Tra i molti modi possibili e legittimi di pensare il presente dopo l’undici settembre e gli eventi che ne sono seguiti c’è anche quello di interpretarli come l’ultima prova in ordine di tempo della fragilità della società aperta, o libera. Una fragilità che perdiamo di vista quando, più o meno compiaciuti, osserviamo i successi conseguiti, da due secoli in qua, dalle società liberalcapitalistiche occidentali e siamo portati a cullarci nell’illusione che, sconfitti i totalitarismi del Ventesimo secolo, la libertà vi abbia ormai messo salde radici. Cercherò di argomentare, in modo ovviamente sintetico, che spesso ciò deriva da una errata visione della politica, della sua natura e della sua logica, e da una (collegata) sopravalutazione della forza degli ostacoli che la società aperta ha predisposto per difendere se stessa, per preservare le libertà individuali dalle ricorrenti minacce provenienti dalla sfera politica. Friedrich von Hayek ha fatto notare più volte che la Grande Società (espressione che egli riprende da Adam Smith), se la rapportiamo alla storia umana nella sua interezza, è giovanissima, che gli uomini occidentali vivono, solo da pochissimo (meno di due secoli), entro l’ordine «astratto» della Grande Società, che per centomila anni circa, ossia la gran parte della preistoria e della storia umana, gli uomini, tutti, hanno vissuto in ordini «concreti», in società chiuse, entro cui si sono forgiati i loro costumi e le loro mentalità. Nel caso di Hayek, constatare la recentissima origine della Grande Società non ha mai scalfito il suo sostanziale ottimismo storico, la sua fiducia nei meccanismi dell’evoluzione culturale, la sua poca disponibilità (anche quando egli segnalava i tanti pericoli e le tante deviazioni) a prendere in considerazione l’idea che la Grande Società possa rivelarsi in realtà solo un episodio della storia umana, transitorio, passeggero. Che lo sia o no, naturalmente, non lo sappiamo ma proprio la constatazione di Hayek secondo cui, anche nella Grande Società, gli uomini si portano dietro pulsioni e mentalità che vengono da un lunghissimo e lontanissimo passato, dovrebbe aiutare a comprendere, in prima battuta, perché essa sia così fragile, così esposta al rifiuto, alla ribellione, e ai costanti tentativi di eroderla, e anche di distruggerla, dall’esterno e dall’interno. Tenere a mente l’esistenza di una «base» antropologica che non è immediatamente favorevole alla società libera, ricordare che una lunghissima sedimentazione storica comporta il fatto che tanti uomini continuino a sentire come «naturale» l’ordine concreto della società chiusa (autoritaria) e, per contro, «innaturale», artificiale, l’ordine astratto della Grande Società, sono buoni punti di partenza per valutare le difficoltà incontrate dai principali tentativi di creare solide barriere a difesa della società aperta e, quindi, di quelle libertà individuali di cui essa si nutre. Sappiamo che, storicamente, tre strade sono state percorse al fine di creare argini a favore delle libertà individuali. La prima è quella del mercato. È un postulato del market liberalism, o liberalismo economico, che la libertà economica sia fondamento della libertà politica. Senza libertà economica, senza mercato, secondo questa interpretazione, non ci può essere una politica «libera» e non ci può essere pertanto una società libera. Ora, mentre è certo che senza mercato non si dà una società aperta (è la lezione degli illuministi scozzesi che la storia moderna ha sempre confermato), non è invece affatto certo che il mercato sia una barriera sufficiente contro le ricorrenti tentazioni della politica di soffocare le libertà e ricostituire, in tutto o in parte, la società chiusa. Non lo è perché la politica dispone normalmente di risorse sufficienti, se le circostanze lo consentono, per mettere le briglie al mercato, dominarlo e, al limite, soffocarlo. Non può essere un caso che lo «Stato minimo», ricorrente utopia liberale, non si sia realizzato se non episodicamente, per brevissimo tempo, e solo in parte, in questa o quella società occidentale (più precisamente, e solo per qualche decennio dell’Ottocento, in alcune società anglosassoni. Mai in Europa continentale). In realtà, il market liberalism, sopravalutando la forza degli argini posti dal mercato, ha per lo più gravemente sottovalutato il ruolo, e la forza, della politica. Per esempio, ha sottovalutato il fatto che spetta alla politica dettare le condizioni minime di funzionamento dei mercati (stabilire e garantire i diritti di proprietà, assicurare con la forza il rispetto dei contratti, assicurare la presenza di tribunali indipendenti per la risoluzione delle dispute, ecc.). Ciò significa che i «vincoli» che la politica, forte del suo ruolo, può porre al mercato sono maggiori e più potenti dei «vincoli» che il mercato è in grado di porre alla politica a presidio delle libertà.
