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La guerra giusta

LIBERAL BIMESTRALE
di Robert Sirico

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

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Molti dei problemi politici contemporanei riguardano temi le cui radici affondano nella tradizione intellettuale scolastica. Consideriamo ad esempio la parola «sussidiarietà», che gioca un certo ruolo nell’amministrazione quotidiana dell’Unione europea. L’idea e il concetto - il principio che i più bassi ordini di governo debbano essere quelli competenti ogni qual volta sia possibile - hanno la loro origine nell’insegnamento sociale della Chiesa cattolica. Ma fino a quale punto queste loro radici filosofiche e religiose inaridiscono a causa di fraintendimenti e di mancanza di dirittura morale? È vero che l’Unione europea sembrerebbe essere un successo a ogni passo che compie. Il suo parlamento funziona, sta acquisendo influenza come apparato di governo sulla scena mondiale e la soffice transizione dalle monete nazionali all’euro ha sorpreso persino i suoi più accaniti critici. Ma prima di alzare il calice e brindare all’Europa nuovamente unificata, vale la pena di considerare questo commento del presidente del consiglio Silvio Berlusconi. «Nessuno, lo ripeto: nessuno può pensare di poterci mettere fuori controllo o peggio di trattarci come sudditi, a sovranità limitata», ha detto parlando al Parlamento in occasione delle dimissioni del ministro degli Esteri Renato Ruggero. Ci sono state reazioni esagerate, ma Berlusconi sapeva esattamente cosa stava facendo. Egli ha compreso che l’esigenza della sovranità nazionale (nonostante l’euro e l’Ue) è oggi la stessa di sempre, se non addirittura maggiore dopo il debutto della nuova valuta. Questo fa suonare campanelli d’allarme. La parola «nazionalismo» nella storia europea del Ventesimo secolo è inseparabile da altre parole come guerra, conflitto, catastrofe. Ma i sapientoni che credono che l’unica alternativa al nazionalismo passi per la burocrazia e la centralizzazione dei poteri sbagliano. Il sogno di un’Europa unita coltivato da alcuni dei più fini statisti e intellettuali non equivale all’ambizione di trasferire tutti i poteri politici dalle capitali nazionali a Bruxelles.
Ora è tempo di riflettere su una parola che è al cuore della visione genuina di unità europea: sussidiarietà. Tale principio è messo nero su bianco all’articolo 3B del trattato di Maastricht: «Nei settori che non sono di sua esclusiva competenza la comunità interviene, secondo il principio di sussidiarietà, soltanto se e nella misura in cui gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e possono dunque, a motivo delle dimensioni o degli effetti dell’azione in questione, essere realizzati meglio a livello comunitario». Importanti osservatori della scena politica europea sostengono che questo principio è stato determinante per guadagnare sostegno popolare all’integrazione europea. Esso dice, infatti, che il potere centrale verrà usato soltanto se assolutamente necessario ma altrimenti tutte le competenze dovrebbero restare agli Stati membri. Ma non è in questo modo che l’Unione europea si è comportata fin ora, e tale idea non è certo condivisa dai più accaniti partigiani dell’Ue. Invece di riconoscere all’Ue solo il peso di quelle competenze che non possono essere esercitate dai singoli Stati, essa impone ai vari Stati membri tutta una serie di regolamentazioni ogni qualvolta ritiene possano essere meglio elaborate e messe in atto dal potere centrale. Tuttavia, così si capovolge il significato del principio di sussidiarietà. Questo termine deriva dalla tradizione cattolica, nella quale è arrivato a una precisa enunciazione con papa Pio XI nell’enciclica Quadragesimo anno (1931). In quell’occasione egli scrisse: «Coloro che sono al potere dovrebbero assicurarsi che un ordine gerarchico sia mantenuto tra le varie associazioni, in osservanza del principio di funzione sussidiaria, il più perfettamente possibile, così che l’autorità sociale e l’efficienza saranno le più forti, e la condizione dello Stato la più felice e prospera». Tale principio non nasce con Pio XI ma proviene dalla tradizione tomista del pensiero cattolico. È stato Giovanni Paolo II a elevare la sussidiarietà ad altissimo principio nelle sue encicliche e a insegnare che non si applica soltanto alle relazioni fra gli Stati ma anche a tutte le istituzioni della società. Il trattato di Maastricht, a sua volta, ha introdotto la parola nell’uso comune. Ma se la sussidiarietà garantisce la sovranità degli Stati membri, perché immaginare un’Europa unita? È questa una domanda che ci si è posti troppo di rado durante i molti anni in cui si è discusso dell’idea di un’Unione europea.
