Forza Italia è nata nel quadro di una ribellione dell’elettorato democristiano alla sinistra democristiana che dal 1954 dominava il partito. La ribellione si è manifestata nel voto dell’area prealpina, una zona tradizionalmente democristiana, per la Lega Nord: e ha avuto come presupposto il crollo della Dc moderata sotto i colpi delle procure milanesi, mentre la sinistra democristiana trattava con Martinazzoli un governo diretto dal segretario del Pds, Achille Occhetto. E i dorotei crollarono male, non ci fu una figura che esprimesse la dignità nella sconfitta e nella persecuzione giudiziaria; in ciò furono molto diversi dai socialisti che, con Craxi tennero botta; e persino con il suicidio, di Moroni e Cagliari, testimoniarono la differenze della loro persona dall’immagine che ne dava il noto circuito mediatico-giudiziario. Forza Italia sostituisce la Dc moderata e il Psi e raccoglie l’identità di entrambi i partiti. Dalla Dc raccoglie l’eredità del rapporto con il mondo cattolico e con la tradizione sturziana. È in questa chiave che il partito si è interpretato come partito cattolico liberale, leggendosi come interno alla storia del mondo cattolico italiano. Questa cattolicità di Forza Italia si è manifestata col fatto che essa ha offerto alla Chiesa un modello di rapporto con la politica che non si fondava più sul «partito cristiano», ma sull’accettazione della posizione cattolica su singoli temi, come la scuola, la famiglia, la bioetica. Con ciò Forza Italia si rifaceva a un modello di partito cattolico ma non confessionale che era stato il modello di partito creato da don Sturzo con l’appello «ai liberi e ai forti» da cui nel 1919, era nato il Partito popolare italiano. Tuttavia Forza Italia è un partito assai diverso dal partito di Sturzo, il Partito popolare era «aconfessionale», ma «fra cattolici» e supponeva l’appoggio delle organizzazioni cattoliche: dipendeva quindi direttamente dalla gerarchia ecclesiastica, ciò apparve chiaro nella fine del Partito popolare dopo l’avvento del fascismo al potere. Forza Italia è invece nata da un rapporto diretto di Silvio Berlusconi con l’elettorato e nulla doveva all’appoggio del mondo cattolico. Tutt’altro. Nel 1994, nonostante la procura milanese, i vescovi italiani erano rimasti fedeli alla Dc: e avevano mantenuto, con il Partito popolare di Martinazzoli, il sostegno abituale dell’unità dei cattolici, cioè l’invito ai cattolici a votare democristiano; e ciò, nonostante che Martinazzoli fosse alleato con i postcomunisti. L’«unità dei cattolici» aveva perso ogni significato dottrinale oltre che ogni consistenza politica. I cattolici che votarono Forza Italia e i suoi alleati disubbidirono ai vescovi. Il cattolicesimo liberale nasceva sostenendo un conflitto con la gerarchia ecclesiastica. Forza Italia poteva definirsi un partito cattolico, liberale, laico in senso cattolico (oltre la formula sturziana di aconfessionalità) e certamente non laicista. Forza Italia, riprende in modo interamente nuovo la posizione dei cattolici del Risorgimento che erano stati liberali prima che democratici (mentre il movimento cattolico dopo il 1870 era stato più democratico e sociale che liberale).
Questa linea cattolico-liberale era tanto più rilevante in quanto il mondo cattolico italiano sotto la gestione politica della sinistra democristiana era diventato sempre più di sinistra e persino antioccidentale. E, a partire dal ’98, una svolta in senso tradizionale avviene in Vaticano, con l’enciclica Fides et ratio, che riporta in auge nella Chiesa la dottrina di San Tommaso e quindi il concetto di legge naturale sulla cui base si è costituita la tradizione liberale dell’Occidente. E ciò avveniva sotto una diretta spinta papale: Giovanni Paolo II non poteva sicuramente trovarsi a suo agio con la sistemazione a sinistra della Chiesa italiana con la coalizione dell’Ulivo. Il Papa sosteneva l’identità delle nazioni europee come parti della cristianità e ciò poteva convenire bene a una linea cattolico-liberale che si era mossa, in Italia come in Polonia, sulla base del concetto romantico di nazione. L’affinità tra Risorgimento italiano e Risorgimento polacco era evidente nel fatto che il Papa era l’unico ecclesiastico italiano a parlare dell’Italia come nazione e come vocazione nazionale. E perciò esistite tra Giovanni Paolo II e Silvio Berlusconi una convergenza obiettiva che ha la base sull’affinità nella cultura romantica delle nazioni comune a Risorgimento italiano e al Risorgimento polacco. Berlusconi ha assunto la tenue forma di una squadra di calcio, l’unica occasione, dopo gli sforzi congiunti di fascismo e di antifascismo, in cui fosse pacifico per gli italiani sventolare la bandiera nazionale, il tricolore. È stato così possibile che l’episcopato italiano, molto conciliare, uscisse dal democristianismo e dal sinistrismo e accettasse l’idea di schierarsi per tematiche e non per partiti. La neutralità episcopale, dal’99 in poi, ha contribuito a radicare Forza Italia nel Paese, dando alla Chiesa la sicurezza di avere nelle singole questioni, un sostanziale appoggio della nuova maggioranza e del governo Berlusconi. Forza Italia ha sostituito la Dc: Forza Italia e la sua coalizione, non gli altri partiti della coalizione. Il Vaticano non avrebbe potuto riconoscersi, né in un partito postfascista, né in un partito postdemocristiano. Ma determinante per Forza Italia è stato anche il contributo socialista. Bettino Craxi e Sandro Pertini avevano rilanciato il senso nazionale e, non a caso, le bandiere italiane erano ricomparse alla vittoria del Mundial nel 1982. E avevano dato un contributo determinante alla soluzione del problema ecclesiastico, sostituendo con la propria firma democratica quella di Mussolini sul Concordato lateranense. Inoltre Craxi aveva fatto del proprio partito il riferimento occidentale dell’Italia. Inoltre aveva posto il problema della «departitizzazione» delle istituzioni con il presidenzialismo. Sul piano del contenuto delle politiche, il Psi di Craxi fu l’immediato antecedente di Forza Italia, che però rinnovò del tutto, rispetto al Psi, la figura del partito e la forma della politica.
