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Il partito di governo

LIBERAL BIMESTRALE
di Claudio Scajola

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

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Allorché nel 1994, con un discorso televisivo destinato a diventare celebre, Silvio Berlusconi annunciò quella che lui stesso definì la propria «discesa in campo», furono i molti, fra i politici e fra i commentatori di cose politiche, a esprimere ironia o scetticismo, e comunque la convinzione che il tentativo avesse poche o nessuna prospettiva davanti a sé. Quattro mesi dopo, Berlusconi era presidente del Consiglio e il movimento da lui fondato, Forza Italia, era diventato il primo partito italiano e tale sarebbe rimasto, più o meno stabilmente, fino a oggi. A proposito di quelle vicende, si è spesso usata, più o meno appropriatamente, la parola «miracolo». E in effetti, se non di miracolo, certamente si è trattato di una vicenda del tutto nuova nella storia politica moderna in Italia, e direi in tutt’Europa. Vi sono, in effetti, in Paesi diversi dall’Italia, altri esempi di brillanti risultati ottenuti da forze politiche più o meno improvvisate, ma hanno caratteristiche completamente diverse. Almeno due differenze, fra loro legate, sono evidenti. La prima è che si tratta di successi effimeri: alle elezioni successive abitualmente questi partiti subiscono un netto ridimensionamento, preludio di solito alla loro dissoluzione o alla riduzione a dimensioni marginali. La seconda è che si tratta abitualmente di partiti «antisistema», marcatamente populisti, che si collocano all’estremo, e non certo al centro, dello spettro politico-parlamentare: sono portatori di contenuti e di un linguaggio in qualche modo eversivo e attirano principalmente un voto di protesta. Forza Italia, dal principio, è stata tutto il contrario. Proprio per questo, la storia del movimento guidato da Berlusconi è un unicum che meriterà di essere studiato dai politologi del futuro. Se miracolo è stato, è stato un miracolo doppio, organizzativo (quello paradossalmente meno difficile) e politico-culturale. Organizzativo perché solo chi ha provato a farlo, può immaginare cosa significhi in poche settimane assicurare una sia pure minima presenza sul territorio, selezionare dei candidati, presentare delle liste, gestire una campagna elettorale, e poi scegliere una squadra di governo, organizzare il lavoro parlamentare per affrontare scontri politici durissimi e così via. È senz’altro un’impresa straordinaria. Ma il «miracolo» politico-culturale era ancora più difficile da realizzare, ed è stata la grande intuizione, il grande atto di coraggio per il quale la discesa in campo di Berlusconi rappresenta il vero punto di svolta della politica italiana. In un momento di generale crisi della politica Berlusconi ha saputo raccogliere quelle che erano state le grandi, e per molto tempo illustri, tradizioni della cultura politica italiana, quella cattolica, quella liberale, quella del socialismo riformista, da sempre fra loro competitive, anche se condannate a convivere, nelle loro espressioni partitiche, all’interno di governi di coalizione instabili e competitivi. C’è di più: Forza Italia non è la semplice sommatoria di questi filoni, di queste eredità frammentate e disperse, è una sintesi originale, nella quale hanno posto estrazioni culturali diverse, ma il progetto è omogeneo. È un grande tentativo di fare dell’Italia uno Stato moderno, e cioè di riportare le istituzioni, sul piano dell’efficienza e su quello delle garanzie, all’altezza di una società civile che si è trasformata per conto proprio, talvolta malgrado lo Stato, e che sempre più ha l’Europa come punto di riferimento e parametro di giudizio. In questo grande tentativo, altra novità importantissima, sono stati coinvolti ceti che tradizionalmente erano ai margini dei processi politici. Larghi settori dell’opinione pubblica moderata, che da molto tempo si erano allontanati da ogni forma di impegno politico diretto, rifugiandosi nell’astensionismo, o continuando a votare le forze politiche del pentapartito solo con rassegnazione e come minore dei mali, sono diventati forse per la prima volta in Italia soggetto protagonista, serbatoio di una classe dirigente non più soltanto nelle attività economiche, ma nella vita istituzionale del Paese.
