archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Una nuova storia italiana

LIBERAL BIMESTRALE
di Ferdinando Adornato

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

Torna al sommario
cop15_th  
Dopo gli interventi pubblicati nel numero 4 (febbraio-marzo 2001) liberal torna a proporre una riflessione a più voci su Forza Italia. Non c’è dubbio, infatti, che intorno all’evoluzione politica e culturale del partito di maggioranza relativa si gioca gran parte del destino politico del bipolarismo italiano che non può dichiararsi «compiuto», non essendo ancora scritti gli esiti definitivi della transizione cominciata all’inizio degli anni Novanta. Per altro il futuro di Forza Italia è la vera chiave di volta del compimento della transizione italiana: dai caratteri che assumerà il suo percorso politico dipenderanno probabilmente le sorti dell’intero sistema. Perciò appare davvero importante non smarrire il filo di un’elaborazione che, semplificando, si può dire essere giunta ai due terzi del suo cammino, mancando però, per arrivare al traguardo, la parte forse più impegnativa, quella finale, quella della sua definitiva costituzione come «nuovo partito» della storia d’Italia. Il traguardo è noto: è quello del radicamento, istituzionale e territoriale, di un moderno partito liberale e popolare di massa. Così come sono note le diverse fasi del cammino fin qui percorso. La prima è quella degli anni della fondazione, con l’intuizione, la nascita e l’affermazione del movimento intorno alle tre decisive issues proposte al Paese da Silvio Berlusconi: la risposta alla grave crisi dei vecchi partiti, la reazione a una probabile deriva illiberale, la promozione dell’area dei moderati nel quadro di una nuova democrazia bipolare. La seconda è quella dell’ormai famosa «traversata nel deserto». Gli anni in cui l’area moderata rappresentata da Forza Italia, contro ogni previsione, riesce a resistere a un massiccio attacco giudiziario-politico, organizzandosi all’opposizione (circostanza del tutto inedita per un’area alternativa alla sinistra, mai verificatasi prima nella storia d’Italia). Sono gli anni nei quali grazie al lavoro di Claudio Scajola e di una nuova leva di quadri dirigenti, Berlusconi riesce ad avviare un significativo radicamento territoriale del movimento, smentendo tutte le critiche al cosidetto «partito di plastica» fino al culmine di questo processo, rappresentato dall’imprevisto quanto decisivo «accoglimento» nelle solenni braccia del Partito popolare europeo. Per aspera ad astra.

*****

Ma ora, dal 2001, con la vittoria elettorale e la conquista di palazzo Chigi si è aperta la terza fase, quella decisiva, quella del raggiungimento della terra promessa: appunto, la costituzione di un vero e proprio partito liberale e popolare di massa. Il primo anno e mezzo di governo è stato dedicato all’assestamento di una compagine che si trovava per la prima volta a reggere le sorti del Paese. Era probabilmente inevitabile che ciò accadesse. Ma bisogna nello stesso tempo essere consapevoli che il tempo politico della costruzione del partito è proprio questo: esso coincide, cioè, con il tempo politico del governo. E che senza una definita strategia, accompagnata da un concreto lavoro organizzativo, si rischia di perdere mesi preziosi per un’opera che, invece, come detto, si rivela storicamente indispensabile.

*****

Operazione preliminare per affrontare questa nuovo tempo politico è, a mio avviso, la riaffermazione pubblica, starei per dire ufficiale, dell’identità di Forza Italia. A ben vedere, i principi esposti (e ciò che più conta, frequentati) nella politica non sono mai stati riassunti in una sorta di «manifesto» di Forza Italia che sancisse storicamente i valori e le idee-forza di un’appartenenza radicalmente nuova nel sistema politico. In fondo, Forza Italia è abitata da ex-democristiani, ex-socialisti, ex-repubblicani, ex-liberali e perfino ex-comunisti che, grazie al lavoro svolto negli ultimi anni, già non si sentono più solo somma di «ex»: aspettano però ancora l’enunciazione formale del nuovo cammino che essi, insieme, hanno intrapreso. È ora che questo «manifesto» venga proposto alla discussione di tutti: come bussola della nuova fase che si deve aprire nel partito più votato dagli italiani. Le osservazioni che seguono vogliono rappresentare un iniziale, e certamente non esaustivo, contributo alla definizione di questo «manifesto». Mi limiterò dunque a segnalare solo tre punti che a me sembrano centrali.

