La domanda è se l’Occidente sia uno o due, e allude a quanti lo considerano doppio, in relazione a una «profonda diversità tra la cultura anglo-americana e quella europea». Credo che chi lo pensa abbia ragione ma che si fermi indebitamente a mezza strada. Perché contare una sola «cultura» anglo-americana se tra gli stessi americani si moltiplicano i distinguo, con chi vilipende e chi esalta la cultura mass-mediatica, chi innalza sugli altari il jazz e gli spiritual e chi confina Satchmo nella spazzatura subculturale? Parallelamente, appare comica l’idea contrapposta di una sola e unica «cultura europea», da che ci si domanda se tra la cultura francese e quella tedesca, oppure tra lo spirito italiano e, per fare un esempio, svedese, le distanze non siano meno rilevanti della presunta differenza euro-americana. Si aggiunga che ogni cultura si compiace delle proprie sfumature, e che spesso francesi (o italiani) sono orgogliosi di monopolizzare le grandi diversità e si credono più differenti tra loro che rispetto ai loro vicini. Da più di un secolo, Ferdinand de Saussure propone di considerare ogni lingua come un «sistema di differenze», eliminando così lo spettro di una chiusura nazional-linguistica del Volksgeist romantico. Ogni cultura mi sembra a sua volta un sistema di differenze, il che impedisce di delimitarla con una qualche frontiera naturale o una sorta di linea Maginot.
Il Reno e l’Atlantico non sono abbastanza profondi, né le Alpi né i Pirenei così alti da interrompere la reciproca penetrazione delle idee e la circolazione dei sentimenti. Temo che oggi la volontà di separare nettamente cultura europea e cultura americana sia sintomo di un panico intellettuale, di un movimento di arretramento più generale di fronte a un baratro che all’improvviso si è socchiuso. Come struzzi, affondiamo la testa nella sabbia per schivare il terrore dell’11 settembre. Ci sarebbero due Occidenti, l’Europa che si preoccupa dei diritti dell’uomo al riparo dagli aerei suicidi e gli Stati Uniti, a volte «imperialisti e bellicisti», a volte «isolazionisti ed egoisticamente autistici», quindi puniti dal loro stesso peccato. Oppure ci sarebbero sette-otto civiltà ritagliate da Huntington in funzione delle religioni ovunque malate e a volte agonizzanti, e in ogni caso ugualmente impotenti a contenere le esplosioni della violenza contemporanea. O ancora, secondo Santa Oriana Fallaci, ci sarebbero due campi contrapposti, noi e il miliardo di fanatici musulmani. O ancora, l’impero contro l’insieme immacolato dei poveri, due campi ancora perentoriamente schierati dalla lunga stirpe di profeti infallibili: Karl, ergo Vladimir, ergo Josif, ergo Fidel, ergo Toni Negri. Si tratta di altrettante censure arbitrarie, al fine di nascondere l’evidenza, maturata nell’Antica Grecia, resa planetaria nel Ventesimo secolo e conclamata con l’11 settembre del 2001: tutti ci confrontiamo con la medesima morte, siamo tutti passeggeri di un potenziale Titanic e, quindi, tutti nella rete di una civiltà sull’orlo del baratro. Ground Zero, perimetro della catastrofe. Nessuno si interroga sulla strana impressione di déjà vu consacrata da questa definizione. Il battesimo è stato istantaneo e nessun giornalista ha rivendicato diritti d’autore. Tra il nome e la cosa, il rapporto è subito sembrato saltare agli occhi. Interroghiamoci su questa evidenza. In origine, Ground Zero definì, il 16 luglio del 1945, alle 5 e 29, il cuore dell’esplosione nucleare che aveva avuto luogo da qualche parte del Nuovo Messico. Si trattava dell’ultima esperienza scientificamente controllata prima dello sganciamento della bomba sul Giappone. È così, prima di ogni interpretazione, teorizzazione o manipolazione, che l’11 settembre è stato vissuto a caldo da coloro che lo hanno subìto, come da coloro - l’intero pianeta - che lo hanno contemplato: nell’orizzonte di un bis di Hiroshima. Incancellabile intuizione di un terrorismo di portata nucleare a disposizione di un qualunque acquirente di taglierini! Dall’oggi al domani, l’umanità si è scoperta esposta alla sfida post-nucleare. Una capacità di devastazione di massa rimasta fino allora appannaggio delle grandi potenze si trova a essere alla portata di tutte le mani, di numerose borse e di milioni di menti fanatizzate, manipolate o in qualche modo disturbate. Soltanto un inguaribile ottimista può immaginarsi al sicuro. I depositi petroliferi o le centrali nucleari civili sono forse più invulnerabili oggi delle Twin Towers ieri? Con le bombe umane che proliferano a destra e a manca, chi potrebbe escludere una Chernobyl dolosa? Ogni giorno noi saremo alla vigilia della fine dei tempi. Una civiltà non si definisce attraverso l’unità dei gusti, dei colori e del genere di vita; l’«imperialismo» di MacDonald’s coesiste civilmente con l’imperialismo della pizza, ancora più invadente a livello transcontinentale. Una civiltà è prima di tutto un anti-destino. La Grecia antica si disperdeva in città rivali e ostili, tante erano le costituzioni tanti i «beni supremi» che si escludevano a vicenda (svariate centinaia, secondo Plutarco e Varrone).