È un segmento sociale e culturale che per comodità si è soliti definire moderato, ma che non è certamente conservatore dell’esistente: alieno dalle soluzioni estreme, e capace di temperare con il buon senso e la concretezza qualsiasi dogmatismo ideologico, è tuttavia assai attento all’innovazione, e spesso protagonista del cambiamento. Il «popolo delle partite Iva», col il quale si è spesso identificato l’elettorato di Berlusconi, è stato notoriamente artefice di una delle più profonde trasformazioni produttive, sociali, culturali e anche dei modelli di comportamento che abbiano caratterizzato la società italiana. Ma anche questa è una visione riduttiva, troppo schematica: la società civile che trova espressione in Forza Italia è sociologicamente complessa, è fatta anche di lavoratori dipendenti, di pubblico impiego, di giovani in cerca di prima occupazione, di casalinghe, di anziani. La grande intuizione di Berlusconi è stata quella di intercettare un sentire diffuso, trasversale, «interclassista» si sarebbe detto una volta; di dare una risposta convincente a un bisogno di stabilità e insieme di cambiamento, senza che i due concetti si pongano in conflitto. Forse solo la Dc nei suoi anni migliori ha saputo svolgere in Italia una funzione in qualche modo simile.
I commentatori che non capirono allora le straordinarie potenzialità dell’appello che Silvio Berlusconi rivolse agli italiani, non hanno mai capito successivamente le ragioni - che ho provato in estrema sintesi a delineare - per le quali Forza Italia è diventata una realtà stabile, e vincente, del panorama politico italiano. Questo equivoco ha portato a sua volta a preconizzare una rapida dissoluzione di un partito nato in circostanze oggettivamente del tutto anomale, e che ha a lungo risentito di tale anomalia nella sua struttura e organizzazione interna. Non vi è dubbio che nel 1994, nonostante lo straordinario successo, non fosse possibile supplire in poche settimane all’assenza di un consolidato radicamento sul territorio, come non vi è dubbio che una classe parlamentare e di governo necessariamente improvvisata, con provenienze e culture diverse, senza avere avuto il tempo di amalgamarsi e di trovare un’omogeneità, fosse un fattore di debolezza. Sarebbe stato impossibile d’altronde, allora, fare di più e di meglio. Decisivi sono stati gli anni della «traversata del deserto», all’opposizione, quando i soliti commentatori immaginavano la prossima dissoluzione di Forza Italia, sotto la duplice spinta della sconfitta elettorale del 1996 (conseguenza di errori di tattica, non di prospettiva politica) e della crescente pressione di inchieste giudiziarie palesemente strumentali e strumentalizzate. In quegli anni, come è noto, si è lavorato per trasformare quel Movimento d’opinione spontaneo, dai contorni indefiniti, che si era aggregato intorno a Berlusconi, in un partito organizzato, basato sulle regole, sulla democrazia interna, sul radicamento territoriale. Questo processo non soltanto non è ovviamente mai stato in contrasto con la leadership di Berlusconi, che è un dato del tutto ovvio in un partito come Forza Italia, ma è stato da lui stesso voluto, indirizzato, sostenuto attivamente. È stato ancora una volta un atto di grande coraggio intellettuale: contro le apparenze e forse anche le convenienze immediate, il fondatore di Forza Italia ha continuato a credere non soltanto nella giustezza dell’intuizione, della scommessa con la quale aveva dato vita al partito, ma nell’utilità e nell’importanza di un impegno organizzativo per consolidare uno strumento politico ancora molto giovane e in parte incompiuto. Chi ha partecipato a quella stagione difficile ma entusiasmante sa quanto Berlusconi sia stato quotidianamente presente, seguendo passo dopo passo la trasformazione di Forza Italia.
