La storia recente del mondo è più entusiasmante e più stupefacente di quanto ognuno di noi si immagini. Secondo i dati che abbiamo presentato in due studi monografici, il sistema solare è stato completamente riorganizzato dal caos cosmico tra il 4000 e il 300 a.C., il periodo vedico. Questo caos ha determinato incontri ravvicinati di Venere, Marte e Mercurio con la Terra. Per ironia della sorte, la risultante stabilità del sistema solare ha chiuso gli occhi degli scienziati di fronte al recente caos. Se la nostra sola speranza di scoprire i dettagli di questi eventi consistesse nel «grattare la superficie» della Terra e degli altri pianeti, ci rimarebbero ignoti per sempre. Ma una nuova interpretazione del mito antico dimostra che, per centinaia di generazioni, gli esseri umani non hanno soltanto osservato l’avvicinamento di questi pianeti, ma hanno anche letteralmente sentito i loro effetti mareomotrici, elettromagnetici e biologici. La conoscenza di questi eventi ha un’importanza fondamentale non solo per la scienza, ma anche per una più profonda comprensione dell’archeologia, dell’antropologia, della storia antica, della linguistica e della religione. Il Rig Veda è una descrizione epica di questo caos, composta lungo tutto il periodo vedico, alla quale ha contribuito ogni generazione di rishi (sacerdoti) raccontando in versi gli eventi cosmici che osservava. Il primo evento descritto in questa narrazione è un impatto su Giove di straordinaria potenza e la nascita della prima divinità vedica, Aditi, o proto-Venere. La rapida evoluzione di proto-Venere è presentata attraverso una serie di nomi divini, definiti Aditya, ossia figli di Aditi: Surya, Vivasvat, Pushan, Savitar, i gemelli Asvin, Agni e Varuna. Queste entità rappresentavano l’aspetto del nuovo pianeta, a seconda della sua temperatura (colore), della sua posizione nel cielo diurno o notturno e della sua vicinanza alla Terra. Il fatto che tutti questi nomi si riferissero al medesimo corpo fisico è chiaramente affermato nello stesso Rig Veda: «Ciò che è soltanto uno, i saggi lo chiamano con molteplici nomi». Il Rig Veda racconta come, attorno al 4000 a.C., si verificò un grande sconvolgimento sulla Terra e si vide una nube brillante (di una forma descritta come elefantina) espandersi da un enorme impatto su Giove. In un solo giorno la porzione centrale della nube si contrasse formando un corpo stellare di un bianco luminoso, che fu chiamato Vivasvat. Si trattava di proto-Venere. La periferia della nube si dissipò, formando una classe di asteroidi della fascia principale. Alcuni ricaddero su Giove, aggregandosi fino a diventare i nuclei delle sue quattro lune galileane. Un getto di gas caldi, che inizialmente, partendo dal cratere di impatto, si estendeva nello spazio per milioni di chilometri, produsse, nel corso dei millenni, molti milioni di corpi ceneriformi, una parte dei quali andarono a formare gli strati esterni delle lune galileane. Oggi, questi gas caldi continuano a uscire dal cratere e riscaldano l’atmosfera di Giove, celando la sua autentica composizione di idrati di gas allo stato solido e originando la Grande Macchia Rossa. L’aspetto stellare di proto-Venare era dovuto al collasso gravitazionale dell’iniziale nube di plasma. Entrò in un’orbita eccentrica, emettendo allo stesso tempo vaste quantità di elementi più leggeri in forma gassosa, per lo più acqua, che formarono due dense «code» divergenti lunghe milioni di chilometri. Queste code sono descritte nel Rig Veda come «due bastoni usati per accendere il fuoco», e come «due ferri roventi», mentre proto-Venere costituisce il fuoco. A ogni passaggio sul perielio il corpo ancora fluido veniva riscaldato fino a una temperatura superiore a 10 mila K da forze frenanti mareomotrici ed elettromagnetiche dovute all’azione del Sole. La conversione dell’energia orbitale dovuta al riscaldamento ridusse rapidamenta la sua orbita e determinò un’ulteriore perdita di elementi leggeri, aumentando in tal modo la sua densità media fino a quella di un pianeta solido. Vaste quantità di elementi leggeri in forma gassosa rimangono ancora nello spazio e verrano assorbiti da Venere per formare la propria crosta terrestre, i propri oceani e la propria atmosfera non appena inizierà a raffreddarsi. Tutti i pianeti si sono formati per l’effetto di questi impatti sui pianeti giganti. Nel giro di appena un decennio, il massiccio e infuocato proto-Venere si avvicinò alla Terra dal lato del Sole, parzialmente oscurato dalle due scure code che si allungavano davanti a esso. Con il suo avvicinarsi, sulla Terra si verificarono continui terremoti. I due pianeti furono bloccati in una morsa mareomotrice e la rotazione della Terra divenne erratica. Questa massiccia palla di fuoco, allora appropriatamente chiamata Agni (fuoco), attraversò il Nord Africa, distruggendo ogni materia organica e formando il deserto del Sahara; poi proseguì attraverso il Medio Oriente, l’Asia meridionale e il Tibet. Questa bruciatura è oggi chiaramente visibile sulle mappe della Terra in colori reali. L’evento è stato descritto nel Rig Veda in un inno ad Agni: «Tu appiattisci tutto ciò che tocchi; radi al suolo vaste foreste, come barbe rasate con una lama di rasoio. Le tue fiamme guidate dal vento rombano come onde dell’oceano, e dove tu sei passato tutto diventa nero».
