Quale il patrimonio genetico di Forza Italia, la sua identità, all’alba della sua terza fase, quella del «partito di governo»? Penso che ricostruirne i passaggi, attraverso una breve rilettura della genesi del movimento azzurro, ci aiuti ad affrontare l’analisi delle sue prospettive d’avvenire, a ipotizzare il futuro assetto del partito di governo. È indubbio che - al di là delle scontate allusioni al «culto della personalità» - l’identità di Forza Italia trova origine e alimento nella personalità e nella stessa biografia di Silvio Berlusconi. Nella fase del suo stato nascente, infatti, il movimento fa compiere al sistema politico italiano - sulle ali del dibattito sulle riforme istituzionali - maggioritario, presidenzialismo, federalismo – il definitivo salto verso la «personalizzazione della politica». L’identificazione tra partito e leader già anticipata - e combattuta soprattutto a sinistra, ma non solo - dal Psi di Bettino Craxi trova ora tre nuovi punti forti: il crollo delle ideologie politiche tradizionali; il crollo del vecchio sistema dei partiti; la crisi dell’attività e della esperienza politica tradizionale. Silvio Berlusconi inventa Forza Italia e l’identificazione non nasce tanto (o soltanto) perché ne è il fondatore, quanto perché egli raccoglie nella sua biografia imprenditoriale, nella sua storia umana e professionale, le aspettative che il popolo italiano vuole fortemente coltivare, all’indomani dello smarrimento per il crollo della «prima repubblica». La sua credibilità tra la gente non è paragonabile a quella di alcun politico. E rappresenta per gli italiani la prova concreta di poter realizzare con successo le proprie ambizioni, siano esse politiche, economiche, sociali o culturali. Silvio Berlusconi non proviene infatti da una dinastia di imprenditori: è un self made man, un «uomo nuovo» tanto sul versante del tessuto e delle relazioni economiche, quanto - e ancor di più - su quello della politica tradizionale. E nuovi - relativamente al patrimonio della cultura di impresa italiana - sono anche i mercati e i contenuti della sua carriera di imprenditore: il mondo dei media e delle tv, fino alla sua comparsa vero e proprio puntello dello statalismo culturale e politico italiano. E si delinea così il carattere di Forza Italia: un partito popolare di massa che non deriva dalle ideologie della tradizione politica italiana, che si dispiega sul territorio attraverso i club all’interno dei quali si compie un vero e proprio processo di nuova formazione politica delle persone. Un movimento che non è erede di altri partiti, ma nel cui Dna vivono valori e culture della tradizione cattolica, liberale, riformista e socialista repubblicana: valori che avevano guidato cinquant’anni di democrazia italiana del dopoguerra. Così come Berlusconi non appartiene al ceto politico tradizionale, Forza Italia è estranea alla partitocrazia, è un movimento politico composto prevalentemente da uomini e donne provenienti dalla società civile, dalle professioni del mondo del lavoro. Ci troviamo così di fronte a un non previsto ingresso sulla scena politica di due soggetti: leader e movimento, capaci di declinare le forme e i linguaggi della nuova democrazia italiana. Dal ricorso a una simbologia dell’identità italiana, alla lingua semplice e diretta della vita quotidiana, al singolare cursus honorum che non conosce le tappe dell’appartenenza alle formazioni dell’«arco costituzionale». Fino alla metafora sportiva della «discesa in campo» che coincide, in Berlusconi, con l’esperienza di trionfi e affermazioni nel calcio internazionale. La straordinarietà dell’affermazione del ’94 è confermata anche da un indicatore per così dire scientifico: l’impulso che il fenomeno Berlusconi-Forza Italia imprime alle ricerche accademiche nel settore, fino ad allora gracile, della comunicazione politica. La fase del movimento troverà presto una brusca frenata nella reazione del sistema politico tradizionale, nella inevitabile fragilità dell’alleanza politica che aveva dato origine al vittorioso cartello elettorale, nei governi del presidente. Ma anche nella contraddizione tra il possesso della freschezza e del dinamismo della società civile, da un lato e l’inesperienza sulle regole del gioco che ancora sembravano appannaggio del ceto politico tradizionale. L’allontanamento dal governo, le nuove elezioni del ’96 costruite su misura per la vittoria della sinistra, grazie anche a qualche significativa attenzione di alto livello istituzionale (dalla cosiddetta par condicio al consolidarsi delle iniziative giudiziarie), l’assenza di un tessuto radicato nel territorio segnano la fase della crisi, ma offrono pure la severa misura della distanza che separa il movimento dalla sua istituzione. È la traversata del deserto, fino all’aprile del 2001, la terza fase del «partito di governo». Forza Italia ha saputo essere contenitore politico post-ideologico, Sammelpartei, cioè vero e proprio «partito di raccolta» tenuto insieme dal collante dell’ideale della libertà - coniugato con l’anti-comunismo democratico - e dall’obiettivo di un benessere diffuso, una crescita verso l’alto di tutti i cittadini. Ha saputo interpretare e incanalare la pulsione presidenzialista anche e soprattutto dopo la sconfitta del ’96, quando bisognava saper adattare il movimento al contesto del sistema politico, mantenendo intatta tutta la forza originaria della diversificazione da quel sistema. Un certosino e meritorio lavoro di organizzazione della struttura interna, una presenza capillare sul territorio dopo le dure repliche delle prime elezioni amministrative, l’apertura del movimento all’intelligenza migliore della tradizione politica dell’Italia repubblicana (cattolica, laica, socialista), la scuola quotidiana dei lavori parlamentari dai banchi dell’opposizione e la forte e riconosciuta leadership del presidente Berlusconi: questi gli ingredienti strutturali che hanno trasformato il «partito di plastica» - così definito da una ingenerosa formula di un critico opinionista - nel primo partito italiano, partito di governo ed espressione della leadership istituzionale.