L’obiettivo appropriato è contenuto in un’altra parola che serve come secondo pilastro della dottrina sociale della Chiesa: solidarietà. La solidarietà riconosce l’unità di interessi dei popoli che ricercano valori simili, su tutti la pace, la sicurezza, la prosperità, e il generale fiorire della cultura. I valori della solidarietà sono perfettamente compatibili con la sussidiarietà: si tratta solo di trovare i mezzi appropriati per realizzarli. Mezzi inappropriati sono la distruzione delle culture politiche locali e nazionali e la minuziosa regolamentazione di tutti gli Stati membri da parte di un apparato politico responsabile, centralizzato e lontano. Questa linea d’azione suscita le reazioni che oggi sperimentiamo: essa paradossalmente conduce non all’unità ma alla disunità. I mezzi appropriati sono rappresentati da quelle istituzioni che catturarono l’entusiasmo dei liberali del Diciottesimo e del Diciannovesimo secolo: il libero scambio, lo scambio culturale, la libertà di emigrare e la libertà di scambiare idee. Tutte queste cose possono avere luogo senza bisogno del costante intervento dell’Unione europea: esse sono una forma di cooperazione di tutti i settori pubblici e privati dei diversi Stati membri. In altre parole: i valori di sussidiarietà e solidarietà sono perfettamente coerenti con l’ideale della libertà. Ciò da cui Berlusconi ci mette in guardia, e contro il quale giura di resistere, è qualcosa cui anche gli antichi sognatori di un’Europa unita ci avrebbero similmente messo in guardia. Un’unità ottenuta attraverso la coercizione e la pianificazione centrale è una falsa unità. La vera unità può venire dal riconoscimento del principio di solidarietà, che già il trattato di Maastricht mise in luce come patto solenne fra i suoi firmatari. Se gli europeisti vogliono davvero costruire una solida unione fra gli Stati europei, devono smetterla di sbeffeggiare chi ha paura che l’Ue non prenda questo fondamentale principio abbastanza sul serio
Un simile ragionamento può essere affrontato per quanto attiene il concetto di «guerra giusta», che offre una serie di linee guida per determinare in quali condizioni uno Stato può entrare in guerra e delimita una struttura di moralità nella quale la pratica della guerra dev’essere circoscritta. In questa visione, il potere stesso affonda le sue radici nella dottrina della legge naturale, la quale approva il diritto dell’autorità civile di resistere a un’aggressione contro la nazione che rappresenta. Ma tuttavia questo diritto porta con sé obbligazioni morali ben precise. Nella tradizione cattolica, la guerra può essere iniziata soltanto da un’autorità competente, in funzione di autodifesa, e soltanto come ultima risorse, e dev’essere condotta in maniera coerente con le norme morali universali. Ancora, le guerre non devono essere cominciate con l’ambizione di espandere i circuiti dello scambio, conquistare nuovi territori o sperimentare nuove tecnologie belliche. Il danno inflitto dev’essere proporzionato alla minaccia. Dev’esserci una ragionevole aspettativa di successo e la guerra dev’essere condotta in modo da finire il prima possibile. Tale dottrina ci fornisce i principi, ma sta a noi applicarli e soppesare altre considerazioni tenendo sempre in mente la terribile responsabilità morale che si accompagna al dare inizio a una guerra nell’epoca moderna. È un’immensa responsabilità che non ci possiamo prendere a cuor leggero. Ci si deve inoltre aspettare che le applicazioni della dottrina della «guerra giusta» possano cadere preda della manipolazione politica e che uomini e donne di buona volontà possano non trovarsi d’accordo sulla sua applicazione in un particolare tempo e luogo. Soprattutto, l’applicazione dei principi della dottrina della «guerra giusta» dipende da coscienze fortemente inserite in una tradizione religiosa, in particolar modo la tradizione cristiana che ha così compitamente sviluppato l’idea di legge naturale, che a sua volta sta alla base della dottrina della «guerra giusta». E anche tra quelle menti e quelle coscienze che vi sono così inseriti, vi è discordanza.
La Conferenza americana dei vescovi cattolici ha diffuso delle proposizioni riguardo l’idea di un intervento americano contro l’Iraq, un intervento che l’amministrazione Bush dice servirebbe a prevenire una futura aggressione da parte dell’Iraq. In generale, i vescovi hanno posto tante domande sulla giustizia di una tale guerra che le loro proposizioni sembrano ricadere nella categoria dello scetticismo riguardo la stessa. Sembra che la Conferenza dei vescovi cattolici americani non creda che una guerra contro l’Iraq, in queste condizioni, possa essere giustificabile. Per contro, un gruppo di cattolici laici e sacerdoti indipendenti si è confrontato con i vescovi e ha suggerito che la realtà empirica fornisca argomenti per i quali non solo un tale intervento militare non sarebbe incompatibile con la dottrina della «guerra giusta» ma, inoltre, prevenire un attacco da parte dell’Iraq potrebbe addirittura essere un dovere morale da parte delle autorità civili. Senza soppesare le considerazioni degli uni o degli altri o cercare di risolvere il dibattito, vorrei offrire un commento sul più ampio contesto nel quale esso si situa.
