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Confessioni di un ex sulla mancata svolta dell’89

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa
Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003

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L’argomento è al centro di una rimozione molto diffusa. Queste «confessioni di un ex comunista», della generazione schiacciata tra il Novecento e il Duemila, sono molto interessanti sia per il contribuito che danno a rompere il muro del silenzio, sia per una chiave di lettura inusuale sui tormenti culturali e politici che hanno accompagnato la fine del Pci e segnato la mancata nascita di una terza sinistra. Perché inusuale? Fondamentalmente perché è proposta da un testimone che ha consumato intellettualmente il distacco e che, anche per questo, riesce a scrivere con serenità. Massimo De Angelis è uno degli svoltisti (dalla svolta della Bolognina) che alla metà degli anni Novanta sono scesi dai rami della Quercia, per tante diverse ragioni (dall’esclusione alla delusione, alla maturazione di altre idee). E ne è sceso dopo aver vissuto gli anni cruciali in una postazione di primo piano, cioè accanto ad Achille Occhetto, con il quale ha condiviso le scelte della stagione 1987-1994: i primi tentativi di innovazione, il cambiamento di nome, la fine del vecchio sistema politico. È naturale quindi che l’attenzione - soprattutto di coloro che sono ancora attratti dalle domande sul fallimento della svolta - si concentri sulle pagine dedicate a quel periodo, in particolare sui passaggi del lacerante scontro interno che avvenne nel Pci.
E qui l’interesse delle «confessioni» non sta tanto nell’aneddotica, quanto nello sforzo di descrivere la cornice culturale e i limiti dell’impresa. La cornice culturale era quella di un tentativo di innovazione politica i cui orizzonti erano segnati dall’acquisizione del concetto di interdipendenza dei processi planetari e dall’aggancio all’idea di centalità della società civile in Italia. Questo era il doppio binario su cui cercò di rimettersi in moto il Pci, che in dieci anni aveva perduto la sua identità con la fine della solidarietà nazionale, con la sconfitta al referendum sulla scala mobile e con una lunga serie di sconfitte elettorali. Era l’ambizione di tracciare una discontinuità reale, anche rispetto alla tradizione della prima sinistra, quella socialista e socialdemocratica. Perché questa ambizione non riuscì a tradursi in azione politica?
La risposta di De Angelis è molto utile ed è il vero senso della sua ricostruzione. Va oltre il passaggio del 1989 e dà il suo vero affondo sul «prima». Sui conti non fatti né con Togliatti né con Berlinguer, sulla distorsione dell’antifascismo ridotto a vulgata aproblematica, sul deficit di liberalismo nel neoilluminismo cattolico, cioè su quell’insieme di svolte mancate - belle le pagine sui nouveaux philosophes e su Solgenitsyn che non superarono la frontiera culturale italiana - che contribuirono a bloccare il sistema politico italiano, chiudendo così il principale partito della sinistra e un’intera generazione di suoi militanti in una sorta di maso chiuso. Ecco, il confine che non fu superato fu questo. Non bastava - tra la caduta del Muro di Berlino e l’implosione dell’Urss - fare i conti con l’esperienza storica del comunismo, da cui oltretutto la gran parte di coloro che militavano nel Pci si sentivano strutturalmente lontani. I conti mancati furono quelli con l’album di famiglia. È anche un modo di dire che noi svoltisti - perché fu un’illusione che anche chi scrive ha direttamente condiviso - non avevamo possibilità di vincere, al di là di questo o quel passaggio tattico. E che se la Quercia non si è completamente seccata lo si deve essenzialmente al modo traumatico in cui si è consumato il vecchio sistema dei partiti.

Massimo De Angelis, Post. Le confessioni di un ex comunista, Guerini e associati, 208 pagine, 17,50 euro

 

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