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La moralità della globalizzazione

LIBERAL BIMESTRALE
di Alberto Mingardi
Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003

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L’immoralità no global di Enrico Colombatto è il primo libro che in Italia entri davvero nel dibattito sulla globalizzazione, fornendo un punto di vista originale e serenamente fuori dal coro. Lo sforzo sintetico di Colombatto (stiamo parlando di un libretto smilzo smilzo, ma davvero denso di contenuti e spunti) nasce da una serie di conferenze che egli ha tenuto presso il «Gruppo giovani» dell’Unione industriale di Torino. Esso rappresenta dunque la necessità, per un economista di professione, di trasporre in forma più semplice e immediata riflessioni su un tema tanto frequentato quanto poco approfondito. Leggendo Colombatto ci si accorge, per esempio, di come manchi - nelle discussioni che poi approdano in televisione piuttosto che sulle pagine dei giornali - una vera definizione di «globalizzazione». Per l’economista torinese, bisogna distinguere fra «libero scambio» e «globalizzazione», ch’è come dire tra un principio e la sua realizzazione storica.
La globalizzazione è caratterizzata dalla «possibilità di frammentazione della produzione, che contempla la suddivisione del processo produttivo fra diversi operatori attivi in Paesi distinti». Si tratta, ovviamente, di una conseguenza di quelle innovazioni tecnologiche e informatiche che ci hanno cambiato la vita: ma è importante rendersi conto di come esse abbiano potuto portare a un’influenza ancora più capillare della libertà di scambio nelle nostre vite. Il fatto che non si scambino più soltanto «prodotti», ma anche «parti» di prodotti, solidifica legami fra economie e società diverse che neppure la mannaia della politica riesce più a spezzare. Ma se la difesa della globalizzazione di Colombatto riesce persuasiva, è perché egli ha saputo fornirne una giustificazione dichiaratamente morale, per nulla utilitaristica.
Il professor Colombatto non sente il bisogno di accatastare numeri, di affastellare dati, di disegnare grafici o tabelle. Egli vuole illustrare la moralità del libero scambio, più che la sua maggiore efficienza rispetto a qualsiasi sistema alternativo (dato, quest’ultimo, sancito dalla storia, nonostante l’amnesia di certi leader politici). Colombatto è un esponente importante di una tradizione coerentemente liberale che in Italia ha avuto pochissimi adepti. Fra questi, vale la pena di ricordare Sergio Ricossa, nella cui scia Colombatto s’inserisce. «Si sente spesso ripetere che l’economia di mercato si distingue per la sua maggiore efficienza nei confronti del socialismo. Forse sì, ma con l’avvertenza che l’essenziale non sta in questo, sta altrove. Nessun liberale vorrebbe la proprietà pubblica del capitale nemmeno se risultasse più efficiente nel produrre quanto un pianificatore politico avesse stabilito; anzi il liberale ne sarebbe magari ancor più allarmato. La sua è una posizione morale».
La citazione è di Ricossa, ma potrebbe esser tratta da L’immoralità no global. Colombatto dimostra che la globalizzazione fa bene. Spiega benissimo come «le ragioni no global contro l’incondizionata apertura ai flussi internazionali di beni e servizi sono quasi sempre radicate nell’ignoranza o nel tentativo di difendere gruppi di interesse, rendite di posizione». La lettura dell’Immoralità no global ci ricorda i tempi felici di Cobden e Bright quando i liberali, consci della moralità della loro causa, giocavano d’attacco e non si sentivano obbligati a stare sulla difensiva. Se quei tempi torneranno mai, il merito andrà tutto a pensatori come Enrico Colombatto.

Enrico Colombatto, L’immo-ralità no global, Rubbettino, 86 pagine, 8 euro

 

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