Questo non impediva che a Delfi e in Omero l’insieme degli Elleni forgiasse un sentimento condiviso dei pericoli esterni (la guerra) e interni (hybris) che minacciavano la loro sopravvivenza collettiva. C’è parallelamente un’idea comune del peggio, quella pre-scienza e quel presentimento delle calamità, evocato dalle litanie millenarie (a fame, peste, bello, libera nos Domine), che unificò un tempo l’Europa cristiana, sebbene divisa tra Roma e Bisanzio, tra sacerdozio e impero, tra Guelfi e Ghibellini, e poi i nascenti Stati moderni. Non dispiaccia alle illusioni che essa si fa: la civiltà si unifica innanzitutto contro. In secondo luogo, questo sentimento comune dell’avversità le permette, a botta calda, di comunicare in «valori» la cui positività resta soggetta a equivoci, variazioni, e quindi anche a cambiamenti, perfino a miglioramenti. La civiltà planetaria del Ventunesimo secolo non è Una perché professa una medesima idea di paradiso - Dio sa che non importa - ma perché è assillata, volente o nolente, da una comune idea dell’inferno, che nel Ventesimo secolo le hanno inoculato Auschwitz, il Gulag, la Cambogia, il Ruanda. Manhattan diventa leggibile in mondovisione in funzione di questo pedigree. Conviene ancora non indietreggiare di terrore davanti al terrore e di non farsi prendere dal panico di fronte a timori giustificati, anche se danno le vertigini. Sorprendente incomprensione mondiale da che un americano apre bocca! Cos’è che scandalizza nei discorsi di Bush? Che si richiami al Bene? Andiamo! Quando Bush parla di «crociata», solleva reticenze e recriminazioni. Ma si corregge nel corso della giornata, visita una moschea e pronuncia il discorso appropriato. Gli americani sanno generalmente riconoscere i loro errori e non si considerano definitivamente angeli. Quello che scandalizza è l’uso della parola «Male». Quello che mi scandalizza, al contrario, è l’incapacità di tanti esperti, di politici e di persone comuni di articolare: «è male». Günter Grass ha dichiarato - negazione sintomatica - che gli americani facevano troppo chiasso «per tremila bianchi uccisi». Era tuttavia facile constatare che a essere stati uccisi non erano solo bianchi e che la qualità del crimine non riguardava il loro numero. I terroristi si erano arrogati, di fronte al mondo, il diritto nichilista di uccidere chiunque. E questo «chiunque» annunciava l’assunzione mondiale di un nichilismo di cui Dostoevskij aveva annusato l’odore nella Santa Russia. Quello che urta, nell’«asse del male» (come, in passato, nell’«impero del male», di cui Ronald Reagan aveva incoronato l’Urss), è la parola «Male», che gli americani osano adoperare, così come Solgenitsyn e Giovanni Paolo II. Come Aristotele, quando sottolineava che «la malvagità umana è qualcosa d’insaziabile», e come Machiavelli che si faceva beffe delle anime belle che sussurrano «gli è male dir male del male». Si può discutere questa o quella strategia di Washington senza essere antiamericani. A suo tempo (1967), criticai la politica di escalation di Mac Namara in Vietnam. Lui stesso riconobbe, qualche anno dopo, il suo spaventoso errore. L’antiamericanismo dipende da un’americanofobia congenita che sostituisce alla critica razionale un odio velenoso, perfino delirante, di cui oggi è il «diavolo» Bush a fare le spese. I non americani vogliono dormire tranquilli. Sono convinti: la minaccia nichilista riguarda gli Stati Uniti e solo loro. Non c’è fumo senza fuoco, il Numero Uno se l’è cercata, l’impero è stato punito, la sua violenza gli si ritorce contro.