*****

1) Nella permanente simbiosi tra tradizione e innovazione, continuità e rottura, Forza Italia rappresenta un’autentica svolta storica: i filoni del cattolicesimo liberale e dell’umanesimo laico, per la prima volta, si confrontano in una stessa formazione politica. Coesistono infatti nell’area di Forza Italia le tradizioni politicoculturali più importanti della storia del Paese: quelle cattoliche e laiche liberali rappresentate dal pensiero e dall’opera di Alcide De Gasperi, di Luigi Sturzo, di Luigi Einaudi; così come quelle dell’umanesimo laico e socialista che da Salvemini portano fino a Calamandrei, Ugo La Malfa e Giuseppe Saragat. Da ciascuna di queste storie Forza Italia eredita una porzione di cultura politica. Ma, contestualmente, propone loro una «nuova frontiera» adeguata al tempo attuale: l’unione politica e culturale delle tre grandi aree del riformismo liberale. Il cattolicesimo liberale, l’umanesimo laico, liberale e repubblicano, il liberal-socialismo. Si tratta di un’unione mai realizzata nella storia del nostro Paese ma che si rivela come la più adatta a garantire una moderna rappresentanza politica bipolare. Perciò non si adatta, per Forza Italia, dal punto di vista culturale la definizione di partito di centrodestra che pure funziona dal punto di vista sistemico. Forza Italia appare piuttosto come un nuovo partito di centro, liberal-popolare, alleato con la destra moderata e aperto alla cultura della sinistra riformista. Del resto si tratta dello stesso «modello» di centro riformista che anche il nuovo Ppe sta definendo in Europa: tale modello, va detto, è stato suggerito, oltre che dai mutamenti del tempo storico, anche dalla stessa nascita di Forza Italia.

*****

Va sottolineato, insomma, che pur muovendosi nel solco delle grandi tradizioni consolidate del nostro Paese, Forza Italia si propone come protagonista di una nuova storia politica. Cattolici e laici hanno infatti, a più riprese, collaborato al governo del Paese. Ma lo hanno fatto stringendo tra loro «patti di potere» (o se si vuole compromessi storici) che non prevedevano affatto la condivisione di medesimi valori di riferimento o di una simile concezione dell’etica pubblica. Per capirci: tra Craxi e Andreotti, persino all’epoca del Caf, ci poteva essere accordo politico ma i rispettivi valori di riferimento restavano lontani mille miglia. Questa anomalia (unica nell’intero Occidente) di governi composti da forze «opposte» era stata determinata da molteplici fattori storici (primo fra tutti il fattore K) ma certamente era stata assai favorita dalla vittoria culturale del cosidetto «cattolicesimo democratico» (o sociale) sul cattolicesimo liberale che aveva reso il nostro cattolicesimo politico impropriamente più vicino alle categorie marxiste-gramsciane che a quelle del liberalismo. Di conseguenza anche nella sinistra riformista era più facile trovarsi di fronte a un esasperato laicismo alla Rousseau piuttosto che a un’ispirazione etica alla Tocqueville. Ci porterebbe fuori strada analizzare ora quanti guasti abbia provocato al Paese tale anomalia culturale (basti pensare che siamo l’unica nazione che attribuisce alla parola laico una connotazione ideologia e politica): ai fini del nostro discorso è sufficiente rilevare che Forza Italia si colloca in posizione di rottura con questa anomalia e in continuità con quelle tradizioni occidentali (in primis quella tedesca e quella americana) nelle quali il liberalismo politico e sociale è stata culla di collaborazione non solo politica, ma anche etica, tra laici e cattolici.

*****

Questa nuova storia politica è anche la strada per dare piena e definitiva soluzione alla vexata quaestio nazionale: la questione romana. E, con essa, all’antica contrapposizione laici-cattolici che, fin dall’Unità d’Italia, pesa sulla nostra vita pubblica. È una strada, infatti, che ribadendo il grande valore della laicità dello Stato si colloca in opposizione sia al cattolicesimo confessionale che al laicismo «indifferentista» o peggio nichilista. In altri termini: la riaffermazione della laicità dello Stato è, nello stesso tempo, l’affermazione di un liberalismo positivo non visto, cioè, solo come un insieme di procedure slegate da qualsivoglia riferimento etico. Soprattutto in tempi come questi, segnati da un enorme sviluppo tecnologico che ci porta ai confini della «creazione artificiale», il progresso non può essere interpretato soltanto come il cammino di un’illimitata espansione dei diritti individuali (come il laicismo della sinistra vuole) ma anche come necessaria difesa dei diritti della specie e della comunità. Il che non vuol dire che, in un grande partito come Forza Italia, non ci si possa dividere sui temi legati alle vicende fondamentali dell’esistenza (e sarà sempre opportuno lasciare sempre libertà di coscienza) ma vuol dire che, comunque la si pensi su questo o quel punto, si condivide la stessa fondamentale filosofia politica: la centralità della persona.