Entrambi gli schieramenti comprendono che la dottrina della «guerra giusta» non è soltanto uno strumento di politica estera, né un veicolo per portare preoccupazioni di carattere etico nel contesto della gestione secolare della politica. Essi comprendono che tale insegnamento sociale deve considerarsi un’estensione di un coerente sistema morale che ha le radici nella tradizione della legge naturale, la quale trae giustificazione dalla fede cristiana. E la fede è, qui, la chiave della questione. Negli Stati Uniti, la fede, e la fede cristiana in particolare, è ancora una parte straordinariamente importante della vita nazionale. Tre americani su quattro si considerano cristiani militanti (contro il 13% appena degli americani che si considera del tutto non religioso o laico), metà dei quali frequentano una chiesa regolarmente, una volta la settimana. Nell’Europa occidentale, nonostante l’80% della popolazione esprima un qualche tipo di credenza in Dio, soltanto la metà dà a tale fede una certa importanza e solo il 20% è attivo in una parrocchia. Fra i più giovani, sempre in meno vanno a messa. Sia in America che in Europa, il declino dell’impegno religioso è palpabile ma con diverse gradazioni. Tale differenza potrebbe avere un suo impatto sull’atteggiamento verso la politica estera e l’opportunità di una guerra. Credo sia corretto dire che gli americani non si schiererebbero mai a favore di un sforzo bellico che non avesse una forte componente morale, che affondasse le sue radici in un qualche sentimento di ordine religioso. È vero che questa sensibilità può essere manipolata dalle élites politiche: nondimeno, tale sensibilità basata sulla fede può servire da meccanismo di controllo sulla dimensione morale della politica imbracciata dagli Usa.
È assai meno chiaro se sia un atteggiamento di questo genere a guidare il supporto degli europei per qualche particolare politica estera. Da un lato, questo può significare un numero minore di intrusioni nella vita politica di altri Paesi basati su un ideale messianico volto a estirpare il male dal mondo, ma può anche significare negligenza nei riguardi di alcune importanti obbligazioni di politica estera. Negli Stati Uniti, la capacità di affrontare sacrifici in nome di un principio religioso e morale potrà forse alla fine prevalere su altre considerazioni. L’ironia, qui, sta senz’altro nella storia religiosa dei due continenti. La dottrina della «guerra giusta», sviluppatasi soprattutto all’interno della cornice dell’insegnamento sociale cattolico, è assai più ancorato alla tradizione europea che a quella americana (nello stesso senso in cui la parola «sussidiarietà» ha le sue radici nella tradizione feudale europea). L’America, come Paese essenzialmente protestante, ha una percezione assai più fievole del sostrato giusnaturalista della dottrina della «guerra giusta». Così mentre gli europei condannano la nuova crociata religiosa dell’America, essi dovrebbero invece ricordarsi le proprie radici religiose e quel senso morale che portò l’Europa a dare origine a una grande civiltà. Lo stesso senso morale dovrebbe risultare nel desiderio di preservare quella stessa civiltà dal pericolo e da gravi torti. Per farlo, sarebbe necessario rivendicare quelle fondamenta morali e religiose che sono parte essenziale di ogni politica estera. Come un albero può fiorire per un lungo numero di stagioni pur avendo radici appassite, così una civiltà può aver bisogno di tempo per capire che, in effetti, è spiritualmente parlando un morto che cammina. L’Europa si sta confrontando ora con quella realtà, e anche l’America potrebbe stare per farlo, nonostante da questo punto di vista sembri un po’ indietro rispetto all’Europa. C’è, come ha notato Giovanni Paolo II, un fenomeno che potremmo chiamare di «ateismo pratico»: vivere come se Dio non esistesse, ma usando la stessa lingua come se Egli esistesse. Gli effetti di questo degrado non si limitano alla spiritualità; nella vita politica, economica, sociale possono significare il continuare a usare un linguaggio che viene da un passato religioso ma senza considerarne gli essenziali puntelli filosofici. Questo può essere vero nel caso di problemi grandi e piccoli e tanto l’Europa che l’America potrebbero scoprirsi alla deriva, in un futuro prossimo, nel mare dell’incertezza politica e dell’ambiguità morale. Mai come allora ci sarà bisogno di rigore morale e chiarezza politica.

(Traduzione dall’inglese di Alberto Mingardi)
 

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