Negli anni Settanta Milan Kundera constatò con amarezza che la Mitteleuropa non esisteva più. Il sipario di ferro aveva diviso il continente in due grandi regioni di cui la prima veniva comunemente definita «occidentale» e la seconda «orientale». Insieme a Budapest, Bratislava, Cracovia e Varsavia, Praga era stata annessa al grande Impero di Oriente che la «Terza Roma» aveva costituito con i territori occupati dall’Armata Rossa alla fine della seconda guerra mondiale. A Ovest del sipario di ferro si era verificato nel frattempo, su scala minore, uno stesso fenomeno. Alcune città non interamente occidentali (Berlino, Vienna, Trieste) furono annesse, politicamente e culturalmente, alla Repubblica dell’Occidente: una grande confederazione in cui il presidente degli Stati Uniti divenne di fatto, per le questioni di sicurezza, capo dello Stato. L’Atlantico si rimpicciolì e si ridusse a un grande fiume, su cui si affacciavano i maggiori Paesi dell’Occidente; mentre il sipario di ferro crebbe metaforicamente sino ad assumere le ingombranti dimensioni di una catena alpina. Divennero occidentali, per diritto di cittadinanza politica, anche alcune città che con le grandi democrazie dell’Europa avevano tutt’al più un rapporto di lontana cuginanza: Ajaccio, Atene, Napoli, Marsiglia, Palermo. Tanto per intenderci Reggio Calabria e Messina furono allora più occidentali di Praga e Budapest. La carta geografica era rimasta la stessa, ma la politica ne aveva alterato la proiezione. Catania e Copenaghen, per esempio, erano meno lontane di quanto non fossero Francoforte e Weimar, vale a dire il luogo in cui Goethe era nato e quello in cui aveva vissuto per più di cinquant’anni. A Parigi, dove aveva trovato rifugio, il povero Kundera era ormai doppiamente orfano. Aveva perduto la patria politica e la patria culturale: la prima conquistata dall’Unione Sovietica, la seconda soppressa dalla logica della contrapposizione fra i blocchi. La geopolitica, evidentemente, contava più della geografia e della storia. Per le convenienze della guerra fredda esistevano ormai soltanto l’Occidente e l’Oriente, il resto era superfluo. Dopo l’11 settembre è accaduta, per molti aspetti, la stessa cosa. Indignati dagli attacchi terroristici di New York e di Washington ci siamo stretti intorno agli Stati Uniti e ci siamo proclamati «americani». Non appena Bush dichiarò «guerra al terrorismo» sentimmo l’obbligo di manifestargli la nostra solidarietà. Convocata d’urgenza, la Nato decise immediatamente l’applicazione dell’art. 5 del Patto Atlantico, una specie di giuramento dei moschettieri (tutti per uno, uno per tutti) che era stato sottoscritto contro l’Unione Sovietica e mai, prima di allora, applicato. Il nemico, anche se nessuno osò dirlo esplicitamente, era il grande Oriente musulmano, dal Maghreb ai sultanati islamici della Malesia. Bush visitò una moschea e sostenne che la guerra sarebbe stata combattuta soltanto contro le manifestazioni più minacciose del fanatismo religioso. Ma si lasciò sfuggire la parola «crociata» e autorizzò l’Fbi a fare una colossale razzia negli ambienti dell’immigrazione arabo-musulmana. In un clima di soft pogrom furono arrestate circa mille persone di cui nessuno seppe, nelle settimane seguenti, il nome, il luogo di detenzione e il capo di accusa. A quale Occidente apparteneva in quel momento l’America? A quello dei philosophes che avevano ispirato i costituenti di Filadelfia? O a quello dei quaccheri che bruciavano le streghe nella piazza di Salem? Più candidamente Silvio Berlusconi dichiarò che la civiltà occidentale era superiore alla civiltà islamica. Di fronte a una tale violazione del più elementare galateo politico, gli uomini politici storsero la bocca, ma la grande maggioranza dell’opinione pubblica lasciò chiaramente capire che era d’accordo con il presidente del Consiglio. Sarebbe lecito chiedere a Berlusconi, tuttavia, se anche la mafia, la n’drangheta, la camorra, le nuove Brigate Rosse, l’evasione fiscale, il lavoro nero, i tempi lunghi della giustizia e i 23 anni passati tra l’assassinio di Mino Pecorelli e l’ultima sentenza di Perugia contro Giulio Andreotti, potevano considerarsi «occidentali».
