Atualmente, l’Europa - malgrado la sua forza economica, il suo significativo grado di integrazione economica e finanziaria e la durevole lealtà della sua collocazione atlantica - è de facto un protettorato militare degli Stati Uniti. Questa situazione genera inevitabilmente tensioni e risentimenti, soprattutto da quando la minaccia che gravava sull’Europa e che rendeva questa dipendenza in qualche modo appetibile è svanita. Ciononostante, non solo è un dato di fatto che l’alleanza tra America ed Europa non è paritaria, ma è anche vero che l’effettiva asimmetria di potere tra i due Paesi ha molte probabilità di espandersi ulteriormente a vantaggio dell’America. Questa asimmetria è dovuta sia alla forza senza precedenti dell’espansione economica americana, sia al fatto che gli Usa sono pionieri dell’innovazione tecnologica in campi così complessi e diversificati come la biotecnologia e l’informatica. Per di più, la rivoluzione, a guida americana, nelle questioni militari, non solo allarga il raggio d’azione degli Stati Uniti, ma trasforma la reale natura e gli utillizzi del potere militare stesso. Indipendentemente da qualunque azione collettiva da parte degli Stati europei, è altamente improbabile che l’Europa sarà in grado di restringere il divario militare, da qualunque punto di vista, nel prossimo futuro. Come risultato, gli Stati Uniti rimarranno molto probabilmente l’unica potenza globale per almeno un’altra generazione. E questo a propria volta significa che l’America, con tutta probabilità, rimarrà il partner dominante nell’Alleanza atlantica per il primo quarto del Ventunesimo secolo. Ne consegue, dunque, che il dibattito atlantico non riguarderà alterazioni fondamentali nella natura del rapporto, ma piuttosto le implicazioni delle tendenze di cui si è detto e i corrispondenti, seppure in qualche modo marginali, aggiustamenti. Detto questo, non dovrebbe esserci bisogno di aggiungere che anche adattamenti semplicemente aggiuntivi possono generare conflitti che dovrebbero essere evitati se il rapporto Usa-Europa deve rimanere costruttivo e realmente cooperativo... I policymakers statunitensi dovrebbero tenere a mente una semplice regola nel concepire la politica americana nei confronti dell’Europa: non rendete l’ideale nemico del bene. L’ideale, dal punto di vista di Washington, sarebbe un’Europa politicamente unificata che faccia da membro dedicato della Nato, che spenda per la difesa tanto quanto gli Stati Uniti, ma destinando i fondi quasi interamente a incrementare le potenzialità della Nato; che voglia una Nato che agisca «fuori area» al fine di ridurre i confini globali dell’America, e che rimanga accondiscendente riguardo alle preferenze geopolitiche americane sulle regioni adiacenti, specialmente la Russia e il Medio Oriente, e accomodante in questioni come il commercio internazionale e la finanza. La cosa buona è un’Europa che sia economicamente più di un rivale, che allarghi costantemente il raggio dell’interdipendenza europea ritardando nel contempo la propria indipendenza politico-militare, che riconosca il proprio interesse nel mantenere l’America schierata lungo la periferia europea dell’Eurasia, benché sia irritata dalla propria relativa dipendenza e cerchi in maniera esitante la propria emancipazione. I policymakers americani dovrebbero riconoscere che «il bene» serve effettivamente ai più vitali interessi americani. Dovrebbero comprendere che iniziative come l’Identità europea di sicurezza e difesa riflettono la ricerca europea di rispetto per se stessa, e che ingiunzioni cavillose - una serie di «non si fa» emanati sia dallo Stato, sia dal Dipartimento della difesa - intensificano soltanto il risentimento europeo e possono teoricamente spingere i tedeschi e gli inglesi tra le braccia dei francesi. Per di più, l’opposizione americana a questo sforzo potrebbe convincere alcuni europei - erroneamente - che la Nato è più importante per la sicurezza americana di quanto non lo sia per l’Europa. Non da ultimo, data la realtà dello scenario europeo, i problemi che l’Identità europea di sicurezza e difesa pone alla Nato sono questioni che difficilmente possono essere gestite elevandole a problemi di principio. Così, i drammatici allarmi di «spaiamento» sono controproducenti. Essi hanno un alone mistico, e come tali rischiano di trasformare differenze che possono essere conciliate in altre che coinvolgono dibattiti dottrinali. In essi vi è il ricordo di collusioni con la Nato che non portarono a nulla di buono - il fallimentare progetto di Forza nucleare multilaterale dei primi anni Sessanta, che accelerò il programma nucleare francese; o, più recentemente, il fugace brivido, nel 1999, di sforzi di provenienza americana per rabberciare la Nato come una sorta di alleanza globale («fuori area»), che fallirono rapidamente con lo scoppio della guerra del Kosovo. Queste discussioni distolgono e distraggono da una realtà fondamentale: la Nato - un autentico e notevole successo - può essere lontana dall’essere perfetta ma non ha bisogno di essere sottoposta a inquisizione.
