Quando Oscar Wilde scriveva che i popoli d’Inghilterra e Stati Uniti hanno tutto in comune fuorché la lingua, chi non stava allo scherzo avrebbe potuto obiettare che, quanto alla lingua scritta, non era opportuna neppure quella limitazione. Henry James, poniamo, scrive come un inglese; e anche suo fratello William che, del resto, andò a studiare in Germania. Da giovane vi andò perfino il suo successore in pragmatismo, John Dewey, che però, con la sua lunga vita, entra già in una nuova epoca: James appartiene all’età dei pionieri, Dewey all’età del New Deal. Quando, morto da poco F. D. Roosevelt, ebbi modo di assistere all’arrivo degli angloamericani in Italia, la presenza di due lingue mi si presentò ad oculos: la polizia militare, che aveva cura di apporre un cerchio incrociato su locali di dubbia reputazione (che comprendevano anche botteghe di parrucchiere), per spiegare il significato del simbolo aggiungeva due formule diversissime: out of bounds e off limits. Oscar Wilde aveva visto giusto. Ma l’Europa non è soltanto l’Inghilterra. O, forse, è tutto salvo l’Inghilterrra. Infatti il confronto che ebbi agio di fare, nel 1945, non era tra Stati Uniti e Inghilterra, bensì tra Stati Uniti e Germania. A quel tempo non c’erano i cellulari e gli eserciti avevano a volte bisogno di un telefono da campo. Per installare una linea i tedeschi piantavano piccoli pali lungo una strada, vi inchiodavano traverse con piccoli isolatori e stendevano i fili. Gli americani trascinavano con un autocarro un rullo che sviluppava sul terreno un cavo, e così coprivano un chilometro in due minuti. Se il traffico troncava il cavo ne stendevano un altro. Poi finì l’occupazione militare, ma l’occupazione culturale rimase. Nell’immediato dopoguerra i tedeschi si lamentavano che le loro industrie imitassero il modo di lavorare degli americani, efficace ma meno accurato nei particolari. Le grandi aziende si erano americanizzate, mentre i singoli lavoravano ancora all’antica: solo, molto di più per rimettersi al passo. A un’impiegata dissi una volta: «Non lavori troppo», e lei: «Man arbeitet nie zuviel» (Non si lavora mai abbastanza). Presto i nostri fannulloni napoletani andarono a lavorare in Germania. Impararono il tedesco, guadagnavano bene, ma sembrava che, pur soddisfatti, almeno su un punto si trovassero a disagio. Gli istituti demoscopici cominciarono a interrogarli, ma era difficile capire che cosa non andasse. Nessuno si lamentava dei superiori, dell’accoglienza, del vitto. Finalmente uno, più aperto degli altri, spiega in perfetto tedesco: «Ciò che proprio non sopporto è das deutsche farniente». La locuzione è ormai diventata di comune dominio, e pour cause: neppure i francesi, neppure gli inglesi mostrano ormai così poco quella frenesia del lavoro che, per contro, caratterizza gli americani.
Le differenze, dunque, si trovano, non solo tra una sponda e l’altra dell’Atlantico o della Manica, ma anche tra ogni nazione e, a volte, tra ogni regione dell’Occidente. Nessuna differenza tuttavia è tale da giustificare una distinzione di civiltà. Anche perché, come si è visto, le differenze vanno e vengono abbastanza rapidamente, e ciò che sembrava peculiare di una nazione dopo un po’ prende a caratterizzarne un’altra. I caratteri nazionali sembrarono fissarsi con la fine del Medioevo, cioè dell’epoca in cui il latino rendeva unitario l’Occidente. E suscitarono il massimo interesse nel Settecento, ad esempio in Goldoni, poi nei romantici ad esempio in Friedrich Hebbel (Quattro nazioni sotto un tetto). Oggi si separano (per poi rimescolarsi) le lingue, ma non i caratteri. Il Medioevo conosceva «nazioni», ma non nazionalità. Nessuno si accorgeva che il futuro Sant’Anselmo fosse nato ad Aosta, cioè in «Lombardia»; e gli inglesi si meravigliano ancor oggi che non sia «di Canterbury», come per i normanni (che, germani, importarono in Inghilterra buona parte del lessico francese) era l’abate del Bec. Col Settecento una tradizione universalistica rimase solo nell’impero asburgico. Qui un francese di orgine, Eugenio di Carignano, poteva arrivare a capo dell’esercito, essendo stato riformato in Francia come inetto al servizio militare. Oggi per gli austriaci è un austriaco, per noi un italiano, ma sempre per ragioni alquanto pretestuose.
