Un atto d’amore verso una casa, una grande casa della quale rintracciare la storia dalle fondamenta. Così potremmo definire l’ultimo romanzo di Francesca Sanvitale, L’ultima casa prima del bosco, ma sarebbe riduttivo perché la storia di «un monopalazzo di dieci scale in quattro corpi» è una storia complessa, costruita sull’incrocio delle tante vite che nascono, passano e muoiono nel grande condominio nato come cooperativa per impiegati. E, nell’intrico delle vite normali, un ruolo da protagonista gioca la Storia degli anni del ventennio, una storia che, come vedremo, non si limita a fare da scenario di sfondo. Ma forse, per capire la complessità dell’intreccio del romanzo, facciamo un passo indietro e cominciamo a raccontare dal principio, iniziamo dal narratore. Il romanzo è scritto alla terza persona e il narratore è persona diversa dal protagonista. Siamo di fronte a una sorta di narratore onnisciente che non solo conosce ogni mossa dei personaggi del romanzo, ma segue il protagonista come un angelo custode partecipando in maniera emotiva agli eventi. Il protagonista è una summa di ambiguità: terrorista, spia, venditore di armi ai Paesi poveri, un uomo che invece che ricercare un’identità compie un incessante lavoro di cancellazione dell’io. Si insinua nella società civile proponendosi nella maniera più anonima (come bibliotecario) e spinto da questo sentimento comincia una ricerca meticolosa e ossessiva delle carte che appartengono al condominio di dieci scale in quattro corpi. È un punto questo del romanzo incandescente, perché è il punto di fusione di tutte le tracce del libro. È questo il momento in cui si palesa, si rende chiara, la metafora dell’anonimato su cui fa perno il tessuto delle cose: l’anonimato ricercato dal protagonista, l’anonimato simboleggiato dalla grandezza del condominio (sono tante le persone che stanno dietro la facciata del casamento ma in realtà tutte anonime), l’anonimato del narratore onnisciente.
Da questo punto inizia pure, oltre che la ricerca di Giacomo e le sue tante scoperte, la nuova vita del personaggio, una vita che va a ritroso, a recuperare un passato ignorato e sepolto da una sorta di ignavia. Il passato (e si parla sempre di un doppio registro, la vita privata e quella pubblica) entrerà nella vita di Giacomo in maniera dirompente, lo costringerà a ricordare la sua vita antecedente e lo convincerà a studiare la storia d’Italia. Un palazzo che sorge tra il 1921 e il 1925 nasce in anni in cui la marcia su Roma, il delitto Matteotti, sono atti brutali che fondano un regime destinato a cambiare l’Italia e gli italiani. Dalla metafora dell’anonimato si passa a un lento recupero dell’io, che è sempre frutto di stratificazioni temporali. Per Giacomo il condominio, che nel libro si definisce «la costruzione», è il punto d’avvio per «scavare in quel passato e nel passato in genere», eppure «il passato non riusciva sempre a riprendere carne e sangue». Qui si passa a una specie di secondo tempo del romanzo che cambia tipo di narrazione e soprattutto luogo di ambientazione. Giacomo per una grave polmonite si trasferisce in montagna, lontano dalla costruzione e dall’intenso scavo d’archivio, in un luogo rarefatto in cui riemergono fantasmi e alcuni di essi si fanno appunto sangue e carne. È il punto d’arrivo del romanzo e di Giacomo accompagnato dal suo fedele (e comprensivo) narratore.
Francesca Sanvitale, L’ultima casa prima del bosco, Einaudi, 304 pagine, 16.50 euro