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Fervori bianconeri e indimenticabili goleade

LIBERAL BIMESTRALE
di Darwin Pastorin
Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003

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cop18_th

L’amore per una squadra di calcio è cieco, assurdo, fazioso. Giovanni Arpino rifiutò l’etichetta di tifoso: «So che tifo, in greco, significa “nebbia”». Io, invece, mi sento annebbiato, e molto. Con due amori, tra l’altro: Palmeiras e Juventus (come ben sanno gli amici che mi seguono in questa rubrica). Faccio mie le parole di Eduardo Galeano (sostenitore acceso del Nacional di Montevideo): «Raramente il tifoso dice: “Oggi gioca la mia squadra”, ma “oggi giochiamo”. E sa bene, questo giocatore numero dodici, che è lui a soffiare i venti del fervore che spingono il pallone quando dorme, e gli altri undici giocatori sanno bene che giocare senza tifosi è come ballare senza musica». Scrittori, politici, poeti, intellettuali sono intransigenti sulle loro passioni calcistiche: Nick Hornby è un «malato» dell’Arsenal, l’inglese Tim Parks è, addirittura, diventato un ultrà del Verona (la sua «Pazza fede»). È stato ripubblicato, di recente, un bel romanzo di Salvatore Bruno, L’allenatore. Il protagonista ama soltanto la Juventus, altro non esiste nella sua vita. E Bruno ha dedicato la sua opera a Omar Sivori, il cabezon che fece delirare i sostenitori di Juve e Napoli. Per la nostra squadra, insomma, siamo disposti a tutto. Anche a perdonare sconfitte storiche e umilianti.
Di recente il mio Palmeiras, retrocesso per la prima volta in Serie B, è stato battuto in casa, nel contesto della Coppa Brasile, 7-2 dal Vitoria di Bahia. Roba da vergognarsi per sempre. Josè Altafini, ex gloria palmeirense, oltre che bomber di Milan, Napoli e Juventus, piangeva nel commentare la notizia giunta da San Paolo: «Non posso crederci, come siamo caduti in basso». Io lo ascoltavo, in silenzio. Con rabbia. Eppure... Eppure, alla fine siamo riusciti a perdonare, io e Josè. Ci siamo sentiti come dei padri: feriti, cer-to, ma sempre innamorati della propria creatura. Ho visto la Juve-ntus perdere a Pescara 5-1: l’unico a salvarsi, ricordo, fu Paolo Di Canio, fu-nambolica ala che sta conoscendo lampi di gloria in Inghilterra. Per il resto, il buio più profondo. Ma anche in quell’occasione, il dispiacere passò in fretta: uno scivolone, una giornata storta, può capitare, in fondo... Anche perché a consolarti sono le goleade fatte, quelle più clamorose: come il 6-1 rifilato, a San Siro, dalla Juve di Lippi al Milan di Sacchi. Nella mente recupero un 9-3 del Milan all’Atalanta, negli anni d’oro di Gianni Rivera e Pierino Prati. E come dimenticare quel match tra Juve e Inter della stagione 1960-61, finito 9-1 per i bianconeri?
I nerazzurri, per protesta, mandarono in campo al Comunale la formazione ragazzi. Omar Sivori realizzò sei reti e Boniperti, dopo 444 presenze, disse addio alla maglia adorata. L’unico gol dell’Inter venne segnato, su rigore, dal giovanissimo Sandro Mazzola, figlio di capitan Valentino, uno degli eroi del Grande Torino scomparso nel rogo di Superga. I granata non potranno mai dimenticare il 4-0 nel derby, stagione 1967. Pochi giorni dopo la tragica scomparsa di Gigi Meroni, il Toro mise in ginocchio la Juve, in un match surreale, scandito dalle lacrime e dal rimpianto. Tripletta di Nestor Combin e rete di Alberto Carelli, che indossava la maglia numero 7, quella di Gigi. Così, d’altra parte, come scandiva Osvaldo Soriano (tifoso del San Lorenzo e centravanti in Patagonia), «sono le storie di calcio: risate e pianti, pene ed esaltazioni». O, per dirla con Vladimir Dimitrijevic: «La vita è un pallone rotondo»

 

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