Corollario di questo escamotage psicologico: non bisogna sopravvalutare l’importanza degli attentati dell’11 settembre. Non sono che «scaramucce di nomadi» - è scritto in un settimanale francese ritenuto serio, per mano di un consigliere del presidente Mitterrand. La demonizzazione della Casa Bianca consente così di far decadere l’evento nichilista - non è successo niente, il quarto aereo non è mai caduto, le Twin Towers si sono suicidate, è la Cia a condurre il gioco… in mancanza del Mossad. L’antiamericano rassicura l’Europa e il mondo: gli yankees sono traumatizzati, la loro angoscia per il terrorismo non ci riguarda, aspettiamo che si calmino. Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito, dice un proverbio cinese. Quando, dopo la carneficina di Manhattan, una popolazione si sente in pericolo, l’antiamericano accusa questa popolazione. Prendiamo atto che i rapporti di forza che decidono del futuro del mondo si sono radicalmente trasformati; è mutata la stessa natura di quello che intendiamo per «forza». I rapporti di potere sono diventati rapporti di nocività. Nell’Europa classica, uscita nel 1648 dal Trattato di Westfalia, i grandi Stati decidevano in modo sovrano del loro sistema di vita. Raramente erano in gioco problemi di sopravvivenza: ci si faceva la guerra per conquistare nuove terre e per il prestigio. La vocazione a costruire vinceva sulla capacità di distruggere. Poi le guerre mondiali e i totalitarismi svilupparono l’arte dell’annientamento. Ma i blocchi e gli imperi rivendicavano ancora una presa sull’avvenire, una facoltà di promuovere le forze produttive. Hitler, come Stalin, si vantava di risolvere i problemi del capitalismo, di superare le crisi, di eliminare la disoccupazione, etc.
I totalitarismi si richiamavano a un progetto industriale, sociale, economico. Le potenze che si affrontavano disponevano della capacità di produrre un mondo (che gli uni trattavano come il migliore e gli altri come infernale) così come della capacità di schiacciare l’avversario. Erano fatti correlati: le grandi potenze sommavano il potere di fare al potere di disfare. Oggi, il potere di disfare vince sul potere di fare. Esempio tipico: l’ammissione della Russia al G7. Ad aver convinto i Sette a cooptarla non è certo la sua prosperità economica, ma più semplicemente la capacità di distruzione di cui è dotata, e non soltanto il fatto che la Russia possiede il secondo arsenale nucleare al mondo, ma anche che questo secondo o terzo mercato d’armi del pianeta è capace di accrescere il caos mondiale in proporzioni inaudite. Si ha un bel dire che la Borsa di Mosca conta meno di quella di Singapore: è il suo potere di devastazione a definirne lo statuto di grande potenza. I cittadini consapevoli e i democratici devono prepararsi ad affrontare non già un avversario presunto assoluto, ma un’avversità polimorfa, non meno implacabile e temibile. Io la chiamo, con Dostoevskij, «nichilismo». Hitler è morto, Stalin sepolto, il blocco orientale smantellato, ma un nichilismo sterminatore infierisce sotto bandiere diverse. Ground Zero a Manhattan, tabula rasa a Grozny, carestie politiche in Corea del Nord e in Zambia: il terrore artigianale o istituzionale chiama a raccolta in Asia come in Africa. Il mondo occidentale affascina e sovverte le società tradizionali. In ogni parte della terra, i nostri contemporanei scoprono che i costumi ancestrali, le antiche credenze, le religioni consolidate sono fallibili. La situazione è descritta nei dialoghi socratici. Là dove gli adolescenti di Atene subissano con raffiche di «perché?» i più anziani, scoprendo che questi non possono rispondere se non si sono mai interrogati. L’Occidente introduce ovunque l’incertezza. Le società tradizionali vivono nell’eternità, senza «perché». La questione del «perché» mobilita certo i miti delle origini e dinamizza racconti e leggende, ma non è posta in quanto tale. «Perché devo precludermi l’incesto?» o «perché mi impedisco certe forme di violenza?»: l’Occidente introduce la domanda. I popoli così rimescolati e sradicati, mal sopportano una messa in discusione tanto fondamentale. È questo il problema dei talebani in particolare e degli integralisti in generale. Nell’Afghanistan tradizionale, le donne portavano il velo, ma senza obbligo assoluto. Alcune se lo risparmiavano, specialmente nelle città. All’improvviso, l’uniforme fu imposta. In virtù di cosa? Cos’è che gli «studenti di teologia» immaginano sotto il burqa da dover essere assolutamente nascosto?