Il racconto più dettagliato di questa devastazione nel Mediterraneo è riportato da Ovidio, nel mito greco di Fetonte. La forza mareomotrice di proto-Venere si bloccò nel complesso tibetano-himalayano, applicando una coppia di forze che capovolsero di 180 gradi il manto della Terra, ma senza mutare il suo ritmo di rotazione. Questo fece uscire dai loro letti gli oceani, che si riversarono, con onde alte chilometri, su tutti i continenti, uccidendo quasi tutta la fauna terrestre. Pochi anni dopo, proto-Venere si avvicinò un’altra volta alla Terra, causando una seconda devastazione, ma riportando il manto terrestre alla sua originaria rotazione. Ciò provocò il diluvio di Deucalione. Questo implica che in Genesi 1.2 è descritto il conseguente stato devastato della Terra: «In principio la Terra era una massa senza forma e vuota». Per effetto di «innumerevoli battaglie» con Agni o Varuna (due fasi di proto-Venere), Indra (Marte) fu catapultato fuori dalla sua antica orbita interna e spinto in direzione della Terra. Nel giro di qualche decennio, si verificiò una complessa interazione, nella quale furono coinvolti Marte, proto-Venere e la Terra. Questo segnò la fine delle devastazioni di proto-Venere, producendo un effetto di risonanza che determinò una serie di 100 incontri periodici tra Marte e la Terra. Questi incontri provocarono la cattura di Marte in un’orbita geosincronica sopra il complesso tibetano-himalayano per un periodo di quindici anni, cui fece seguito il suo rilascio in un’orbita planetaria, che attraversava quella della Terra, per un analogo periodo. Nel linguaggio mitico, ciò fu espresso in questo modo: «C’erano cento Indra» (Rig Veda) e «la vita di Brahma ha compreso cento giorni» (tradizione indù). Anche se durante questo periodo non minacciava più la Terra, proto-Venere, nella forma di Mitra-Varuna, influenzava ancora il rilascio di Marte nel momento del suo massimo avvicinamento. Il periodo vedico coincide quindi con il mito greco, secondo il quale gli dèi olimpici hanno regnato per 3000 anni. Un altro nome vedico per Marte, Yama, era descritto come «un uomo verde con un mantello rosso», il che implica che durante il periodo vedico era presente una vita abbondante. Le meteoriti di Marte hanno circa 800 milioni di anni in più delle più antiche rocce della Terra, il che implica la presenza di una vita super-intelligente al tempo della prima cattura di Marte. Ciò fa supporre che la creazione dell’umanità, descritta in Genesi 1.6, possa essere stata effettuara da «dèi normali» (‘eloyhim) provenienti da Marte, la cui superficie, nel corso di ogni incontro quindicennale, si trovava soltanto a una distanza di 30 mila chilometri dalla Terra. Io ritengo che la creazione fu compiuta per mezzo di una modificazione genetica dei pochi sopravvissuti sub-umani alle devastazioni di proto-Venere. Da un punto di vista archeologico, l’evento è riconoscibile in un’improvvisa e diffusa perdita di vita, seguita da un «periodo buio» di 300 anni (età del Bronzo I), necessario per il ripopolamento e l’istruzione dell’umanità. Soltanto allora apparvero le grandi civiltà del Bronzo II. La comparsa dell’umanità attorno al 4000 a.C. (data al carbonio 14 equilibrate) coincide con la data fornita dalla Bibbia, e attribuisce alle divinità marziane (Indra, Thoth, Enki) l’insegnamento agli esseri umani della civiltà, del linguaggio, della musica e persino della fabbricazione del vino. Nei Veda, l’avvento di Indra era specificamente connesso all’introduzione del linguaggio (vach): «Il linguaggio (come il primo verso nel Rig Veda) era originariamente confuso, ossia indifferenziato come il rombo del mare, ecc., e indistinto, ossia privo di articolazioni per denotare forme elementari (primitive), inflessioni, parole e frasi, ecc. Poi