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L'utopia del camaleonte

LIBERAL BIMESTRALE
di Marcello Veneziani
Anno II n. 13 - Agosto - Settembre 2002

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Fare esperienza. Provare nuove esperienze mediante il sesso, il viaggio, il fumo, la violenza, la velocità, oppure mutando lavoro e residenza, partner e amici, idee e aspetto, gusti e valori. Prima di giudicare e di stabilire a priori i confini del bene e del male, bisogna fare esperienza, la vita può essere misurata solo vivendola. Fu questa l’utopia regina che lasciò il Sessantotto in eredità al nostro tempo. L’insoddisfazione per tutto ciò che inchioda a un destino, a una vita sola, a un limite e a una fedeltà. Cambiare status, anagrafe, identità, inseguire la vita plurale e occasionale. Cos’hanno in comune queste aspirazioni così diverse e contraddittorie, che oscillano tra edonismo e ascetismo, tra ipermodernità e arcaismo, tra accelerazione e lentezza? Apparentemente nessuna, se non una vaga inquietudine che le accomuna. In realtà un filo conduttore esiste e unisce percorsi opposti, religiosi e ludici, biologici e spirituali: è l’aspirazione a esser tutto, a far tutto, a provare tutto, ma per poco. Definizione che in sé forse non dice molto se non ci si addentra nel cuore del problema, partendo dal suo rovescio. Non accettiamo il definitivo e l’univoco, non riusciamo a sopportare la finitudine a cui ci costringe l’esistenza fedele a se stessa. Cresce la voglia di sperimentare più vite, di esperire l’ubiquità, di provare più stati e più condizioni. È come aspirare a passare da uno stato solido a uno liquido, scrivevo alcuni anni fa. Oggi leggo un saggio di Zygmun Baumann intitolato appunto Modernità liquida, edito da Laterza (2002), in cui si sostiene proprio questo: il tratto specifico della condizione neo-moderna è il passaggio a uno stato di liquidità, fluttuante e indefinito. Di tutto questo, l’apoteosi fu lo spirito del Sessantotto e i suoi derivati. Il progetto è una vita occasionale e plurima, un’esistenza multiforme, contrassegnata dal polimorfismo. Un’esistenza trans, da camaleonti. Essere di volta in volta eroici ed erotici, asceti e libertini, mistici e gaudenti, mariti, padri, figli ma anche single, amanti, monadi e nomadi. Il nomadismo come esperienza di vita e di pensiero è stato più volte teorizzato negli ultimi trent’anni.
La voglia di fare nuove esperienze, anzi quasi l’obbligo di leva di provare tutto prima di considerarsi realizzati, nasce dall’insoddisfazione del reale e di se stessi, dal desiderio dell’assente e del possibile, fino a lambire l’impossibile. Siamo diventati sognatori dell’altrove, sempre fuori posto, amiamo solo quel che non siamo e non abbiamo. Gli eventi regrediscono a eventualità, le vocazioni sono accolte solo se part-time, le scelte devono essere tutte revocabili, reversibili, perché una scelta per la vita è intesa come una scelta per la morte. Una scelta che ci divora, ci uccide, perché non dà scampo, non ci consente esperienze ulteriori. È un errore pensare che questa teofania dell’esperienza plurale si caratterizzi per una scelta dedita solo alla sfera biologica e materiale. C’è sicuramente alla sua base la pulsione del vitalismo e la convinzione che per vivere al massimo si debbano esprimere tutte le potenzialità biologiche che abbiamo. Ma non c’è il suo prevedibile corollario: ovvero il rifiuto della dimensione religiosa, dell’esperienza del sacro, della vita comunitaria, del radicamento. No, questo stadio apparteneva probabilmente alla vecchia modernità che abbiamo lasciato alle spalle, quella irreligiosa e orgogliosamente negata alle vie del sacro. La pluralità delle esperienze include oggi anche l’esperienza religiosa, il contatto con il sacro, la coltivazione della comunità e delle sue radici, fino a sconfinare negli universi splengleriani della «seconda religiosità», dalla magia agli oroscopi, dai segni zodiacali alla superstizione. Il camaleontismo accoglie anche queste esperienze mistiche o pseudomistiche, ma le accetta a termine. Come esperienze, appunto; come ebbrezze, come emozioni, come itinerari turistici e curiosità.