Alla fase inebriante per la vittoria è seguito un fisiologico cambio dei quadri politici del movimento, passati a responsabilità di governo e l’inevitabile stallo momentaneo di un movimento non ancora del tutto consolidato e forse inesperto nell’affrontare compiutamente una lunga e strutturata fase governativa. L’impegno di Forza Italia deve poi fare i conti con il bagaglio di responsabilità che deriva dall’essere prima forza di governo e quindi principale supporto e riferimento politico per il governo e per i suoi elettori. E ancora paga lo scotto della sua recente costituzione, della incompleta trasformazione da comitato elettorale a partito permanente. Per giungere a una completa maturità politica vi è dunque la necessità di far crescere il modello attuale, coniugando la fase originaria con quella di governo, passando attraverso una nuova articolazione della struttura organizzativa, con metodi innovativi di valutazione e comunicazione e con la creazione di una struttura dedicata allo sviluppo culturale-formativo. Siamo entrati in uno stadio «neocostituente» e non possiamo - per quanto possa apparire scontato - non ricorrere, prima di tutto, a un richiamo all’unità contro la tentazione delle divisioni; soprattutto in un passaggio difficile, quale l’attuale, che vede l’Italia impegnata in nuove responsabilità e scenari internazionali, mentre la macchina dell’economia europea, ma anche nazionale, procede a ritmo alterno e ancora insoddisfacente. Ma gli appelli all’unità e alla solidarietà rimarrebbero sterili se non li agganciassimo a nuove idee e a una efficace struttura del nostro credo politico. È opportuno allora ripensare e rilanciare una comunicazione interna tra rappresentanza di governo e gruppi parlamentari, da un lato, e struttura territoriale e periferica, dall’altro. L’obiettivo: contribuire a far viaggiare i contenuti dell’azione di governo e delle iniziative parlamentari, ma anche raccogliere idee e testare continuativamente - dal basso e dalla «base» - il sentire della gente; creando così una vera e propria corporate identity dinamica, che potrebbe giovarsi di un house organ interattivo aperto a tutto il partito. Ne deriverebbe una maggiore valorizzazione e un più concreto coinvolgimento della classe dirigente periferica che spesso lamenta la distanza dal coordinamento nazionale. Credo inoltre che sia necessario promuovere una maggiore presenza dei responsabili nazionali, dei parlamentari, di noi esponenti di governo, alle attività e alle iniziative dei coordinamenti e degli enti locali periferici. Sul versante della comunicazione esterna - del movimento, non meno che dell’azione di governo - dobbiamo incrementare l’intensità di comunicazione, non soltanto attraverso i media vicini o attenti a registrare i nostri propositi politici. È importante considerare, infatti, anche la prospettiva di poter disporre di strumenti di informazione più incisivi; procedendo a una analisi del mercato della notizia politica e dei suoi pubblici. Una pluralità di iniziative - anche settoriali e personalizzate - potrebbe rappresentare una prima risposta e una prima iniziativa di radicamento in vista di traguardi più impegnativi.
Il punto che mi preme di più è quello della formazione, che può rivelarsi come fondamentale occasione per quel salto di qualità anche culturale che abbiamo il dovere di promuovere e che i cittadini aspettano. La stessa tessera di Forza Italia non dovrebbe, a mio parere, rappresentare per l’iscritto solo la condivisione di un ideale politico e il diritto a partecipare, con il voto, alle forme della democrazia interna. La tessera dovrebbe essere accompagnata dalla proposta di una serie di servizi offerti al cittadino: tra questi, l’accesso a una formazione culturale (politica e amministrativa) non episodica, non convenzionale, costante e fondata sulla reciprocità. L’idea di proporre e sviluppare una formazione politica originale - un ateneo delle libertà - ci consentirebbe di cogliere numerosi obiettivi. Vediamone alcuni.
- Sistematizzare e istituzionalizzare i valori della nostra appartenenza in un manifesto della cultura politica di Forza Italia.
- Creare e istituire un vero e proprio circuito delle esperienze di governo presso i nostri iscritti, a cominciare dai più giovani, offrendo loro l’occasione di incontro e di scambio con l’esperienza di donne e uomini del governo centrale e locale (secondo l’asse della sussidiarietà verticale che caratterizza ormai la nostra architettura istituzionale).
- Coniugare, inoltre, gli aspetti tradizionali della formazione con occasioni di esperienze dal vivo, la partecipazione - ad esempio - a stages dove si compie fattivamente l’attività politica e amministrativa.
- Potenziare e «normalizzare» il terreno di confronto tra dirigenti e iscritti a Forza Italia e le strutture istituzionali e sociali, da quelle amministrative e costituzionali a quelle dei sindacati: un terreno su cui, per decenni, sia la Dc sia il Pci avevano, con forme e risultati pur diversi, entrambi fortemente investito.
Dobbiamo creare in definitiva delle occasioni di incontro, di studio e di pratica - caratteristiche di una formazione completa - che offra elementi seri per una valutazione serena che ci riporti al talento e al merito. La guida di una società complessa ha bisogno di nuove energie e nuovi strumenti. Noi abbiamo il compito e la responsabilità di offrire al giudizio degli elettori il nostro incessante impegno e sforzo per garantire un’Italia migliore, con la certezza di poter contare sui migliori, giovani donne e uomini liberi e concreti, per intelligenza, abnegazione e dedizione. Dobbiamo farlo presto.