Si chiamano Cellophane Flowers. Giovanissimi che, come tanti altri sparsi nelle principali città del mondo, stanno rispolverando a Roma il mito dei Beatles. Non ci sono soltanto loro: le band spuntano dovunque in tutta Italia, spiazzante bizzarro segnale di vitalità e di nostalgia da parte di una generazione immersa nel rock più evoluto, distante quarant’anni - che sembrano anni luce - dalla fase caldissima di crescita dei Fab Four. In tutto il mondo va così. Ed è chiaro che la leggenda continua, positiva, perenne, non rovinata dal tempo che va; che Paul, John, Ringo e Gorge, al di là della loro esistenza biologica, delle perdite tragiche di due di loro, delle lacrime e dei rimpianti hanno lasciato una firma non cancellabile nella storia della musica, del costume, delle idee. Da Liverpool in poi. Dal Cavern agli stadi, dalla conquista degli Stati Uniti a Buckingham Palace quando divennero baronetti e Paul confessò «Sua Maestà è una ragazza molto piacevole, ma non ha molto da dire». Piccole provocazioni, come quella di Ringo: «Mi piace molto Beethoven, specie i suoi quadri». Era il modo loro di fare Revolution, allora. Avrebbero dovuto chiamarsi Beetles, scarafaggi, ma John li volle Beatles nel nome del beat dominante in quell’epopea che pare remota, tracce di Kerouac e Ginsberg in tutto quel che apparteneva alla (contro)cultura e messaggi musicali sempre pronti, sempre positivi. Al Love me Do degli esordi si aggiungevano rapidamente, senza che nessuno si rendesse conto di quanto quei titoli sarebbero diventati eterni, Twist and Shout, Help, Yesterday, Eleanor Rigby, Let it Be. Citazioni quasi impossibili per l’estensione qualitativa dei brani e dei significati di ciascuno di essi. Meteore. Nel 1970, si può dire, la loro storia sembrava già finita: ciascuno di loro produsse un nuovo album da solista prima di mettersi a seguire, in totale indipendenza, le proprie ispirazioni creative. Fu Paul il più produttivo sotto questo punto di vista; John continuò a lavorare con Yoko Ono prima che la tragedia si abbattesse su di lui col nome di Mark Chapman, fan delirante che dopo la richiesta di un autografo distrusse un mondo e tutti i suoi sogni con cinque colpi davanti al Dakota Building di New York. Fu allora che i Beatles entrarono davvero nella leggenda. Sotto il segno, contemporaneamente, del «mai più» e del «per sempre». Mai più sarebbero tornati insieme, la loro immagine sarebbe rimasta per sempre quella del loro leggenda. E la morte di George Harrison, avvenuta di recente, non ha fatto altro che rafforzare questa sensazione lasciando dietro di sé soltanto le immagini di un grande film ormai intoccabile. È riduttivo dire che i Beatles rappresentano la band più importante della storia del rock e comunque della musica contemporanea. La loro influenza è passata attraverso la società internazionale diventando l’emblema migliore, sotto tutti i punti di vista, di quegli anni Sessanta che, per altri versi, hanno lasciato molte macerie ideologiche e creato falsi miti. Poco è rimasto di allora, salvo la musica di Paul, John, George e Ringo, i loro sottomarini gialli, i loro Sergent Pepper’s, la loro specialissima Abbey Road. Nella grigia Liverpool era nata la musica che avrebbe contribuito a cambiare, davvero, il mondo, mentre loro, i Beatles, fingevano di non saperlo o forse non lo sapevano, come disse Ringo, per davvero: «Quando tutti cominciarono ad analizzare le nostre canzoni non capivo come facessero a trovarci tutte quelle cose».