La seconda strada percorsa per garantire le libertà è stata quella del diritto, della normazione, ma nemmeno questa si è rivelata sufficientemente solida. Lo «Stato di diritto», che affida solo alla legge (generale e astratta) il compito di vincolare il potere politico, si trova presto o tardi di fronte al paradosso di un potere politico che è chiamato ad auto-limitarsi, a porre a se stesso limiti attraverso le leggi che esso stesso elabora. Il grande dibattito fra giusnaturalisti e giuspositivisti (in Italia, ad esempio, la controversia che, negli anni Sessanta, oppose Nicola Matteucci a Norberto Bobbio), oppure, su un altro piano, il duro scontro degli anni Venti sulla questione della «sovranità» (e del «custode della Costituzione») fra Hans Kelsen e Carl Schmitt, restano, insieme a tanti altri, documenti di una contraddizione irrisolta. Una contraddizione che si è rivelata meno grave, ma non per questo assente, solo nei Paesi di common law, dove, come scrisse Bruno Leoni, il diritto non si risolve interamente nella legislazione, e dove, per radicata tradizione, è relativamente forte il potere sociale di un ceto giudiziario di elevato prestigio, non organizzato come corpo burocratico dello Stato, e pertanto capace, almeno in parte, di operare come cane da guardia delle libertà individuali, sulla base di un diritto giurisprudenziale ispirato alla regola dello stare decisis. Anche nella grande utopia del «governo della legge» sostitutivo del «governo degli uomini» troviamo, in forme diverse, quella sottovalutazione del ruolo della politica, e delle risorse che essa è in grado di mettere in campo, che è propria del market liberalism. Più efficacia ha indubbiamente mostrato, là dove le circostanze storiche hanno permesso di seguirla, la terza strada, quella del costituzionalismo in senso stretto, quella che, semplificando, possiamo dire ispirata alla formula di Montesquieu del «potere che arresta il potere». Ma il Federalist, e la Costituzione americana, certamente il più grandioso tentativo di attualizzare l’antico ideale del «governo misto» e di imporre un effettivo «bilanciamento dei poteri» come strumento di salvaguardia delle libertà, non si può dire che abbia fatto, al di là del successo realizzato in terra americana, molto proselitismo nelle altre democrazie occidentali. L’ideale dei checks and balances è rimasto a lungo estraneo alla storia costituzionale dell’Europa (e solo in parte i controlli di costituzionalità, introdotti nel secondo Novecento, vi hanno posto rimedio), per non parlare delle nuove democrazie sorte più di recente in altri luoghi. Negli stessi Stati Uniti le possibilità di sussistenza di quel grandioso esperimento furono tutte affidate alle condizioni speciali (l’assenza di un passato feudale, la precoce alfabetizzazione, i grandi spazi, l’isolamento internazionale per oltre un secolo) cui, da Tocqueville in poi, siamo soliti attribuire le cause di quel successo. Ricordando però anche che quelle condizioni, e la Costituzione, non salvarono l’America dalla guerra civile. Ricordando inoltre che, finita, nel Ventesimo secolo, la condizione di isolamento internazionale, immersisi gli Stati Uniti nella competizione di potenza, i meccanismi costituzionali vennero subito messi a dura prova (si pensi al fortissimo rafforzamento dei poteri del presidente dal New Deal in poi, alle polemiche dell’età della guerra fredda sulla «presidenza imperiale», all’indebolimento delle prerogative degli Stati «federati», ecc.).