Ci si può fermare qui e domandarsi: anche ammesso che la nuova forza europea fosse pronta per il 2003, dove e come potrebbe agire per proprio conto? Quale credibile scenario è possibile immaginare in cui essa possa esercitare un’azione decisiva, senza richiedere la garanzia del supporto della Nato e senza qualche effettiva dipendenza dalle sue strutture? Ipotizziamo un conflitto in Estonia, con il Cremlino che fomenta la minoranza russa e poi minaccia di intervenire; l’Europa non alzerebbe un dito senza il coinvolgimento diretto della Nato. Supponiamo che il Montenegro seceda e la Serbia lo invada; senza la partecipazione americana, la forza europea che si va progettando sarebbe probabilmente sconfitta. Mentre fermenti sociali in alcune province europee - per esempio, la Transilvania o persino la Corsica! - possono dimostrarsi più suscettibili al dispiegamento di peacekeeper europei (più di quanto sia avvenuto in Bosnia), tali interventi difficilmente possono rappresentare un esempio di un’Europa che diventa «un attore indipendente sulla scena internazionale», per citare il ministro della Difesa francese Alain Richard... Nel promuovere questo grande progetto, gli Stati Uniti dovrebbero continuare a supportare la richiesta europea di una maggiore integrazione, anche se questo appoggio rimarrà principalmente retorico. Gli Stati Uniti hanno saggiamente evitato di identificarsi con l’opposizione conservatrice inglese all’unità politica ed economica europea, e allo stesso modo dovrebbero evitare l’occasionale tentazione di gioire delle disgrazie altrui quando l’Europa fa un passo falso. Proprio perché l’integrazione europea sarà lenta e perché l’ordinamento europeo non sarà come quello americano, gli Stati Uniti non hanno motivo di temere l’emergere di un rivale. L’Alleanza atlantica è molto di più di un matrimonio che mescola insieme differenze reciprocamente rispettate - compresa una certa divisione del lavoro - così come comunità, e in realtà le une e le altre servono a consolidare la partnership. Così è stato nell’ultimo mezzo secolo e così rimarrà per qualche tempo a venire. In realtà, l’evoluzione del carattere del sistema internazionale dovrebbe rafforzare il legame atlantico. Europa e Stati Uniti, insieme, rappresentano meno del 15% della popolazione mondiale e spiccano come isole di prosperità e di benessere in una situazione mondiale inquieta e in ebollizione. In questa epoca di comunicazione istantanea, una presa di coscienza di ineguaglianza può rapidamente tradursi in un’ostilità indirizzata verso coloro che sono oggetto dell’invidia. Così, tanto il proprio tornaconto quanto un senso di potenziale vulnerabilità dovrebbero continuare a fornire il puntello per una durevole alleanza tra Stati Uniti ed Europa. Il governo europeo, situato sul confine occidentale dell’Eurasia e nelle immediate vicinanze dell’Africa, è più esposto ai rischi impliciti in un crescente disordine mondiale rispetto alla politicamente più coesa, militarmente più potente e geograficamente più isolata America. Gli europei correrebbero un rischio più immediato se un imperialismo sciovinistico dovesse di nuovo motivare la politica estera russa, o se l’Africa e/o l’Asia centro meridionale conoscessero fallimenti sociali peggiori. Anche la proliferazione di dispositivi di distruzione di massa nucleari o di altro tipo metterebbe in maggior pericolo l’Europa, viste le minori potenzialità militari europee e la prossimità di Stati potenzialmente minacciosi. Per quanto è possibile prevedere, l’Europa continuerà ad avere bisogno dell’America per essere realmente al sicuro. Allo stesso tempo, una stretta relazione con l’Europa legittima filosoficamente e mette a fuoco il ruolo globale dell’America. Essa crea una comunità di Stati democratici senza i quali gli Stati Uniti sarebbero soli nel mondo. Preservare, potenziare e soprattutto allargare questa comunità - al fine di «assicurare la protezione della libertà per noi e per i nostri posteri» - deve quindi rimanere il compito storico e vitale degli Stati Uniti.
© liberal-The National Interest (Traduzione dall’inglese di Giorgio Bianco)