Nel catalogo delle esperienze è ambita una settimana nella beauty farm per rimettersi in forma col fisico, ma è apprezzata anche una settimana in convento o in Oriente per sottoporsi a una proficua dieta spirituale. Anche l’anima ha i suoi villaggi Valtur, da sabato a sabato, bevande e benedizioni incluse. È curioso questo incontro con l’eternità vissuto come precario, una condizione a tempo, come emozione provvisoria. Si può essere mistici per un periodo sabbatico, come nei pacchetti vacanze; ci sono pure i guru operator. Si può realmente e sinceramente aspirare a vivere la clausura, la vita dei monaci. Ma solo per qualche giorno, attraverso una full immersion intensa ma breve, profonda e precaria. L’importante è munirsi del biglietto di ritorno; in fondo anche le folgorazioni sulla via di Damasco, anche le estasi, sono stati d’eccezione, esperienza provvisorie. L’importante è poter poi riprendere, dopo la disintossicazione, il viaggio nei piaceri della vita, inclusi quelli che chiamano alla privazione e alla sofferenza.
Perché è la durata che non si sopporta, è la coerenza che pesa troppo, è il mantener fede a un impegno, a una responsabilità che non si può accettare. La stabilità viene esaurita nella staticità, la fedeltà nella monotonia. L’utopia dell’immaginazione al potere nasceva proprio da questo disporsi all’autocreazione permanente, alla metamorfosi tramite le esperienze, forme iniziatiche ai misteri gaudiosi della vita. Abbiamo introiettato l’utopia di Marx che ci voleva la mattina pescatori, il pomeriggio muratori e la sera pensatori, di volta in volta operai e artisti, lavoratori manuali e intellettuali, nella prospettiva di un’esistenza proteiforme che liberasse dalla divisione del lavoro e dalla ripartizione in classi.
Sarebbe riduttivo pensare che l’utopia dell’esperienza infinita nasca con il Sessantotto e dintorni. È un’utopia antica, il camaleontismo; ho descritto un’atmosfera analoga ricostruendo, in un’autobiografia apocrifa di Plotino, il clima del Terzo secolo d.C., tra l’impero romano e Alessandria d’Egitto (Vita natural durante, edito da Marsilio, 2001). Sullo sfondo di questa ricerca d’ebbrezza attraverso la pluralità di esperienze, cova il demone antico del dionisismo. A volerne dare una genealogia storicamente e culturalmente fondata, nell’ambito della modernità, si dovrebbe risalire al mito romantico della vita assoluta, intesa come opera d’arte, inquietudine permanente, eccedenza del possibile sul reale. In fondo, molte delle utopie del Novecento sono la traduzione politica nell’epoca di massa, del mito romantico nato nei territori elitari della letteratura e del genio. È il tentativo di democratizzare l’esperienza romantica, di farla diventare condizione di massa e non più retaggio di poche eccellenti individualità, fino a promuovere una specie di creatività di massa, di universalizzazione dell’esperienza di artista. L’ebbrezza romantica delle esperienze plurali venne implacabilmente descritta da Carl Schmitt nel suo celebre saggio dedicato al Romanticismo politico (edito da Giuffrè, 1968) che la definì «occasionalismo». Cogliere le occasioni, rinunciare a un progetto coerente di vita ma vivere secondo occasione, tornare al caos come scomposizione di ogni via definita e soprattutto definitiva. Il retrogusto è un vitalismo che via via può farsi mistico e sensuale, intellettuale e istintuale, novista e passatista, salutista e malatista, euforico e depresso. Tutto questo esplode con il mito romantico; il Sessantotto ne è stato un estremo sussulto al giro di boa della modernizzazione, mentre cadeva in crisi l’universo cristiano-borghese fondato su una vita parsimoniosa, orientata e moderata. Il romanticismo invece conduce alla coincidenza degli opposti e alla galvanizzazione degli eccessi, fino al gusto per le esperienze estreme. Lo ha ben colto di recente Giancarlo Pontiggia in un saggio-pamphlet Contro il romanticismo, uscito per le edizioni Medusa (2002).
Non si tratta di liquidare queste posizioni come pure capricciosità e di condannare con sarcasmo la società puerile che ne deriva; questi desideri corrispondono a una fragilità esistenziale divenuta ormai strutturale, a un’incapacità di vivere accettando il limite e la continuità, aggravata da un’istigazione pubblica, climatica, multimediale all’elusione del limite e alla frattura. Si sta male scegliendo il contrario, rifiutando il richiamo delle esperienze; si costeggiano abissi di disperazione e deserti di frustrazione. Insomma, è ormai difficile distinguere tra la scelta e la malattia, tra la volontaria decisione di recidere legami di fedeltà e la febbrile coazione a interrompere e a divertere. Questo è propriamente lo spirito che spezza l’idea stessa di tradizione, fondata su flussi di continuità e non su esperienze discontinue e autogiustificate, fondate sulla divinizzazione del presente.