I loro padri e i padri dei loro padri vedevano una madre, una moglie, una figlia. Al contrario, lo zelo febbrile del talebano rivela che l’oggetto velato non è più quell’essere tradizionale, la propria sorella, la propria madre, la propria sposa, ma la Donna. Quale? Quella ignorata dalla sua cultura originale e che egli scopre nei film indiani e nei manifesti delle star internazionali! Lo studente di teologia pensa e immagina all’occidentale, ha in mente film occidentali e combatte contro i propri fantasmi. Non è più l’uomo immemorabile, l’uomo della religione. Attraverso la legge del burqa, il talebano ostacola la propria stessa occidentalizzazione. Egli è già un occidentale, ma incompiuto un occidentale represso, estremamente infelice, che non ha trovato come soluzione che rendere ancora più infelice gli altri, le proprie sorelle, la propria madre, la propria moglie. Insegue la propria stessa ossessione, il proprio disonore che egli fugge fino alla negazione di sé. Al termine di questo processo di autodistruzione, diventa bomba umana. Stiamo vivendo il paradosso di un’occidentalizzazione del pianeta che, politicizzandole, distrugge le religioni. La politicizzazione delle religioni tradizionali segna l’inizio della loro fine. La sessualizzazione degli usi e dei costumi ancestrali annuncia il loro disfacimento. Come sperare di uscire sani nello spirito e nel corpo da un terribile Ventesimo secolo che somma due guerre mondiali, quarantacinque anni di guerra fredda e settant’anni di rivoluzione totalitaria, più qualche genocidio in premio? Sa di farsa, immaginare che sia sufficiente che le armi tacciano perché gli animi si rasserenino e che il buon senso democratico governi il mondo! Una guerra che si prolunga, prolifera e diventa totale, genera quella patologia nichilista che, due millenni fa, Tucidide chiamava «peste». I tabù si disgregano, il rispetto si dissolve, saltano gli scrupoli, ci si concede ogni violenza, ci si accorda qualsiasi licenza, si gode dei rischi estremi e si vive un infinito e permanente rovesciamento di valori. Questa peste mentale, così ben diagnosticata ad Atene dallo storico antico e cantata da Ernst Jünger agli esordi della prima guerra mondiale, oggi mina e infetta i cinque continenti. Con la differenza che la lucidità di un Tucidide fa difetto alle nostre élites, sempre pronte a scommettere che una qualche provvidenza sradicherà il terrorismo con un colpo di bacchetta magica. Il pericolo immediato è quello di cedere al panico, tentando di occultare la dura realtà della sfida post-nucleare. Non dobbiamo dimenticare che almeno la metà dell’umanità ha applaudito, più o meno discretamente, agli exploit di Mohammed Atta. Molti hanno trovato legittimi questi atti, come giusti contrappesi. Sono numerosi i candidati alla successione di Bin Laden. Considerata l’esiguità dei mezzi necessari e i prezzi dei taglierini in tutti i Monoprix del mondo, il futuro rimane in discussione. E in sospeso. Il passato si allontana a Bangkok come a Roma, il futuro sfugge a Parigi come a New York, il pianeta si unifica attraverso una comunanza di vertigine, nell’angoscia di una vertiginosa responsabilità. Tutto questo chiamiamo una civiltà, una e indivisibile, da Socrate fino a Bin Laden compreso.
(Traduzione dal francese di Nicoletta Tiliacos)