Indra, sollecitato dagli dèi, … divise il linguaggio, che prima era rimasto indiviso, e introdusse ovunque la distinzione tra forme elementari, inflessioni, ecc. Di conseguenza, questo linguaggio (vach), essendo ora distinto nelle sue parti costitutive, … viene pronunciato da tutti gli uomini». Nei Veda, Indra è ringraziato per avere «liberato le acque». Il mitico nemico di Indra, Vritra («ostruttore») rappresentava i ghiacciai himalayani, raffigurati come serpenti giganti che giacevano nei passi montani e privavano gli uomini dell’acqua. La battaglia fu accompagnata, «per più e più volte», dalla pioggia di grandi rocce infuocate (marut) lanciate da Marte, che orbitava stazionario sopra il monte Kailas, «la casa di Indra sulla Terra», quando il pianeta passò attraverso gli allineamenti con la luna e il Sole. Era questa la ragione della paura che gli antichi avevano delle eclissi. La caduta di queste rocce provocò una serie di «fulmini» (Parjanya). Si trattava di enormi scariche elettriche prodotte dall’«accorciamento» della ionosfera rispetto alla Terra, e amplificarono in modo esponenziale la forza distruttiva, letteralmente frantumando gli enormi ghiacciai.
Nell’orbita geosincronico, Marte apparve più di quattrocento volte nell’area della luna piena. Era il firmamento, il piano astrale, Olympia e Argo (in Grecia), Canopus Ponderosa (suhail al-wazn in arabo), la Duat (in Egitto), Indra e Yama (nei testi vedici), e la trinità indù formata da Brahma, Vishnu e Shiva. Yama è facilmente identificabile con Marte, in quanto era «protetto da due cani da guardia», vale a dire i satelliti Phobos e Deimos. La sua funzione di traghettatore dei defunti «agli dèi» si riferisce alla sua alternante prossimità alla Terra in confronto alla sua apparenza stellare nelle intercorrenti tra i vari incontri. Marte era stato fuorviato da precendenti incontri con proto-Venere, che avevano sollevato il rigonfiamento di Tharsis a un punto tale che in molte culture venne chiamato la «stella del cane». La grande massa anomala che si trova presso l’equatore fece sì che l’asse di rotazione (Polo nord) del suo mantello rimanesse orientata verso la Terra in occasione di ogni incontro, mentre il pianeta subiva la precessione attorno a esso una volta al giorno. Per quanto lenta, questa precessione era nondimeno osservabile, perché Marte rimaneva nello stesso punto dei cieli. Nella lingua egizia, Canopus può significare «girare attorno»(1). Questo movimento sta all’origine dei «mulini» o delle «zangole» presenti nei miti di molte culture(2), così come del «rimescolamento del mare di latte» di cui si parla nei Veda. A causa di questo orientamento, la forza mareomotrice della Terra attraeva, all’inizio di ogni incontro, tutta l’acqua nell’emisfero settentrionale di Marte, verso il suo Polo nord, creando i «canali di deflusso» e l’«oceano settentrionale» osservati dalle sonde spaziali. La forza mareomotrice causò anche continui terremoti e la fusione interna della roccia, che veniva lentamente trascinata verso la superficie presso il Polo nord. Questa lava apparve dapprima nelle acque sotto l’aspetto di un «seme» e poi come «uovo del mondo» (testi vedici). Con il passare dei mesi, questo uovo crebbe fino a estendersi al di sopra delle acque. Le forme della prima Terra che, all’inizio di ogni incontro, appariva al di sopra delle acque furono paragonate a quelle di vari animali (cinghiale, pesce, tartaruga, ecc.), e nella mitologia indù furono chiamate le «reincarnazioni di Brahma» o gli «avatar di Vishnu». Alla fine si formarono numerosi tubi verticali di lava, che si combinarono insieme e crearono una massiccia struttura alta 1000 chilometri. Questa struttura presentava sulla sua cima varie sfumature di rosso, quattro strati fiammeggianti