Tutto nasce dall’aver conosciuto l’altro da sé, sperimentando il diverso. Se fossimo rimasti al di qua del fiume, se non fossimo mai usciti di casa, non avremmo questa aspirazione all’esperienza mai provata. La comparazione con altri stili di vita, altri modelli, produce questa ansia da esperienze intentate. Ma se da una parte è il paragone con il diverso che istiga alla diversità, c’è anche la perdita di un altro paragone che ci induce a perdere la capacità di selezionare le esperienze: non abbiamo più un paradigma di vita, attinto da una visione del mondo, una religione, una metafisica della vita, una gerarchia dei principi. Ora è impossibile fingere che ciò non sia avvenuto ed è folle aspirare a regredire allo stato precedente. Il punto di svolta tra la vita plurale e la vita fedele è là nell’accettazione di un orizzonte di vita come il nostro destino (un lavoro, una casa, una città, una moglie, una famiglia, una fede, una costellazione di stelle fisse) e il suo rifiuto nel nome dell’eccedenza di esperienze da sperimentare nell’arco di una sola esistenza. Perduto l’orizzonte dell’immortalità dell’anima e la prospettiva di una vita oltre la vita, si tratta di fare incetta di vite e di esperienze in questa esistenza, fino a tradurre hic et nunc l’attesa della resurrezione o la dottrina della reincarnazione. Risorgiamo e ci reincarniamo nel mondo, nel tempo, nell’arco di una stessa esistenza: questo è il sogno dell’esperienza multipla, un tentativo di trasferire il paradiso in terra, col rischio di propiziare l’avvento di un inferno, seppur a uso personale.
La libertà coincide con l’infedeltà, la felicità con la provvisorietà. La contingenza viene elevata a valore. Il paradosso tragico è che la labilità finisce con l’essere sia la speranza ultima che l’angoscia suprema dell’uomo contemporaneo; la dannazione e la salvezza vengono indicate nello stesso punto. Il bene e il male così coincidono in questo destino di volatilità; il massimo piacere dell’esistenza, provare molte esperienze, coincide con il suo rovescio, la frustrazione di non lasciar traccia né prova della propria esistenza, di naufragare e dissiparsi nel vuoto dell’incompiutezza. Nientificarsi, ovvero vivere il nichilismo come esperienza concreta, che riguarda la propria vita e non solo il proprio modo di vedere. Il problema allora non è ricondurre a un’artificiale e forzosa unità, estrinseca e vuota, la pluralità di esperienze; ma quella di dare un centro alla propria esistenza, un luogo cruciale da cui partire e a cui far ritorno, un saldo punto di riferimento rispetto a cui commisurare le esperienze e ricondurre a rigore la pluralità. Darsi un centro, riconoscere un’origine, un’àncora, senza sopprimere l’esigenza ormai ineludibile di nomadismo e di molteplicità; cercando così di distinguere piani e ranghi diversi, priorità e diversità di piani, di significati, di tempi e di modi. La capacità di addomesticare la pluralità di esperienze in un ordine, stabilendo sequenze e dando forme all’informe; questo è un progetto creativo e non una pura obbedienza esecutiva. Governare il caos delle esperienze vitali in base a un principio-guida che diventa principio ordinatore e legislatore. Senza reprimere, soffocare, impedire il libero dispiegarsi di queste pulsioni multiple, mettendo a profitto anche le curiosità e le inquietudini, ma cercando di incanalarle e di ordinarle in base a un progetto di vita e a un profilo etico. A dirlo è facile, mi rendo conto. Ma non c’è altra via, altro metodo, se si vuole uscire dall’alternativa inaccettabile tra il disfarsi nella labilità, facendo coincidere il piacere col proprio fallimento, la propria realizzazione con la propria dissoluzione, l’egotismo col proprio annichilimento; o all’opposto costringersi a una vita a una dimensione, attraverso l’imposizione autoritaria o la finzione retorica. A questo conduce inevitabilmente ogni reductio ad unum che diventa così un letto di Procuste. La prima via coincide con il nichilismo permissivo, la seconda con l’autoritarismo repressivo (o con la sua variante ipocrita del moralismo retorico). Fuori da quell’alternativa c’è l’unica possibilità - non la certezza, solo una possibilità - di un’imperfetta salvezza.

 

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