*****

2) È proprio la centralità assegnata alla persona il vero spartiacque ideologico, sociale, etico che divide la cultura liberale e popolare da tutte le altre manifestazioni del pensiero politico, in primis dalla cultura della socialdemocrazia. Va però immediatamente rilevato come tale centralità, all’inizio del Ventunesimo secolo, non si presenta come un dato acquisito nel teatro europeo delle idee: ma come oggetto di una necessaria operazione di riappropriazione e di riabilitazione. Le ideologie totalitarie che hanno conquistato, insaguinandolo, il Ventesimo secolo, hanno infatti puntato a distruggere ogni filosofia politica che si basasse sulla centralità della persona. Non hanno raggiunto del tutto il loro scopo: ma certamente hanno oscurato la forza propulsiva di un concetto che era da sempre alla base dell’identità europea. Più in generale si può rilevare come, a partire da alcune tesi dell’illuminismo francese e da alcune ipotesi costituzionali e sociali della rivoluzione del 1789, lungo tutto il corso dell’Ottocento, si sono affermate ideologie e filosofie politiche che sostenevano altre «centralità» della storia umana. Quella delle classi (o della classe) fatta propria dal marxismo e dal leninismo. Quella dell’etnia, della terra, della razza fatta propria da diversi movimenti nazionalisti e infine, in modo più tragico, dal nazismo. Quella dello Stato praticata da diversi modelli autoritari di destra e di sinistra e, in forma più soft, dalla logica della realpolitik. In alcuni casi, come purtroppo è noto, queste filosofie politiche hanno dato luogo a veri e propri crimini contro l’umanità. In altri casi, invece, ci si trova, ancora oggi, di fronte a legittime ipotesi di governo della società che, pur tuttavia, rappresentano un significativo allontanamento dal vero fondamento dell’identità occidentale, cristiana e laico-umanista che, come ricordato, considera centro motore della storia e vera finalità dell’agire pubblico, l’uomo, l’individuo, la persona. Va ricordato infine che la più moderna forma di negazione di tale identità è rappresentata da quel pensiero ecologista che propone oggi al mondo la «centralità della natura».

*****

Non è opportuno, in questa sede, tornare sul merito di queste vere e proprie aggressioni o «fughe» ideologiche dall’identità dell’Occidente. Basti osservare che oggi, tramontate per fortuna le deliranti illusioni fabbricate dalle ideologie totalitarie, restano a opporsi alla cultura fondativa della centralità della persona solo le filosofie del primato dello Stato e della Natura. Che non a caso rappresentano le principali energie politiche e culturali (rosso-verdi) dei governi socialdemocratici (con la significativa eccezione di Tony Blair). Quel che invece è opportuno ribadire è che ri-fondare movimenti e partiti politici sulla base della fede nella «centralità della persona» significa combattere prima di tutto una faticosa battaglia di recupero di un bene smarrito e vilipeso. Ma è proprio questa l’unica via per superare davvero la terribile esperienza del Novecento. È appena il caso di accennare come dalle osservazioni fin qui fatte, discendano in modo esplicito le direttrici culturali del rapporto di amicizia con gli Stati Uniti e con la loro filosofia pubblica che, da più parti, in Europa, viene invece messo in discussione fino a far intravedere un’ipotesi di frattura politicoculturale di ciò che fino a oggi abbiamo chiamato Occidente. Non è la sede per tornare sulle profonde cause storiche e ideologiche dell’antiamericanismo. Va però sottolineato un elemento decisivo dell’attuale battaglia delle idee: sbaglia chi pensa che gli «Occidenti» siano due. Al contrario, l’Occidente è uno solo e, nonostante divisioni e incomprensioni, la madre Europa e la figlia America recitano nel mondo all’interno di uno stesso orizzonte di valori comuni. Se l’isolazionismo americano è sempre stato per noi un male, un presunto isolazionismo europeo dagli Stati Uniti sarebbe un vero salto nel buio e per il mondo una pericolosa destabilizzazione. Non è dunque solo la memoria a legarci a Washington, anche se l’Italia e l’Europa non potranno dimenticare mai il pegno di sangue e il debito di libertà contratto con l’America. No, non è solo il passato. È il futuro, con le sue pesanti incognite, a chiederci di non spezzare quella rotta storico-culturale che chiamiamo Occidente. Anche perché, come l’11 settembre ha dimostrato, il terrorismo anti-occidentale, da singolo atto scellerato, si sta trasformando in azione politica globale. La guerra fredda è finita: ora la minaccia è di tutt’altro tipo: essa nasce dalla combinazione di fondamentalismo, biotecnologia e terrorismo. Non è uno scontro tra civiltà: ma certo è una «nuova guerra» di difesa della civiltà.