di differenti metalli liquidi estesi orizzontalmente, formati dal frazionamento degli elementi all’interno delle colonne. Questa enorme struttura, che si estendeva verso la Terra lanciando fiamme dalla cima completamente avvolta da tornadi era la più venerata di tutte le divinità pagane. Era Purusha, Prajapati (testi vedici), Brahma (tradizione indù), Osiride e, successivamente Horus (nell’antico Egitto), Zeus, Saturno e Atlante (mitologia greca). Ecco alcune sue descrizioni materiali: «asse del mulino», axis mundi, «albero del mondo», «pilastro del mondo» (in sanscrito skambha), «chiodo del nord» e «colonna di fumo e fuoco» (tradizione ebraica). Anche i greci lo immaginarono come una divinità, Atlante, al quale spetta il compito di impedire che Marte cada sulla Terra. La sua migliore rappresentazione grafica appare in un rilievo di Akhenaten in atto di adorare Atum (immagine nella pagina precedente, ndr), dove è perfettamente visibile mentre si estende verso la Terra. Sette vulcani di stroardinaria grandezza eruttavano su Marte in occasione di ogni incontro. Erano le originarie sette sorelle di Zeus e i sette sacerdoti sacri dei testi vedici. Questi e molte altre bocche vulcaniche assomigliavano a delle stelle su Marte, visibili quando passava attraverso fasi, come la luna, una volta al giorno. A causa della rotazione di Marte, furono chiamate «stelle circumpolari» e le costellazioni che formavano, descritte nella Surya Siddhanta, furono definite «asterismi».
Affinché Marte potesse ruotare in un’orbita geosincronica al di sopra del Trans-Himalaya, era necessario che, durante ogni incontro, l’asse di rotazione del mantello della Terra si spostasse verso la Baia di Hudson. Questi spostamenti sono all’origine di molti miti che descrivono l’arresto del Sole, ecc. Grazie alla forza aggiuntiva di Marte la coppia iniziò a ruotare più lentamente, facendo allungare la durata del giorno e riducendo l’anno a 360 giorni. Gli incontri quindicennali con 360 giorni all’anno furono chiamati Eoni da Eracle, con 10.800 giorni ciascuno. A causa del numero cangiante dei giorni dell’anno, la maggior parte delle culture adottarono due calendari, rispettivamente con 360 e 365,25 giorni all’anno. La forza mareomotrice esercitata dall’orbita di Marte attrasse le acque della Terra nell’emisfero rivolto verso il monte Kailas. Le acque inondarono l’India settentrionale fino a un’altezza di 1500 metri. Le prove di questo evento si trovano nei depositi di Siwalik, alle pendici dell’Himalaya, che contengono le ossa di milioni di animali viventi all’altezza del mare, annegati in ogni incontro. Le acque del Mediterraneo e del Mar Rosso furono trascinate attraverso l’Egitto, Canaan e la Mesopotamia, lasciando questi Paesi completamente svuotati per la tutta la durata di ogni incontro. Lo sforzo di sopravvivere alle improvvise inondazioni fu coronato dalla costruzioni di piramidi, ziggurat e tell, che funzionavano come una sorta di scialuppa di salvataggio. I quindicennali periodi di siccita lasciarono strati di evaporazioni nei loro fondi marini, che sono perciò più recenti. Nel Rig Veda si descrivono correnti (ambhasi) di corpi luminescenti espulsi in rapida successione da alcune bocche vulcaniche di Marte, e che formano «famiglie» e «coppie» di corpi. Alcuni caddero sulla Terra, ma molti altri furono lanciati su orbite planetarie, dove rimangono ancora oggi. I corpi più vicini alla superficie, contenenti falde acquifere, furono chiamati asura (che hanno «respiri») e sono ora definiti comete di breve periodo. I corpi più profondi privi di acqua furono chiama sura (luminescenti = dèi) e sono ora detti Asteroidi Vicini alla Terra. Tutto lo strato di roccia profondo sette chilometri che manca alle pianure settentrionali di Marte