«Tutti gli amori finiscono male. È impossibile pensare a uno sviluppo senza arrivare necessariamente al disgusto, al tradimento, alla menzogna, alla dissoluzione nella noia, all’instabilità», osserva, sposando l’opinione di Paul Valery, l’antropologo Franco La Cecla, nel suo ultimo libro Lasciami. Ignoranza dei congedi. Ma, allora, poi, l’autore non riesce più a spiegarsi come mai «la nostra società sia così conservatrice a livello delle norme profonde che regolano le unioni», e sopratutto la loro fatale fine. Il fatto è che non è così poi vero che «tutti gli amori finiscono male». Ce ne sono molti che non finiscono affatto e, comunque, questo è l’interesse della comunità: che il loro sviluppo non si dissolva nell’instabilità. Da qui, le usanze, che lo stesso La Cecla ricorda, da buon antropologo, che tendono a sanzionare appunto gli amori che finiscono male. Come per esempio il purcete friulano, sorta di scherzo che gli amici di una coppia di fidanzati mettono in atto quando i due, invece di sposarsi, si lasciano. «Spesso sono gli amici di lui, ma non sempre. Di notte, una volta che si è sparsa la notizia della rottura, gli amici «segnano» con la vernice, come se fosse un filo rosso, il tragitto dalla casa di lui a quella di lei, anche se i due non abitano nello stesso paese». Spesso, per tracciare il segno, «un barile di vernice o di gesso viene bucato e attaccato al retro di un’auto così da percorrere in fretta i chilometri che separano le due abitazioni». Il collegamento tra le due case tende a negare, a opporsi alla rottura. Lo stesso La Cecla osserva: «Come se la comunità non accettasse questo criterio individuale: “Ma come? Vi siete lasciati? Ma se ci eravamo abituati a pensarvi legati, tenuti insieme!”». In questo modo, spiega La Cecla, «la rabbia e l’infrazione vengono socializzate, l’odio viene distribuito e “si perde per strada”. È un rituale collettivo di passaggio, che consente di uscire da una storia ed evitare che la frustrazione e il disprezzo e il rancore rimangano chiusi nell’intimo e vadano a male». Sì, ma è anche un modo per «segnare» l’interesse collettivo: quello dell’unione, e non della separazione. E non tanto, mi sembra, perché la nostra società sia poi ancora così affezionata, come sembra pensare La Cecla, all’amour passion. Quello è, appunto l’amore di cui parla Valery, che fatalmente scivola nella noia e nella rovina, ma ciò non è affatto nell’interesse della società e degli individui che la compongono. La Cecla osserva: «Nonostante l’enorme numero di divorzi, è come se non fosse cambiata la forma utopica dell’amore come amore per l’eternità... le separazioni non hanno creato una nuova mentalità più incline a pensare che le storie d’amore nella vita possono essere alcune, o tante». Non si tratta però di utopia, ma di realismo. E qui, forse, la psicologia ha da aggiungere qualcosa all’osservazione antropologica. Il fatto è che la rottura, la separazione, rappresenta un livello di distruzione molto notevole sia per la psiche degli individui coinvolti, che per quella collettiva. Come dimostrano le statistiche delle devianze e dei comportamenti antisociali, dove primeggiano individui (adulti o minori) coinvolti appunto nelle dolorose vicende di famiglie infrante. La comunità, dunque, non produce delle efficaci procedure rituali e affettive che regolino le separazioni, non per romantico attaccamento all’amour passion, ma perché la separazione va contro i suoi interessi, e contro il suo istinto di sopravvivenza.
Franco La Cecla, Lasciami. Ignoranza dei congedi, Ponte alle Grazie, 160 pagine, 9 euro