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I doni narrativi di Ardengo Soffici |
LIBERAL BIMESTRALE di Leone Piccioni Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003
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Con sette volumi tra il 1959 e il 1968 l’editore Vallecchi stampò le opere di Ardengo Soffici. Non so se i volumi siano ancora disponibili perché è passato molto tempo, perché la casa editrice è passata di mano molte volte e perché un recente incendio ha devastato il glorioso archivio della Vallecchi. Fatto sta che delle opere di Soffici da molto tempo non si parla, anche se la sua pittura (fu un artista molto importante) ha ancora corso ed è molto pregiata. Ardengo Soffici (1879-1964) dopo aver frequentato l’Accademia delle Belle Arti nei primi anni del Novecento si recò a Parigi dove poi si stabilì dal 1903 al 1907: conobbe la pittura degli impressionisti, seguì le vicende dell’arte nuova che a Parigi nasceva, divenne amico di tanti im-portanti uomini di cultura dell’epoca e soprattutto di Apollinaire e di Picasso, tanto che venivano chiamati per la loro intimintà «i tre moschettieri». Racconta Ungaretti: «Non molti anni prima della guerra, Apollinaire e io eravamo innamorati d’una medesima ragazza che aveva quindici anni sì e no. Apollinaire con Picasso e Soffici attraversavano tutte le notti, a una certa ora, quella strada che si allunga tra il cimitero di Montparnasse e quel gruppo di casamenti che dall’altro lato dà su Boulevard Raspail. Li chiamavano, allora erano inseparabili, “i tre moschettieri”». A Soffici si deve soprattutto la conoscenza dei nuovi pittori e scrittori che lavoravano in Francia. Nel 1911 pubblica un suo libro su Rimbaud; nel 1909 aveva dedicato uno studio a Medardo Rosso e all’Impressionismo, del ’14 è il suo libro Cubismo e futurismo e del ’20 la sua «estetica futurista». Da mettere in rilievo sono i suoi testi poetici Simultaneità e Chimismi lirici di marca futurista e cubista. Con i futuristi il rapporto fu più difficile perché quando a Milano si tenne la mostra futurista nel 1911, come critico d’arte, la stroncò. Ci si riappacificò anche per il tramite di Palazzeschi e nel 1913 nacque, diretta da Papini e da Soffici, la rivista Lacerba di marca futurista. (Nel 1908 aveva partecipato con Papini e Prezzolini alla fondazione della Voce). Molto importanti i suoi scritti narrativi di quegli anni: Lemmonio Boreo dell’11, Giornate di bordo del ’15, Arlecchino del ’14 e soprattutto Kobilek, il suo diario di guerra (Soffici vi partecipò come volontario) del 1918. Ne scrisse allora Re-nato Serra: i libri di quegli anni «hanno dei momenti che sono stati, dopo le Faville del D’Annunzio, la gioia più cara di quelli che amano l’arte… Quella di Soffici non è un’opera, né un genere, è un dono. Una prosa fluida, un colore schietto, una festa». Negli anni Trenta ecco il cosidetto «ritorno all’ordine», determinato in Soffici anche dal suo convinto sostegno al fascismo. Del ’38 è il volume di liriche Marzia e Apollo. Soffici praticamente ripudiava le sue prime scelte. Lo incalzava nel ’29 Ungaretti: «Bruci dunque proprio tutto ciò che hai adorato, caro Soffici? Non ti danno piacere le natiche delle ragazze di Renoir? Nemmeno le zinne di Degas?». Pur avendo mutato la sua posizione teorica e pratica, da Soffici fino - si può dire - alla morte (1964) ci vengono opere importanti con tratti di straordinaria ispirazione anche nella descrizione dei paesaggi e dei personaggi, ma da allora si può dire che la bellezza dei suoi quadri supera quella delle sue opere letterarie. Grande interprete dei primi anni del Novecento, straordinario divulgatore per la provincia italiana di allora, non va dimenticato: i suoi libri e i suoi quadri hanno sempre importanza.
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