L’Occidente, dunque, non è quello che era nel Medioevo e neppure nell’età moderna, ma è ancora qualcosa di unitario rispetto al «resto del mondo». È il resto del mondo, semmai, quello che ha difficoltà a distinguersi dall’Occidente. Infatti, anche quando (e non senza ragione, per certi aspetti) impreca contro l’Occidente, contro la sua degenerazione, di fatto si dimostra desideroso d’imitarlo. Nei Paesi africani, non solo gli occidentali non adottano l’abbigliamento del luogo (molto più adatto al clima e più ragionevole), ma anche i notabili locali sostituiscono volentieri il loro costume con abiti europei, soprattutto se vogliono scagliarsi contro l’Europa o contro l’America. Tutte le altre civiltà sembrano essersi fermate. Manifestano un dinamismo maggiore della nostra solo quando la imitano. Il sospetto è che vi siano ancora, bensì, più ruderi di civiltà, ma una sola «civilizzazione». La distinzione introdotta con questo comodo francesismo permette di sistemare la situazione, in una prospettiva, però, poco promettente per il futuro: quella che il Vico chiama «barbarie della raffinatezza» potrebbe finire col portare a una barbarie dell’aridità. L’Occidente, in conclusione, è uno, anche perché nella nostra età è uno il mondo. Il fosso della Manica sembra a volte più largo del vallo dell’Atlantico per ragioni politiche (quando, ad esempio, al Consiglio di Sicurezza Blair e Bush appaiono alleati sui tempi della guerra all’Iraq, mentre Francia e Russia minacciano di esercitare il loro diritto di veto), ma questa è politica contingente. Una situazione politica di fondo, più stabile di tutte le precedenti, unifica l’Occidente e, per di più, un Occidente che, a causa della mondializzazione, fa il giro del globo abbracciando, ad esempio, anche il Giappone. E la Cina? Forse, se si svegliasse, rappresenterebbe l’altra civiltà. Ma, se si svegliasse, sarebbe ancora la Cina? Senza dubbio per la Cina l’Occidente è ai margini dell’«impero di mezzo». Da tutte le parti, però, l’Occidente passa attraverso questo margine ed entra nel mezzo (come fecero del resto prima di lui tante altre civiltà). Se la Cina si sveglierà avremo modo di collaborare, spero, con altro dall’Occidente. E, collaborando, anche di confliggere. Ma oggi, rispetto anche ad altri ruderi di civiltà, la stessa fenomenologia dei conflitti appare sempre più simile a quella interna all’Occidente.
Giudico la collaborazione con la Cina importante soprattutto in vista della rivoluzione (tutta occidentale) che ha segnato per noi il passaggio al Terzo millennio: la rivoluzione informatica. Informatica e «digitale», come possibilità di tradurre ogni conoscenza (e, quindi, ogni realtà) in una successione di scelte tra due sole alternative (chiuso-aperto, zero-uno, etc.). Essa ha appena cominciato a rivelare le sue immense possibilità, ma la direzione è chiara: la possibilità di rendere tutto «virtuale». Quindi di trasformare noi stessi in una successione di scelte tra zero e uno, o di lampadine accese o spente. La Cina potrebbe divenire complementare rispetto a questa eventualità affascinante e fatale, perché la sua scrittura è analogica, al contrario della nostra che, pur usando 24 o più segni anziché due, tendeva al digitale fin da principio. In natura - segnatamente in biologia - l’informazione analogica e la digitale coesistono: ad esempio, nella trasmissione degli impulsi nervosi. Se, come spero, la Cina conserverà la sua scrittura analogica potrà aiutarci a ragionare; come, del resto, ha già fatto nel Novecento, nell’ambito della scienza di base.
Di fronte queste differenze le distinzioni interne all’Occidente scompaiono. L’anglicità - che stenta a conservarsi più negli Stati Uniti che nella Gran Bretagna e nella stessa Irlanda, dove si è riesumato il gaelico, ma sono nati «caratteri» o personaggi che più anglici di così non potrebbero essere - è una peculiarità dello stesso Occidente nel suo complesso, non qualcosa di diverso. Un pamphlet (tradotto in italiano dalla casa Taylor, fondata dalla seconda moglie di Nicola Abbagnano) si poneva una domanda più radicale: «Sono gli inglesi esseri umani?». E propendeva per il no, dividendo il genere umano in due specie incomunicanti, gli inglesi e tutti gli altri. Il tema riprendeva il capolavoro dell’ungherese Mikes, How to be an Alien, in cui il punto di vista insulare è spiegato magistralmente. La stessa parola «naturalizzare», per dire che l’alieno diviene inglese, mostra che per gli inglesi gli stranieri non appartengono alla natura. Anche se sono a casa loro, dove rimangono stranieri egualmente. A Budapest una signora inglese che continuava a chiamare Mikes «straniero», argomentava così: «Se fossimo a Londra Lei non sarebbe straniero?». Mikes acconsentiva. «Dunque Lei è straniero anche qui: la verità non dipende dalla geografia». Se la cultura angloamericana fosse questa, e solo questa, essa sarebbe inassimilabile al resto dell’Occidente. E forse così è stato. Ma questa stessa incompatibilità era percepibile solo in quanto i valori di riferimento erano (e sono ancora) gli stessi. Esiste bensì ancora un’insularità della lingua, ma, paradossalmente, perché lo pseudo inglese è divenuto la lingua universale. Per questo l’inglese autentico rimane un’isola ristretta all’interno delle isole britanniche. Sul resto del mondo gli inglesi rinunciano a ogni giurisdizione linguistica. Di conseguenza so che a molti capita ciò che è capitato a me: se redigo un testo in tedesco o, ancor più, in francese e lo sottopongo a uno di madrelingua perché lo corregga, è quasi certo che vi apporterà qualche variante. Se lo redigo in inglese, al contrario, mi viene restituito intatto. Provate però a domandare: «Ma lei avrebbe scritto allo stesso modo?». La risposta è: «Certamente no». Insomma, quello che vale è ancora il paradosso di Oscar Wilde.