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Locke e Hume spiegati da Tarantino

LIBERAL BIMESTRALE
di Claudio Trionfera
Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003

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Si lancia un’ipotesi suggestiva: se Sir Bertrand Russell si fosse occupato in profondità anche di cinema avrebbe forse scritto un libro come questo. Il libro lo ha comunque scritto Julio Cabrera, professore di filosofia contemporanea nell’Uni-versità di Brasilia, autore di molti studi importanti nel suo campo. Ai quali aggiunge, adesso, quella che egli stesso definisce «un’introduzione al dibattito su quei problemi fondamentali della filosofia classica o contemporanea (l’essere, la natura, la conoscenza, il dubbio, la responsabilità morale, la politica, il pessimismo, la violenza, l’esistenza dell’uomo, il linguaggio) che da Platone a Wittgenstein hanno occupato le menti degli uomini». Questo dibattito, Cabrera lo fa utilizzando il cinema, ben cosciente del fatto che a molti l’accostamento sembrerà profanatorio e riproporrà l’eterna questione della «volgarizzazione» della filosofia: fermo restando che l’autore è sostenitore convinto della nobiltà di esperienze del genere, utili alla riflessione attraverso un ingresso - se si vuole anche secondario - nel misterioso castello dell’argomentazione filosofica. L’intento è quello di «proiettare» la filosofia nel film, evitando di procedere per associazioni per non schiacciare l’emozionalità del cinema sotto il peso delle problematiche filosofiche. Di sfondo, come Cabrera spiega in una introduzione che vuol essere anche metodologica, c’è l’obiettivo di inserire la filosofia in un contesto di totalità culturale - della quale fa appunto parte il cinema, così come la letteratura - che contribuisca, per così dire, a sdoganarla dal proprio specifico chiuso. Scegliendo, per questa particolare esperienza, il confronto tra alcuni film-simbolo e le problematiche di filosofici «patici», dunque secondo l’autore «cinematografici», in quanto «non si sono limitati a tematizzare una componente affettiva ma l’hanno di fatto inserita in una razionalità come chiave essenziale di accesso al mondo». Parliamo di Shope-nauer, Nietzche, Kierkegaard, Heidegger e via così. Cabrera afferma che il cinema, visto filosoficamente, è la costruzione di quello che egli definisce «concettimmagine», ossia un tipo di concetto visivo strutturalmente assai diverso dal tradizionale tipo di concetti usati di solito dalla filosofia scritta, a sua volta definita «concettidea». Procedendo su queste linee, l’autore approda così a quattordici, intensi capitoli dove trova spazio, praticamente, di tutto, inteso come insieme di problematiche filosofiche e di contenuti cinematografici. Dunque Platone e il film di guerra; Aristotele e la questione del verosimile; Tommaso d’Aquino e il soprannaturale; Francis Bacon e il rapporto uomo-natura attraverso Spiel-berg; Descartes e il dubbio; Locke e Hume avvicinati a Batman e Tarantino fra sostanza e causalità; Kant, Moro e gli «attimi fuggenti»; Hegel e Wenders fra tempo e pensiero; Shopenauer fra Buñuel e Capra; Marx accanto a Costa-Gavras; Nietzsche confinante con Eastwood e i natural born killers; Heidegger e Antonioni; Sartre in compagnia di Bergman e Thelma&Louise; Wittgenstein fra il cinema muto e le ombre rosse ai confini del linguaggio. Un trip profondo ma non farraginoso, un costrutto agile e un linguaggio semplice per un libro divertente e intrigante allo stesso tempo, sperimentale per certi versi e qualche volta acrobatico nei suoi percorsi. Ma assai «serio» nelle conclusioni. La prova di Cabrera è decisamente originale e ha un valore importante perfino a livello didattico. Lo si vedrebbe bene nelle aule dei nostri licei.

Julio Cabrera, Da Aristotele a Spielberg. Capire la filosofia attraverso i film, Bruno Mondadori, 352 pagine, 11,50 euro

 

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