La questione divenne ancora più imbrogliata quando alcuni ambienti europei, sostenuti dalla Chiesa cattolica, chiesero che la carta costituzionale dell’Unione (a cui lavora la convenzione presieduta da Valéry Giscard d’Estaing) contenesse un esplicito riferimento alle radici cristiane dell’Europa. Dietro questa richiesta vi era la convinzione che il cristianesimo avesse avuto una parte determinante nella formazione dell’Europa dopo il crollo dell’Impero romano e che l’Europa «non potesse non dirsi cristiana». È vero. Quando i missionari di Roma convinsero i re pagani ad accettare il cristianesimo, le conversioni collettive furono il granellino di sabbia intorno al quale crebbe col passare del tempo l’identità nazionale. E i limiti delle diocesi divennero spesso i confini di regioni o Stati che ancora esistono. Potrebbe sostenersi che il migliore liberalismo, da Tocqueville ad Acton, fu cristiano e che la democrazia stessa crebbe, in Europa come in America, su un terreno preparato dal personalismo cristiano. Ma nella storia dell’Europa il cristianesimo è stato anche causa di aspri contrasti e guerre sanguinose: la Chiesa contro albigesi e catari, cristiani latini contro cristiani greci, cattolici contro protestanti, evangelici contro anabattisti, anglicani ed episcopali contro quaccheri prespiteriani e metodisti, ortodossi contro bogomili, il Patriarca di Mosca contro i vecchi credenti. Nelle scorse settimane, mentre il Papa chiedeva all’Europa «di aprire le sue porte a Cristo», i cattolici avevano appena celebrato il trecentottantaduesimo anniversario della battaglia della Montagna Bianca (8 novembre 1620), vale a dire l’inizio della più lunga e sanguinosa guerra di religione combattuta sul continente europeo. Se il visitatore della Cappella Sistina darà un’occhiata a una stanza vicina in cui sono rappresentati i Trionfi della fede, scoprirà che tra gli affreschi del Vasari ve n’è uno in cui il pittore ha rappresentato la Notte di San Bartolomeo e il corpo esangue dell’ammiraglio di Coligny, leader degli ugonotti francesi, assassinato dai sicari di Caterina de’ Medici. Il cristianesimo ha custodito e tramandato la cultura dell’antichità, ma la Chiesa è stata, in alcuni momenti della sua storia, miope, retriva e più incline a proibire libri che a promuoverne la diffusione. Non è tutto. Mettere l’accento, in un documento ufficiale, sulle radici cristiane del continente significa dimenticare che l’Europa è stata anche miscredente, libertaria, marxista, anarchica, nichilista o, più semplicemente, agnostica e consumista.
Lo stesso può dirsi dell’America. Il cristianesimo dei pellegrini aveva tratti «fondamentalisti» e trasformò alcune città della costa orientale in altrettante teocrazie protestanti. Dal forte sentimento religioso dei primi immigrati discende un’America illuminata, compassionevole e tollerante in cui i due maggiori partiti (democratici e repubblicani) sono di fatto, nelle loro componenti migliori, due «democrazie cristiane». Ma dalle loro fazioni militanti discendono il «khomeinismo» dei quaccheri, il rigore dietetico dei mormoni, la giustizia biblica della pena di morte, l’apartheid degli Stati del Sud e le leggi con cui alcuni Stati della Federazione cercarono di proibire l’insegnamento dell’evoluzionismo nelle aule scolastiche. In un bel film del 1960 con Spencer Tracy e Fredric March (Inherit the Wind), Stanley Kramer raccontò la storia del processo che si tenne in uno Stato del Middle West, agli inizi del Novecento, contro un povero insegnante che si era permesso d’insegnare ai suoi scolari le teorie di Charles Darwin. A quale ramo del suo albero genealogico appartiene l’America d’oggi? A quello dell’intransigenza puritana o quello della tolleranza illuminata? A quello che crede fermamente nel «destino manifesto della grande nazione»? O a quello che accetta di condividere con altri Paesi le responsabilità dell’ordine internazionale? In realtà ciò che maggiormente colpisce oggi in America è una singolare combinazione di righteousness (la convinzione della propria rettitudine) con un brutale e spregiudicato realismo. In un libro recente sui «limiti dell’Occidente» (La zattera del naufrago, edito da Marsilio), Pia Luisa Bianco ricorda la vecchia antinomia fra l’idealismo di Woodrow Wilson e il prudente pragmatismo del Vecchio continente. Il primo voleva cambiare il mondo, il secondo si accontentava di amministrarlo alla giornata senza troppe ambizioni. La situazione, dopo l’11 settembre, è in parte cambiata. Nei discorsi di George W. Bush (quello di West Point della scorsa primavera, ad esempio) soffia ancora il vento dell’idealismo americano, ma accompagnato da una brutalità che sembra appartenere ai periodi più arroganti della storia europea. Ecco alcune delle ragioni per cui la parola Occidente mi sembra, oggi più che mai, una scatola vuota che può essere riempita di contenuti diversi. O, se preferite, una auberge espagnole dove, come diceva Mérimée, il viaggiatore trova soltanto ciò che gli serve e che ha portato con sé per le necessità del viaggio. Il resto è autogiustificazione, mitologia o, più semplicemente, propaganda.