Una buona notizia per chi ha la mania di abbondare nell’acquisto di cartoline, in chiese, musei e tabaccherie, e poi non sa cosa farsene, come tesaurizzare e catalogare quell’esubero d’immagini in libertà. Certo, bisogna essere per lo meno Jacques Le Goff, forse oggi in assoluto il maggior medievista vivente che, con una certa civetteria, ma nemmeno troppo, ammette che «questa sua passeggiata personale attraverso le immagini», avviene per lo più ripercorrendo la raccolta di cartoline acquistate qui e là nei suoi viaggi e disposte secondo un «gioco» ogni volta nuovo e creativo, in stile tarocchi di Calvino. Una «partita» infinita, che anche a un grande storico come lui, permette ogni volta di ripensare un periodo grandioso e polifonico e travistato, come il Medioevo. La civetteria forse consiste in questo, che anche all’onnipotente Le Goff, che potrebbe col suo nome avvalersi di qualsiasi immagine di qualsivoglia fototeca al mondo, diverte poi «limitarsi» al già visto, anzi, al già vissuto, in senso esistenzialistico. Per raccontarci «un Medioevo», uno dei tanti possibili, e dunque particolarmente vivo, personale, non freddo, imbalsamato, da manuale. Così si tratta «non di immagini morte», libresche, da classico corredo iconografico. Ma «di immagini che il mio ripetuto guardare apre ogni volta a sempre nuove scoperte e illuminazioni». Per cui «a questa collezione è sfuggito dunque quel tanto (troppo) che viene trascurato dal mercato delle cartoline e di cui mancano quindi riproduzioni».
Ora basta guardare lo splendido controcanto visivo di questo volume lussuosissimo, per capire che Le Goff allude a una lacunosità inevitabile, a degli «strappi» immedicabili, nei confronti d’un fluire di secoli così stratificato e ricco (il Medioevo si dipana addirittura attraverso dieci secoli!) al di là della vecchia immagine superata d’un Medioevo barbaro, selvaggio. È un Medioevo (soprattutto quello centrale, fine Decimo-inizio Quattor-dicesimo secolo, più caro e scandagliato da Le Goff) raffinatissimo di fantasia, ricchissimo di stili e di soluzioni, di vertiginosa modernità. Che magari passa attraverso il «pensiero ornamentale», come lo chiamava ragionevolmente il Focillon, che è tutt’altro che decorativo, ma ha una sua pregnanza allegorica ed espressiva, appunto di pensiero. Un pensiero dottissimo e non primitivo, che si ricollega all’estetica di San Tommaso (cara a Joyce e ad altri modernisti) e che dunque è lontanissima ma non poi così inconciliabile con il nostro secolo delle Avanguardie. Le Goff ammette di trascurare l’arte applicata, cosiddetta minore, non per un errore di prospettiva gerarchica, ma perché è interessato al significato anche pubblico, ideologico dell’icona artistica, che in quei secoli è tutta al servizio della (com)missione religiosa. E dunque, se l’immagine dell’arte non è mai innocente, «quelle del Medioevo lo sono più di molte altre». E poiché la bellezza medioevale rimane spesso chiusa dentro l’opera d’arte stessa, come in uno scrigno, il «pescatore» Le Goff getta la sua lenza e fa una pesca davvero miracolosa, cercando di schiudere, con la sua apparente semplicità diretta e la sua innata disponibilità didattica, anche le ostriche più catafratte e le telline più sigillate. Sempre pensando all’immaginario di quegli uomini, provando a entrare nei loro occhi nature, imprestando la nostra ottica di moderni, senza forzarli. Per cui, per esempio, non ci sono qui immagini di morti. Perché l’uomo medioevale pensava più al dopo terribile dell’Inferno che alla propria misera, concretissima morte. Concretezza dell’immaginario!
Jacques Le Goff, Immagini per un Medioevo, Laterza, 200 pagine, 36.15 euro