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Strane parole, se scritte al computer si accontentano di se stesse

LIBERAL BIMESTRALE
di Luca Doninelli

Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003

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cop18_th

Datemi pure dell’imbecille (tanto fra vent’anni vi ricrederete), ma sono sempre più convinto che una grande quantità di narrativa - e tra questa, purtroppo, molta proveniente dall’America - si vada inaridendo sotto il ricatto velato non già del Successo, o del Business, o della rigida divisione in Generi Letterari, bensì del Computer. Un esempio piuttosto lampante è il romanzo Middlesex di Jeffrey Eugenides, che campeggia sui banconi di tutte le librerie con una frase in copertina di Johnatan Franzen (autore del magnifico Le correzioni) che lo raccomanda per il «grande talento» del suo autore. Middlesex è un romanzo gradevole, molto verboso, dalla qualità affabulatoria preponderante su tutte le altre (compresa una certa tendenza all’elegia), che racconta la storia, perlopiù a ritroso, di un ermafrodito, il greco americano (o greca americana) Calliope Stephanides, che dopo aver trascorso i primi quattrodici anni come femmina, rinasce come giovane maschio adolescente. Dietro questa pluralità sessuale, che cela un’incertezza esistenziale, una ferita originale, esiste una storia lunghissima che sembra non avere mai un inizio, e ci riporta dapprima nel clima non troppo sereno della famiglia Stephanides e poi, indietro, nella vita greca della nonna di Calliope (o Cal), fino all’epoca dell’impero ottomano. Il libro si configura insomma come un processo alla storia, nella quale si nasconde, retrocedendo di continuo, l’origine del Male. Questa corsa, però, non conosce sussulti, ripensamenti, interrogazioni. Il grande affresco non rivela mai il dramma - benché la storia si presenti come un Tutto drammatico.
Il fatto è che le parole scappano via, si accontentano di se stesse. Nessun istante in cui si faccia strada il presentimento che la storia non sia l’orizzonte unico di indagine circa il problema del Male. Anche Joyce, un secolo fa, dispose che la soluzione del suo romanzo si giocasse tutto sul piano hegeliano della storia. Ma lì si parte dalla dura ammissione di una sconfitta: «La storia - dice Stephen - è un incubo da cui cerco di liberarmi». Niente incubi qui. Perché? Perché c’è il computer. Che spinge all’accumulo, all’intrusione di particolari nel tessuto già stabilito, che incita all’efflorescenza verbale, in modo che la storia, arricchita indefinitamente di particolari, ci appare più credibile, più concreta. Ma è solo un’impressione. Ciò che domina è solo la velocità autosoddisfatta che la macchina offre a chi non la sa dominare. Invenzione scarsa. Ci presenta una madre «che per tutta la vita cercò di credere in Dio senza riuscirci» senza averla fatta vivere a sufficienza per mettere il lettore nella condizione di verificare la sua affermazione. Crea coincidenze facili: quando lui nacque, il nonno ebbe il primo dei colpi apoplettici; quando il cuore della nonna perse un colpo, i suoi bachi da seta smidero di fare il bozzolo. E così via. Mai una vera invenzione, mai un istante in cui il cuore si metta a nudo, e una parola vera passa al lettore. Mai una vera sorpresa, se non la banale sorpresa di chi applaude il saltimbanco. Mai una goccia di vero sangue. È il computer che scrive, e scrive per se stesso. Ma poiché il Lettore sta diventando, piano piano, un essere a sua volta completamente autistico, tra scrittore e lettore si può stabilire un patto di non belligeranza che può esser chiamato, impropriamente, «lettura». E a officiare il rito dell’alleanza c’è lui, il computer, creatore di subordinate e parentetiche, padre di interpolazioni e varianti e fattore, per chi non lo usa con saggezza, di un disordine testuale di cui non ci accorgiamo nemmeno più, perché è come un fetore nel quale siamo tutti immersi da troppo tempo per potercene accorgere.

Jeffrey Eugenides, Middlesex, Mondadori, 606 pagine, 19 euro

 

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