furono tutti sparati nello spazio. Queste convulsioni dispersero anche grandi «tempeste» di polvere e innumerevoli piccole rocce di superficie in tutto il sistema solare. Tra questi materiali figura il regolite, che copre completamente la faccia della luna rivolta verso la Terra. Il mito egizio di Iside (la luna) e Osiride descrive in realtà la formazione della maria lunare attraverso l’impatto di una corrente di grandi corpi incandescenti espulsi da Marte. Sono proprio questi i quattordici pezzi del corpo di Osiride «sparsi in giro» da Seth. Isis li recuperò tutti e costruì monumenti (la maria) nei punti in cui essi erano caduti sulla luna. Sulla Terra sono cadute innumerevoli rocce sotto forma di meteoriti, tutte provenienti da Marte. Le convulsioni trasportarono inoltre la maggior parte delle acque e dei gas atmosferici da questo pianeta alla Terra, rinvigorendo il nostro mondo per la crescente popolazione dell’umanità. Il Manna (tradizione ebraica), l’Ambrosia (in Grecia), il Soma (testi vedici), l’Haoma (in Iran) contenevano vegetazione marziana trasportata sulla Terra dopo essere stata cotta nel suo ambiente vulcanico, congelata nello spazio e poi riscaldata con l’ingresso nella nostra atmosfera. Ogni incontro con Marte terminò a causa del suo simultaneo allineamento con il Sole, la luna e proto-Venere. Compromesso dalle numerose convulsioni subite nei precedenti quindici anni, il ferro liquido cominciò a defluire nello spazio dal suo nucleo esterno. Questa è l’origine di tutti i meteroriti in ferro nichelato. Successivamente, il nucleo solido luminescente fuoriuscì dal mantello di Marte, assumendo la forma della Valles Marineris. L’aspetto di questa formazione coincide perfettamente con quella del geroglifico egizio per l’«occhio di Ra». Ispirò anche la figura dei mitici giganti greci, i Ciclopi, fabbri con un occhio solo. A quel punto il nucleo solido, Hathor (in egizio «cuore di Horus»), Hermes (in greco) e Mercurio (in latino), si allontanò dal pianeta e scese in un’orbita più bassa, spostandosi velocemente, fluttuando verso est, relativamente al monte Kailas, mentre il mantello di Marte si spostò verso ovest sopra il Medio Oriente. Così, l’effetto delle separazioni fu il rilascio di Marte dalla prossimità alla Terra, ma il suo mantello e il suo nucluo si ricombinarono tra gli incontri.
Tutto ciò si accorda con il diffuso tema mitologico che racconta come lo «sconvolgimento del mulino» abbia segnalato la fondazione di un nuovo ordine cosmico. Molti miti implicano che la grande formazione lavica sia collassata (l’albero del mondo fu sradicato) proprio in questo momento e alcuni dicono che le acque che la circondavano si riversarono nell’abisso formando un potente vortice. È opportuno osservare a questo proposito che la calotta polare ghiacciata di Marte assomiglia a un vortice. Il periodo vedico terminò al centesimo rilascio di Marte dall’orbita attorno alla Terra (687 a.C.), quando il suo nucleo solido venne deflesso nell’interno del sistema solare e interagì con Venere per parecchie centinaia di anni, prima che Mercurio, l’ex nucleo solido di Marte, e Venere si collocassero nelle loro attuali orbite. La legge di conservazione ha imposto che il mantello di Marte si muovesse verso l’esterno, collassando su se stesso e diventato il «pianeta» Marte. Così, la mitologia rivela non soltanto l’entusiasmante storia dell’umanità, ma anche la tenue natura del sistema solare che gli scienziati credono essere rimasto nel suo attuale stato ormai da miliardi di anni.
Note
1) Philip Coppens, The Canopus Revelation, Frontier Publishing, Enkhutzen, Netherlands, pag. 127. 2) Giorgio de Santillana – Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto. Saffio sul mito e la struttura del tempo, Adelphi, Milano1983.