Si può ipotizzare che la sottovalutazione della «forza» della politica, e la collegata sopravvalutazione della forza degli argini posti, contro le degenerazioni sempre possibili della politica, a salvaguardia delle libertà individuali, dipendano dal fatto che, della politica, non si riconoscono i tratti più caratteristici, e ineliminabili. Non si riconosce cioè che, per quanto possa restare in «letargo», anche per decenni se le circostanze lo impongono, per quanto possa apparire, in certe fasi, addomesticata, la politica è sempre connessa (secondo la grande lezione del realismo politico) alla possibilità dell’uso della violenza. La politica è, in ultima istanza, il luogo ove si confrontano «identità» di gruppo (in cui gli uomini sono naturalmente attratti dal bisogno di protezione e dal permanere di mentalità forgiate nel corso dei millenni) dando continuamente vita a conflitti sempre suscettibili di degenerare in lotta armata. Gli argini che la civiltà liberale ha costruito per assicurare un ordine politico rispettoso delle libertà sono dunque resi fragili dal fatto che i conflitti di cui la politica si nutre possono suscitare in qualunque momento energie talmente potenti da travolgerli. Anche a prescindere da quei drammatici momenti, il gioco quotidiano della competizione per il potere e il lavorio prodotto dall’urto fra le differenti identità (cui si collegano differenti e, spesso, incompatibili visioni della «buona società») assicurano alla politica una spinta espansiva, una tendenza all’espansione «imperialistica» ai danni delle libertà, che solo la presenza (peraltro, non frequente) di forti contro-poteri sociali, dotati di risorse, economiche o simboliche, generate al di fuori del circuito politico, è in grado di contenere.
È frutto di una lacuna e di una debolezza di gran parte del pensiero liberale credere che non vi sia, al centro del problema politico, la questione del trade-off tra libertà e sicurezza. Molti uomini (ma non tutti) chiedono libertà e per questo apprezzano (soprattutto quando non c’è più) l’ordine politico liberale, e la società aperta cui l’ordine politico liberale è associato. Tutti gli uomini però vogliono anche sicurezza. Per molti, l’accettazione dei vincoli di gruppo, delle identità collettive, costruite dalle minoranze intense, dalle aristocrazie politiche nel senso di Vilfredo Pareto, rispondono a un bisogno di sicurezza, a un domanda di protezione contro il potenziale nemico politico. Per uno di quei tipici paradossi di cui la storia degli uomini è piena, la lotta fra i diversi raggruppamenti identitari, ciascuno dei quali promette sicurezza, accresce l’insicurezza. E quando l’insicurezza diventa troppo elevata l’ordine liberale vacilla, gli uomini si rassegnano ad avere minore libertà in cambio di una promessa (spesso frustata) di maggiore sicurezza. Anche nelle società liberali più solide non può essere mai esclusa la possibilità che i fisiologici conflitti degenerino in stasis, in guerra civile o anche, soltanto, che si presentino circostanze in cui si debba rinunciare a una parte della libertà in cambio di promesse di maggiore sicurezza. Ma sono soprattutto i rapporti internazionali, la competizione di potenza internazionale, a mettere a nudo la fragilità degli argini che proteggono la società aperta dalle minacce della politica. Per secoli, la competizione di potenza fra gli Stati europei ne ha ritardato la liberalizzazione interna (e l’Inghilterra, isola protetta dai mari, fece, da questo punto di vista, storia a sé). La competizione di potenza, certamente, favorì in Europa lo sviluppo dei mercati (i principi ne avevano bisogno per trarne le risorse necessarie per finanziare le guerre) ma si trattava di mercati su cui il controllo dello Stato era pervasivo. Solo la lunga, secolare pace seguita alle guerre napoleoniche, innescò poi una liberalizzazione che restò comunque molto parziale, non conseguì mai i risultati raggiunti dalle «democrazie marittime» (Gran Bretagna, Stati Uniti), le democrazie liberali meno suscettibili di subire, sul proprio territorio, le ferite che normalmente provocano le lotte di potenza nell’arena internazionale.
La questione del trade off tra libertà e sicurezza dovrebbe essere dunque considerata, proprio in una prospettiva liberale, la questione politica principale. Se la guerra al terrorismo islamico dovesse durare a lungo, con alterne fortune, ne vedremmo gli effetti. Effetti che non sarebbero positivi. Gli Stati riacquisterebbero molto del controllo territoriale perduto nel decennio seguito alla fine dell’Urss, alla scomparsa del nemico. Le esigenze della sicurezza si imporrebbero con molti sacrifici per le libertà personali. La globalizzazione, proiezione esterna della società aperta, perderebbe forza (come già la perse, dopo un cinquantennio di espansione, con lo scoppio della prima guerra mondiale) o, comunque, i suoi ritmi e le sue modalità verrebbero fortemente condizionati dalla esigenza delle imprese di lavorare solo in territori politicamente «sicuri». La politica riacquisterebbe spazio, anche al costo di frenare lo sviluppo economico (è già accaduto tante volte nella storia), a scapito delle libertà economiche, civili, e forse, almeno in parte, anche politiche. Riconoscere la fragilità che è costitutivamente propria della società aperta è il primo dovere di chi vuole difenderla.