dei Maestri» (karâmât âlÂwliyâ’). Ferma restando, soprattutto per i sunniti, la distinzione fra karâma e mucjiza, molti sono i testi sufi che ne parlano specificatamente, ad esempio, tra i primi, il Kitâb âlLumac di âlSarrâj (906-988); la Risâla Qushayriyya di âlQushayrî (986-1072); il Kashf âlMahjûb di âlHujwîrî (987-1076), il quale ad esempio definì il miracolo: «La manifestazione di un fenomeno eccezionale e spontaneo in una persona che non rivendica la profezia, ma che ha luogo sulla base dell’intensità della sua fede e della rarefazione spirituale delle sue acquisizioni del sapere». In particolare uno dei primi esegeti del Sufismo, âlKalâbâdhî (907-995) afferma nel suo Kitab âlTacarruf: «Fermo restando che non è il miracolo che fa di un essere umano un profeta, i carismi dei santi che tutti considerano miracoli non sono in effetti il camminare sulle acque, il parlare agli animali, il percorrere in un istante grandi distanze [...], tutt’altro. Quando un carisma accordato da Dio si manifesta loro si umiliano e si sottomettono a Lui ancor di più, disprezzano ancor più la loro stessa persona, e considerano ancor più di essere totalmente sottomessi a Dio. Ciò aumenta in loro la disciplina, li fortifica nei loro sforzi spirituali e li rende ancor più riconoscenti a Dio per ciò che Questi ha donato loro [...] e mentre i profeti sono sicuri di entrare in Paradiso i santi, anche se possono compiere miracoli, ne dubitano costantemente». Quindi il sufi che può compiere miracoli cerca di non farli pubblicamente, a differenza della specifica necessità dei profeti; egli rimane del tutto umile davanti a questo «potere», ricusandolo per quanto possibile e usandolo solo quanto sente l’ordine superiore di doverlo fare. Non se ne inorgoglisce, pertanto, e questo è un segno del suo sentimento mistico pienamente autentico. Non se ne attribuisce il merito e ancor meno desidera possedere questa capacità. Anzi, ne deve addirittura diffidare, poiché potrebbe anche essere o una tentazione diabolica (fitna), o un attaccamento terreno in grado di ostacolare l’ascesa mistica. Va considerato in effetti che il primo dei motti formativi del sufi sulla Via è: «Nel mondo ma non del mondo, nulla possedendo e da nulla essendo posseduti». Un solo sufi, comunque, è noto per aver compiuto miracoli pubblicamente: Mansûr âlHallâj (857 c.-922) certo uno dei più rappresentativi Maestri e poeti mistici del Sufismo. Molti dei suoi miracoli sono riportati nell’Âkhbâr âlHallâj (I Detti di âlHallâj) di cui pubblicai la traduzione nel 1980. Un altro grande Maestro e poeta mistico, Jalâl âlDîn Rûmî (1207-1273), nel suo Fîhi-mâ-fîhi scrisse appunto un passo ben chiarificatore: «Che qualcuno vada da qui alla Kacaba in un giorno o in un solo istante, non è né un prodigio né un miracolo: lo fa ogni giorno il vento, che in un solo istante va dovunque. Miracolo è passare da uno stato di consapevolezza inferiore a uno stato di consapevolezza superiore, e viaggiare dall’ignoranza all’illuminazione, dallo stato amorfo alla vera vita, come cercano di fare i sufi».
Spigolando nella Saggezza dei Profeti (Fusûs âlHikam) di uno dei più grandi teologi musulmani, Muhyî âlDîn âlcArabî (1165-1240), leggiamo: «Gesù risuscitava i morti poiché vi era in lui lo Spirito divino. Dio solo dà la vita, mentre il soffio era di Gesù; così come il soffio insufflato su Maria era di Gabriele, mentre il Verbo veniva da Dio. Per questo motivo la resurrezione dei morti è veramente un’azione compiuta da Gesù poiché emanava dal suo soffio, così come lui stesso emanava dalla forma di sua madre; ma di fatto solo in apparenza la resurrezione fu operata da lui, giacché è un atto essenzialmente divino [...]. Lo stesso è per la guarigione del cieco nato e del lebbroso e per ogni altra azione miracolosa compiuta da Gesù, da un lato, e con il permesso di Dio dall’altro, secondo le parole «col permesso di Dio» che il Corano sovente dice (Corano, 5ª110). E così, dicono i Sufi, penetrando nel nostro inconscio potremo trovare le forze che, superiori a quelle del conscio - primitive, originarie - possono porci in grado di compiere grandi cose (la fede che sposta le montagne, la forza dell’odio o dell’amore). Forze con le quali la nostra parte conscia entra in contatto (e non sappiamo per lo più come); allora si compie il miracolo, abbiamo l’inimitabile vita dell’asceta, e persone ignoranti si trovano in grado di parlare lingue o di sapere cose straordinariamente superiori. Lo si può constatare durante una seduta medianica pur che sia autentica e onesta, anche se non sappiamo a che cosa ciò sia effettivamente dovuto. Nella vita usuale questo contatto non ha luogo, ma la pratica della «Meditazione con la parola» ci fornisce un mezzo, grazie al quale si può stabilire volutamente un interscambio tra l’archeopsiche e la neopsiche (o inconscio e io). Si apre allora per un attimo un minuscolo spiraglio nel diaframma che separa i due tipi di manifestazioni psichiche. Continuando nell’esercizio, questo spiraglio si allarga, e l’attimo iniziale può diventare un lasso di tempo percettibile. Durante questo lasso di tempo, le ingenti forze dell’inconscio penetrano nel corpo fisico e, senza tener conto dei desideri e delle indicazioni della mente conscia, si dispongono là dove la loro presenza è più necessaria. 
Per attuare tutto ciò il Sufismo ha messo a punto lungo i secoli il suo rito particolare, il dhikr, durante il quale il sufi raggiunge stati estatici e acquisisce nozioni e percezioni di là dalla realtà fenomenica; ma potrei concludere con un altro detto dei Sufi: «Un grande Maestro sufi sa compiere miracoli: è per questo che non ne fa mai». Ma credo che ciò risulti più evidente attraverso il racconto di una novelletta sufi (infatti i Sufi amano veicolare le loro verità attraverso novellette come parabole). Un celebre Maestro sufi di città si recava in pellegrinaggio con i suoi allievi. Giunse sulle rive di un fiume alla casa di un Maestro sufi di campagna che vi soggiornava con i propri allievi, e tutti vi furono ospitati. Al momento di riprendere il cammino, il Maestro di città disse al Maestro di campagna: «Occorre attraversare il fiume, e allora ti faccio vedere la potenza di noi Maestri di città. Sta’ a guardare». Pronunciate alcune parole segrete, fece dei gesti ed ecco a poco a poco dalle due rive del fiume innalzarsi due montagnole di Terra che si unirono al centro formando un ponte, e su quello Maestro di città, maestro di campagna e relativi allievi passarono giungendo all’altra sponda dove, con altre parole e gesti, il Maestro di città fece sparire il ponte e le due rive tornarono come prima. Poi il Maestro di città fece all’altro: «Hai visto? Hai visto che importante miracolo ho fatto?»; al che il Maestro di campagna rispose: «Sì, ma che necessità c’era di tutto questo? Con due monete di bronzo il traghettatore con la sua barca ci avrebbe portato sull’altra riva del fiume più semplicemente, e senza tante storie»

 

 
 

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