Il Britpop ha imbrogliato la musica. Come «la grande truffa del rock & roll» fomentata nel 1977 dai Sex Pistols a colpi di punk. Nove anni fa, per combattere lo sferragliante grunge americano giunto al capolinea, il marketing discografico scatenò in Inghilterra la madre di tutte le battaglie: Oasis contro Blur, in un revanchismo da Swinging London anni Sessanta. Gli Oasis, scandalosamente paragonati ai Beatles, dovevano sbertucciare da mane a sera i Blur, frettolosamente battezzati nuovi Rolling Stones. Fu così che i fratelli Noel e Liam Gallagher (cloni promozionali di Lennon & McCartney) presero a suonarle di santa ragione a Damon Albarn, novello Mick Jagger. Definitely Maybe (Oasis) e Parklife (Blur), dischi-manifesto del bluff chiamato Britpop, si giocarono la leadership in classifica. Cos’è rimasto di quell’epica tenzone? Cenere per gli Oasis, che vivacchiano strangolati dall’egocentrismo dei Gallagher; gloria e riscatto per i Blur. Perché fra gli uni e gli altri corre una sostanziale differenza, il cantante e tastierista Damon Albarn. Megalomane e strafottente finché si vuole, ma più creativo dei fratelli coltelli. Al contrario degli Oasis, ben felici di darsi al Britpop per moltiplicare il conto in banca, i Blur hanno sempre dato l’impressione di volerne prendere le distanze, pur preoccupandosi di far quagliare i bilanci.
Nati Seymour nell’89 con Albarn, Graham Coxon (chitarra), Alex James (basso) e Dave Rowntree (batteria), cambiano in Blur manipolando ritornelli che agganciano le radici del rock britannico fra Kinks, Who e David Bowie. Lo humour è il loro forte, speziato da una sottile vena cabarettistica. La svolta comincia nel ’95: mentre gli Oasis ribadiscono la loro vacuità pseudo-beatlesiana, Damon Albarn smussa gli spigoli della band con canzoni senza centro di gravità Britpop. All’album The Great Escape segue Blur (’97) che indirizza suoni e umori verso l’algida lentezza del trip-hop e nel rock scheletrico. Ma è soprattutto 13, del ’99, a chiarire la nuova identità del gruppo con elettronica, pezzi antimelodici e un’ombra di sperimentazione. Il Britpop fa la fine di un brutto sogno, ma anche Albarn sparisce per riemergere l’anno successivo sotto la sigla Gorillaz. Si fa chiamare 2D, appare come un cartone animato manga su Mtv, elabora techno-dance imbottita di hip-hop. I Blur, snobbati, vengono depennati dalla sua agenda musicale nel 2002 quando vola in Africa per concretizzare il progetto etno-elettronico Mali Music con strumentisti quali Afel Bocoum e Toumani Diabaté. Poi, a sorpresa, torna all’ovile. Alex James e Dave Rowntree lo riaccolgono a braccia aperte; Graham Coxon, offeso, fa le valigie.
Recuperato il leader maximo, i Blur hanno inciso a Londra e a Marrakesh Think Tank, il disco della consacrazione che sta già sconvolgendo il destino del pop inglese. Coraggioso e rognoso come Albarn, inizia citando gli straniamenti elettronici cari al Bowie «berlinese» (Ambulance) e prosegue con uno sghembo easy listening fra Oriente e Andalusia (Out Of Time), un quasi heavy metal (Crazy Beat), total punk in salsa mediorientale (We’ve Got A File On You), liquide litanie (On The Way To The Club e Caravan), il blues mantrico di Brothers And Sisters, un sentito omaggio a Joe Strum-mer dei Clash (Moroccan Peoples Revolutionary Bowls Club) e Jets, elaborazione per etnìa e sintetizzatori con la sorpresa di un sassofono free-jazz. In mezzo a tanti stili, uno più inafferrabile dell’altro, Damon Albarn si è addirittura concesso il lusso di confezionare una bella canzone (Good Song) e una canzone dolce (Sweet Song). I Blur, insomma, appartengono più che mai a lui. Soprattutto adesso, che non ci sono in giro gli Oasis pronti a menar le mani.
Blur, Think Tank, Emi, 18 euro circa