*****

3) La centralità della persona è, a mio modo di vedere, anche la stella polare che orienta il riformismo di Forza Italia, il suo ancoraggio all’economia sociale di mercato, il suo essere un partito interclassista. Il nostro progetto sociale non si caratterizza per un’adesione acritica al cosiddetto “liberismo selvaggio” né per una statica riproposizione di antiche ricette redistributive o assistenzialiste. La centralità della persona suggerisce un diverso modello nel quale il primo motore della società è visto nella libertà: libertà per l’individuo di far valere il proprio talento, libertà di rischiare e di intraprendere sul mercato senza vincoli burocratici, libertà di poter godere nel mercato delle più ampie chances di vita. In questo quadro la libertà di chi sta meglio (di poter produrre liberamente ricchezza) e la libertà di chi è rimasto indietro (di poter liberamente aspirare a nuovi traguardi sociali) stanno per noi sullo stesso piano: quello di una società che ha per finalità la promozione umana. Del resto la maggiore produzione di ricchezza e una più articolata offerta di chances di lavoro e di vita per tutti sono intimamente legate giacché senza ricchezza non c’è lavoro e viceversa. Imprenditori e lavoratori, ceti abbienti e ceti disagiati, che diverse ideologie hanno voluto mettere in antagonismo, partecipano così di un unico universo culturale: quello di una società che lavori a estendere, a tutti i livelli, la libera scelta dell’individuo, allontanando il maggior numero di cittadini dalla soglia della necessità. Naturalmente, in ogni epoca e in ogni modello sociale, ci saranno sempre imprenditori disinteressati al bene comune e lavoratori indifferenti a partecipare alla costruzione della ricchezza sociale, in perenne attesa degli aiuti di uno Stato-papà: contro questi atteggiamenti è rivolta la nostra battaglia cultuale così come contro ogni strapotere burocratico, sindacale o politico che ostacoli la libera crescita della persona e della ricchezza sociale.

*****

È questa l’unica filosofia sociale che può permettere, dopo il fallimento della Terza Via della sinistra, di esibire con consapevolezza un grande traguardo per il futuro modello sociale europeo: il passaggio dal Welfare State alla Welfare Community. Dallo Stato-papà e padrone al protagonismo del privato-sociale, e cioè alla responsabilizzazione della società civile nella gestione del bene pubblico. A questo fine va certo diminuita la distanza tra cittadini e potere lungo la strada di un nuovo federalismo: ma esso non può però trasformarsi nella moltiplicazione su base regionale del centralismo. Deve piuttosto produrre un nuovo orizzonte di responsabilità dei soggetti sociali nel governo della cosa pubblica. La linea-guida non può che essere: meno Stato, più società, servizi migliori. E la parola-chiave che consente tutto questo è una sola: sussidiarietà. In una democrazia liberale mercato e solidarietà sono concetti che possono vivere solo insieme. Il primo senza il secondo non sarebbe in grado di garantire promozione umana. Il secondo senza il primo darebbe luogo (come ha dato) a burocrazie stataliste e a nuove ingiustizie.