Forza Italia è nata da un cambio culturale nel Paese che non si riconosceva più nella figura dei partiti democratici. Per i partiti democratici la democrazia era il tutto della politica: l’elettorato non pensava più così. Non pensava più che la scelta politica fosse una scelta ideologica, uno schieramento attorno a dei principi: non accettava più questa linea di oblatività dell’elettorato rispetto ai partiti. Voleva cioè una risposta della politica e delle istituzioni ai problemi della società, la società italiana, che era divenuta matura e complessa, che si articolava in singoli e gruppi, ciascuno dei quali puntava al riconoscimento della propria realtà. La democrazia diveniva non un valore politico ma un mezzo politico, la libertà non era più un ideale astratto diveniva la realtà concreta delle libertà. La fine del comunismo toglieva la grande religione atea della Rivoluzione dallo scenario dei riferimenti culturali, la globalizzazione determinava una condizione di competizione a tutti i livelli, l’adozione dell’euro escludeva ogni manovra sulla moneta e imponeva limiti strutturali alla politica di bilancio. Ciò riduceva lo spazio dei singoli Stati per le politiche sociali e assistenziali. Cadeva la funzione di redistribuzione del reddito propria degli Stati europei nel Novecento, qualunque fosse il loro colore politico: e su questa funzione dello Stato sociale si erano organizzati i partiti, usando le politiche sociali come fabbrica del consenso democratico. L’economia, il mercato, le istituzioni e quindi i problemi reali obbligavano il sistema democratico a orientarsi sul linguaggio dei problemi reali. Ciò cambiava la figura dei partiti, subordinandoli sia alla società civile che alle istituzioni. Forza Italia ha espresso la nuova realtà del partito e ha imposto questa realtà anche agli altri. Il modo della genesi di Forza Italia da solo indica quanto fosse diversa dai partiti precedenti. Essa è nata da un nesso diretto tra Berlusconi e gli elettori nell’inesistenza del partito. Un’organizzazione di pubblicitari, di cui Marcello Dell’Utri aveva nutrito la cultura generale e la cultura politica, Publitalia, era stato il tenue solido filo organizzativo che aveva strutturato la presentazione delle candidature. Accanto alle liste era sorta, dal generale entusiasmo, una rete di migliaia di club, frutto di iniziative spontanee. Forza Italia affrontò il problema della forma partito, solo nel ’97, quando l’incarico organizzativo nazionale venne affidato al postdemocristiano di Imperia, Claudio Scajola. Nacque così un partito presidenziale in cui la chiave organizzativa e politica sono i coordinatori regionali, di nomina presidenziale, mentre a livello di comune, di città metropolitana, di provincia, esistono coordinatori eletti dai propri congressi. Il sistema si è rivelato necessario, anche se non sufficiente, per risolvere due problemi storici dei partiti: l’equilibrio tra i vari dirigenti locali e il controllo del tesseramento. Tuttavia ben 42 provincie commissariate indicano le difficoltà del partito. Ciò è aggravato dal fatto che alcuni parlamentari non vengono scelti in funzione del radicamento ma del loro significato politico nazionale e tutti debbono il loro seggio non a se stessi ma all’azione di Silvio Berlusconi. Questo però rappresenta dei vantaggi per l’azione parlamentare, che diviene il principale compito dei deputati e dei senatori. La delocalizzazione dei parlamentari consente al partito una vita propria. Il compito del radicamento viene affidato ai consiglieri regionali e ad altri consiglieri locali. I coordinatori regionali sono spesso parlamentari. Esiste una voluta sconnessione tra il livello locale e il livello nazionale. L’inceppamento del sistema, visibile nei commissariamenti, non è dovuto al sistema, ma al fatto che il totale impegno nel governo di tanti dirigenti nazionali ha svuotato letteralmente via dell’Umiltà, la sede nazionale del partito. Non è detto che la sconnessione possa durare indefinitamente, il partito è stato pensato in funzione di un fatto straordinario come il carisma di Berlusconi. Nessuno in Forza Italia possiede parte di quel carisma. E inoltre il pensiero di un partito di libertà, liberale in senso pieno, corrisponde più agli under 30, cioè alla Berlusconi generation, nata alla coscienza politica dopo la fine della prima Repubblica. Se la struttura nazionale dovesse tornare a funzionare, la vera chance di Forza Italia sarebbe quella di consegnare il partito alla generazione nata politicamente con il partito.