Nel 2001 si è compiuto un processo che si era avviato già nel 1999 con le elezioni europee e soprattutto nel 2000 con le amministrative. Il ceto politico che nel 1994 aveva partecipato alla scommessa di Berlusconi, che lo aveva seguito negli anni più difficili, che attraverso questo processo si era allargato, consolidato, maturato sul piano dell’esperienza e della consapevolezza, diventava classe di governo del Paese, prima nelle amministrazioni locali e poi a livello nazionale. Qualcuno ha osservato giustamente che si è trattato per la prima volta in Italia, dopo la caduta del fascismo, di un cambio profondo, tanto profondo di classe dirigente. Questa che si è aperta è, a tutti gli effetti, una «terza fase» ancora tutta da definire. Forza Italia si confronta in realtà per la prima volta con l’esigenza di essere un partito di governo. La situazione del 1994 era troppo anomala, ed è durata troppo poco, per costituire un significativo precedente. Eppure proprio l’esperienza del 1994 può essere lo spunto per qualche utile riflessione sull’oggi e sul futuro. Il primo governo Berlusconi cadde per vicende parlamentari, che però furono a loro volta innestate da una spinta esterna, proveniente da entità del tutto diverse, settori della magistratura o il sindacato, che però convergevano nell’esercitare una pressione fortissima e nel dare la sensazione di una grande mobilitazione contro l’esecutivo dell’opinione pubblica avversa. Probabilmente il fatto di non avere allora una forza politica radicata sul territorio, autenticamente rappresentativa, e capace di raccogliere, organizzare e indirizzare il consenso, fu tra i fattori di debolezza che concorsero a quell’esito infausto.
Come essere un partito di maggioranza e di governo, allora? Esistono diversi problemi. Il primo, di carattere apparentemente organizzativo, sta nel fatto che il travaso in ruoli di governo o istituzionali della gran parte del ceto politico formato in questi anni ha in qualche modo «svuotato» Forza Italia di molte risorse preziose. Non è solo un fatto organizzativo, in realtà. È la traduzione in concreto della cultura del «fare», come la definisce Silvio Berlusconi: porre al servizio della comunità le proprie capacità, utilizzando gli strumenti di gestione che derivano dal ruolo di governo. Al di là delle scelte individuali, e delle rispettive motivazioni, è indubbio che sia stato questo l’atteggiamento legittimamente prevalente. Il secondo problema, che a ben vedere è lo sviluppo logico del primo, riguarda una scelta da compiere: il ruolo di Forza Italia si è esaurito con il suo stesso successo, nel senso che la credibilità e il consenso della nuova classe dirigente si misureranno ormai soltanto nella qualità dell’azione di governo? Ovvero, riformulando il quesito, il ruolo del partito tornerà a essere significativo soltanto nell’imminenza di appuntamenti elettorali? Nel frattempo basta svolgere nel migliore dei modi la funzione parlamentare o di governo di ciascuno? È una tesi sostenibile, che guarda molto al modello americano, ma che ha forse il difetto di non tenere conto della diversa tradizione e della diversa articolazione politica, sociale e amministrativa del nostro Paese. L’esperienza anche italiana dal dopoguerra a oggi, dimostra che l’attività di un governo, e la stessa libertà d’azione del presidente del Consiglio, non possono essere slegate dal fatto di avere alle spalle un partito forte, compatto e determinato. Ricorderò due esempi, oltre a quello già citato del 1994. L’esperienza dei governi De Gasperi, che cessò quando, in seno alla Dc, si determinarono equilibri ostili all’allora presidente del Consiglio, e molto più recentemente il governo D’Alema, che non ha mai goduto dell’appoggio convinto del partito, i Ds, che pure esprimeva il presidente. Naturalmente nessuna di queste vicende è del tutto analoga all’attuale: in entrambi i casi, nel maggiore partito della coalizione si erano determinati equilibri ostili all’allora premier. In questo caso non si tratterebbe di ostilità, ovviamente, da parte di Forza Italia, ma più semplicemente di assenza. Le conseguenze, tuttavia, potrebbero essere altrettanto pericolose. In effetti nessuno parla più oggi della possibilità di fare a meno di un partito organizzato. Sono lontanissime, e appaiono addirittura stravaganti, le discussioni che pure seriamente si facevano nel 1994 se Forza Italia dovesse partecipare solo alle elezioni politiche ed europee, e non alle amministrative; se gli uffici del partito potessero essere chiusi e smobilitati fra una campagna elettorale e l’altra.