*****

In conclusione: le riflessioni qui proposte non possono essere considerate esaustive dell’insieme della cultura politica necessaria a governare una società occidentale. Il mio tentativo era quello di porre l’accento soltanto sugli spunti che consentono di dimostrare che, con Forza Italia, è cominciata e può prendere corpo, nel nostro Paese, una nuova storia politica. È del tutto evidente che, ammesso che queste considerazioni siano giuste, ancora lungo è il percorso di formazione e di affermazione di una nuova, estesa, articolata classe dirigente capace di rendere storicamente permanente tale svolta. E soprattutto di sostituire un’antica egemonia culturale di segno radicalmente opposto. L’obiettivo finale è chiaro: chiudere la transizione italiana riuscendo a fare in modo che Forza Italia e la Casa delle Libertà si radichino in Italia come uno dei laboratori più avanzati della cultura liberale e popolare. La speranza è che, anche sull’altro versante del bipolarismo, se non una coalizione alla Blair, si affermi quanto meno una coerente leadership riformista e socialdemocratica in luogo di quel coacervo di pulsioni giustizialiste e no-global che attualmente ha preso il sopravvento nella sinistra. A quel punto l’Italia sarebbe davvero un Paese normale. Riguardo all’evoluzione del centrodestra vorrei proporre però un’ultima osservazione. Non può sfuggire che le tracce per l’identità di Forza Italia proposte in questo articolo possono in larga misura coincidere con quelle che l’intera Casa delle libertà ha comunemente manifestato se non altro in tutte le campagne elettorali. Ciascun partito della coalizione conserva ovviamente peculiarità non corrispondenti in tutto a quelle degli altri partner. Pur tuttavia non è difficile rintracciare il minimo comun denominatore che lega l’ispirazione della coalizione nella direzione di quella nuova storia politica di cui ho parlato. Non è per altro strano che Forza Italia, proprio perché è ancora un partito «anomalo» funzioni da catalizzatore dell’intera alleanza, quasi fosse una sorta di microcosmo metaforico dell’insieme, la parte che simboleggia il tutto. Forza Italia, infatti, è già, per sua natura, un partito-coalizione, frutto di una contaminazione già realizzata tra diverse culture politiche. Quel che si vuole dire è molto semplice: se il cammino della nuova storia politica che abbiamo descritto sarà un cammino capace di continuità, ciò che è stato possibile per Forza Italia non si rivelerà impossibile per l’insieme della coalizione. In altri termini: non è azzardato immaginare, magari tra qualche lustro, forse sotto le insegne di un partito popolare europeo rinnovato nelle sue ispirazioni, che le differenze esistenti tra i diversi partner della coalizione possano trovare espressione all’interno di unica grande aggregazione nazionale, liberale e popolare, che superi le anacronistiche rigidità della divisione in diverse sigle di partito. Forse è un’utopia e sicuramente non è all’ordine del giorno dell’attuale agenda politica. Ma sarebbe altrettanto sciocco non accorgersi che almeno tra Forza Italia, An e Udc, al di là di specifiche distinzioni ordinarie, non ci sono ormai straordinarie diversità etico-politiche: anzi si può ben dire che esiste una percentuale assai alta di valori condivisi.
Quanto alla Lega le differenze marcate (soprattutto con l’Udc) a ben vedere sembrano più appartenere alla dimensione dello stile politico che a un reale disaccordo progettuale. Intendiamoci: lo stile politico non è cosa di poco conto anche ai fini della costruzione del consenso elettorale. Una cosa è ispirarsi alla politica «temperata» teorizzata da Sturzo, altra cosa è restituire l’immagine di un estremismo, sia pure soltanto verbale, che può entrare in distonia con la strategia di affidabilità istituzionale della cultura politica di ispirazione liberale e cristiana. Ma converrà per l’intanto riconoscere che riguardo al progetto politico-culturale non risultano divisioni apprezzabili tra l’uno e l’altro partito della coalizione. Le questioni di stile politico, del resto, attengono più alla questione della classe dirigente che ci si propone di selezionare, che alla storia politica che si intende promuovere. E, come detto, la questione della formazione di una nuova classe dirigente è aperta per tutta la Casa delle libertà: non solo per la Lega. A ogni modo la prova che la questione qui posta non è affatto peregrina sta in primo luogo nella discussione già aperta dentro An sul possibile futuro avvicinamento a un partito popolare europeo rinnovato nelle sue ispirazioni, e in secondo luogo, nelle ipotesi più volte rilanciate dagli stessi membri dell’Udc di una «federazione» tra i cosidetti centristi e Forza Italia (che del resto ha già al suo interno numerosi rappresentanti di quest’area). E anche se negli ultimi tempi si sono accentuate le manifestazioni di disagio dell’Udc non sembrano però essere venute meno in alcun modo le ragioni storico-culturali di una più stretta collaborazione tra due partiti che, quanto a identità culturale, sono già assai vicini. Non sarebbe perciò sbagliato, magari proprio mentre più alta sembra la tensione, rilanciare oggi quel progetto di federazione tra Forza Italia e Udc che corrisponde ai sentimenti di gran parte dell’elettorato e anche di numerosi esponenti delle attuali élites politiche. In ogni caso, comunque procedano le vicende quotidiane della politica, converrà che chi ha a cuore il futuro della nuova storia che la Casa delle libertà ha intrapreso, rifletta sulla necessità di spingere l’acceleratore su ogni possibile momento di rafforzamento dell’unità e di usare invece il freno laddove le inevitabili agitazioni della politica quotidiana rischino di far dimenticare le grandi opzioni comuni. Quelle che la nuova storia che l’Italia ci chiede di scrivere.

 

web agency Done Communication