Quella che si prepara a disegnare la sua futura architettura, scrivendo il testo della sua prima Carta Costituzionale, è forse l’Europa più debole, incerta e precaria degli ultimi vent’anni. È un paradosso, ma il vero grande problema che ci sta davanti è proprio questo: sul bisogno di nuove regole e di più forti istituzioni comuni, sulla necessità di iniziare una nuova fase della vita dell’Unione resta tutto il peso negativo di una vecchia fase che non si riesce a chiudere e che si trascina con effetti molto pesanti. Due passaggi degli ultimi mesi rendono particolarmente visibile una difficoltà su cui non ci si sofferma mai abbastanza. Il primo è stato l’undici settembre, quando si è visto che la struttura portante dell’Occidente e del suo complessivo sistema di valori - democrazia, benessere, rispetto dei diritti dell’individuo - resta al di là dell’Atlantico e che nel mondo globalizzato, nelle sue crisi e nelle loro soluzioni noi, vecchio continente, siamo sempre meno determinanti: non c’è stato un nostro esercito nella guerra per cacciare da Kabul il regime dei talebani, non c’è stato un nostro vero ruolo politico per isolare il terrorismo, non c’è stata da noi quella mobilitazione culturale e civile che invece ha coinvolto l’America. Il secondo passaggio è stato il primo gennaio, quando ci siamo dovuti ricordare che l’euro è il vero, autentico figlio della rivoluzione del 1989: la caduta del Muro di Berlino, la rinascita di un’idea di Europa più vasta e la democratizzazione dell’Est, fino alla Russia, hanno avuto finora essenzialmente l’effetto di unificare la moneta e di viaggiare senza bisogno di passaporto. Un po’ poco rispetto alle attese, alle speranze, alle necessità dichiarate dagli stessi protagonisti di Maastricht - basti solo pensare alle continue esortazioni del presidente Carlo Azeglio Ciampi. Ma se questi, oltre ovviamente alla riunificazione tedesca, sono i risultati della caduta del comunismo e della fine del totalitarismo nell’emisfero sviluppato, cosa può essere oggi una Costituzione capace di legare popoli e Stati da Capo da Roca fino alle frontiere della Russia? E soprattutto di quale svolta deve essere il frutto? In altri termini, sarà possibile vergare, attorno a un tavolo, una di quelle Carte fondamentali che, nella storia, normalmente sono state scritte dai protagonisti delle rotture epocali? Per stare qui in Europa, penso al 1848 e al 1945. Non so se sia possibile ignorare queste domande preliminari, alla vigilia di una Convenzione su cui si è discusso accanitamente per la nomina - si badi bene, la nomina e non l’elezione - dei suoi componenti o per lo stipendio da elargire a chi la deve presiedere. Ma, soprattutto, da dove verrà l’impronta a un testo nel quale dovranno riconoscersi diverse centinaia di milioni di persone? Quale storia peserà sul vostro lavoro? Se ripensiamo a quello che è successo dopo il 1989, non è facile ritrovare i fili di un’identità «positiva». Se si esclude il capolavoro compiuto da Helmut Kohl che, ricostruendo la Germania, ha anche cominciato a ridare a un continente i suoi connotati, non c’è traccia di quell’idea di futuro che sottintende al lavoro di ogni assemblea costituente. L’ultimo decennio europeo è stato infatti segnato, per quello che riguarda la politica dei governi e l’atteggiamento delle istituzioni, in primo luogo dalla fuga dalle responsabilità. Non sono pessimista. C’è un lungo elenco. Cominciamo con l’assedio di Sarajevo, una capitale multietnica e disarmata che è stata per mille giorni sotto il fuoco di un esercito mosso dai peggiori istinti del nazionalismo e del rifiuto della coesistenza con «l’altro». Continuiamo con la difficoltà di misurarsi fino in fondo con le ondate dei fondamentalismi che si sono abbattute sulle altre rive del Mediterraneo, con sanguinarie rivolte come quella in Algeria e con il terrorismo dilagante, come quello che ha fatto fallire la pace tra Israele e i palestinesi. Abbiamo poi chiuso gli occhi davanti al genocidio in Rwanda, su cui adesso non c’è più nulla da aggiungere - basta la parola. Si può continuare a lungo, fino a oggi: già, perché nei giorni scorsi mentre dilagava lo sdegno per il trattamento inflitto ai prigionieri di el-Qaeda trasferiti nella base di Guantanamo, il Consiglio d’Europa - dimenticando l’invocazione generale all’universalità dei principi - assolveva ancora una volta la pulizia etnica condotta dall’esercito russo in Cecenia (come dire - lo scrivo tra parentesi - che abbiamo il vizio di scaldarci soltanto davanti all’America di George Bush).
È un elenco da cui emerge, soprattutto, l’idea di un’Europa che si sta chiudendo sempre più in se stessa. Non mi sembra che il vero conflitto sia oggi tra la tentazione di difendere le «piccole patrie» - che in Italia è la bandiera della Lega - e la difficoltà di trovare il modo migliore per stemperare progressivamente in una confederazione la sovranità degli Stati-nazione. No, più passa il tempo e più il vero conflitto, quello che sta penalizzando il cammino dell’Unione, è con il resto del mondo e con i suoi processi di trasformazione. Parliamo di riforma del Welfare, ma continuiamo a cullarci nell’illusione di una nostra superiorità grazie a uno «spazio sociale» che, certo, è stato importantissimo, al quale dobbiamo non solo garanzie e tutele sociali che sono parte integrante del nostro sviluppo e del nostro benessere, ma che oggi stenta ad avere un futuro. Se ci pensiamo bene, siamo nel mondo un’isola di privilegiati dove, in primo piano, c’è la difesa delle pensioni e del posto fisso. Insieme alla pretesa di dare lezioni a tutti gli altri, a cominciare da quelle altre parti dell’Occidente, America in testa, dove i modelli propendono più per la libertà di scelta, per la concorrenza, per la liberalizzazione dell’economia, per le regole del mercato e quindi per la responsabilità, su ogni piano. Insomma è un’Europa chiusa, plasmata nell’ultimo decennio da una sinistra che, con il 1989, in parte si è liberata e in parte no. Ma che soprattutto ha trasformato in un tabù un’Unione che, oltre all’euro e alle sue istituzioni, spesso inutilmente rumorose e irresponsabili (perché non rispondono a nessuno, se non alle leggi dei rapporti di forza statali nel continente), appare come una costruzione virtuale. Ecco allora la domanda più importante: che Costituzione si riuscirà a scrivere, in questa Europa che non è mai stata così debole rispetto al resto del mondo, che è alla fine di un suo ciclo storico, che ha bisogno - tutta, dall’Italia alla Germania, alla Francia - di profonde riforme sociali? E che probabilmente ha un’opinione pubblica che si sente più europea del suo ceto politico, che invece ha il vizio di cercare sempre un’identità negativa, soprattutto in contrapposizione all’America. Sappiamo tutti che c’è bisogno di un vero e proprio salto politico, culturale e istituzionale. Ci si riuscirà?
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