Oggi la questione è ben diversa, e ancora una volta è politica o organizzativa insieme, a dimostrazione del fatto che le decisioni organizzative sono a tutti gli effetti scelte politiche. Il problema sul tappeto, ancora parzialmente irrisolto, è la visione di Forza Italia della funzione di un partito di governo. Per i partiti tradizionali il modello era semplice: si trasferivano al governo, secondo i pesi interni, gli uomini più rappresentativi delle diverse anime correntizie; un ruolo di governo era innanzitutto una certificazione e insieme uno strumento di potere interno. E quindi l’identificazione fra partito e governo era in qualche modo automatica. Oggi, in uno scenario del tutto diverso, nel quale per la prima volta i ministri sono scelti, come vorrebbe la Costituzione, sulla base di un rapporto fiduciario con il presidente del Consiglio, e in modo funzionale alla realizzazione di progetti concreti e non a garantire equilibri interni, il ruolo del partito potrebbe essere innanzitutto quello di cassa di risonanza, di trasmissione sul territorio dell’attività di governo. E quindi anche di organizzazione del consenso intorno all’attività del presidente del Consiglio e del governo. È una funzione importante, esaltata soprattutto dall’alto tasso di conflittualità sociale promosso dall’opposizione. Ma forse non è sufficiente. Un partito di governo non può essere soltanto cinghia di trasmissione fra il centro e gli elettori. Così la funzione del partito si svilisce, diventa meramente tecnica, di servizio, non motiva alla partecipazione e mantiene un profilo estremamente basso. Questo non è nell’interesse, innanzitutto, proprio del governo. Dunque, non un partito di lottizzatori del potere e neppure un partito di attacchini e di volantinatori. Cosa, allora? Come spesso accade, è più facile dire quello che non si vuole fare. In questo caso la difficoltà è aumentata dal fatto che ancora una volta Forza Italia è protagonista di una situazione del tutto nuova per l’Italia, senza una consolidata esperienza alla quale rifarsi.
È quindi quasi d’obbligo rifarsi alle esperienze estere, che in questi anni abbiamo studiato e approfondito. In effetti, la tradizionale scissione fra ruoli di partito e ruoli di governo è una sostanziale anomalia della tradizione politica italiana. Con qualche significativa eccezione (penso a Bettino Craxi, in qualche misura a De Mita e pochi altri) mai i vertici dei partiti si impegnarono direttamente nell’attività di governo. Con Berlusconi, evidentemente, il problema è superato per quanto riguarda la massima leadership. Come in Gran Bretagna, come in Germania, come in Francia, il leader della maggiore forza politica di governo è anche il capo dell’esecutivo. Ma vi sono esperienze interessanti, nelle quali l’identificazione è molto più estesa. Penso per esempio al Partito popolare spagnolo, il partito di Josè Maria Anzar, nel quale i ruoli anche formali di direzione politica del partito, a livello nazionale e anche locale, si identificano con le responsabilità nell’esecutivo e/o nei gruppi parlamentari. Si tratta di una soluzione da approfondire, e comunque di un modello ritagliato su una realtà del tutto diversa dalla nostra, e quindi non importabile così com’è, ma il concetto di una profonda integrazione fra partito, rappresentanza al governo e gruppi parlamentari, che non sono realtà a sé stanti, chiamate a collaborare, ma parti di un tutto unico, rende tutti più forti e l’attività complessiva più efficiente. Forza Italia non è soltanto un comitato elettorale che è stato utile a vincere le elezioni, è lo strumento politico al quale la maggioranza relativa degli italiani ha dato il proprio consenso, intendendo così sostenere le indicazioni politiche e programmatiche di Silvio Berlusconi. È nello stesso tempo la rappresentanza politica dei ceti più innovativi e più responsabili del Paese. Deve avere un’identità forte e rinnovare le proprie regole, ma innanzitutto deve essere protagonista, oggi e in prospettiva, della vita della maggioranza e del governo. Non è questo un richiamo retorico, e non è certo questa la sede per appelli al patriottismo di partito. È la constatazione pacata e oggettiva del fatto che un ruolo forte di Forza Italia rappresenta un elemento di stabilità della coalizione di governo, e nello stesso tempo garantisce una spinta propulsiva anche sulla strada difficile dell’attuazione degli impegni elettorali. È tendenzialmente naturale che sia il maggiore partito della coalizione a indicare i tempi e i contenuti dell’agenda politica. Se questo viene meno, si scatenano inevitabili competizioni sul piano della visibilità e la ricerca di rendite di posizione che minano non soltanto la qualità dell’azione di governo, ma la coesione stessa della coalizione. Anche per questo la nuova sfida che abbiamo di fronte, quella di essere partito di governo, è forse la più difficile, e certamente quella decisiva, per capire quale sarà il futuro nei prossimi anni del Paese, e della rappresentanza in politica di un larghissimo settore della società italiana.

 

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