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Il lavoro degli autori: chi risarcirà Pasternak?

LIBERAL BIMESTRALE
di Pier Giuseppe Monateri
Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003

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Nel mondo della globalizzazione digitale, la questione della proprietà «intellettuale» (informazioni, software, opere musicali e quant’altro) si pone come questione centrale. Il libro di Armando Plaia affronta, dunque, uno dei temi attualmente più discussi: quello del valore di tali proprietà di fronte alle usurpazioni. Il problema si pone in questi termini. In caso di usurpazione il titolare può venire risarcito con: 1) il «prezzo del consenso», cioè il prezzo cui avrebbe ceduto volontariamente l’opera; 2) le reasonable revenues che egli avrebbe ricavato dalla sua opera; 3) i «profitti» incamerati dall’usurpatore. È di particolare interesse notare che l’America ha imboccato la strada delle reasonable revenues, lasciando i profitti all’usurpatore. In tal modo, si dice, la società ci guadagna e si ha una soluzione più efficiente. Infatti se l’usurpatore sa realizzare profitti superiori al titolare, è evidente che ne deriva un vantaggio economico globale. Per contro l’Unione europea ha deciso di offrire una tutela superiore, progettando una direttiva che compensa il titolare con il «doppio» della sua reasonable revenue.
Si scontrano così una stramberia americana con una stramberia europea. La soluzione americana è stramba perché nega in sostanza la proprietà proprio sui beni più rilevanti nel mondo di Internet e della globalizzazione. Supponiamo infatti che a essere usurpata sia la villa a Cortina, che utilizzo solo 15 giorni all’anno. È evidente che se l’usurpatore la affitta produce un reddito, e la società nel suo complesso ci guadagna. Tale usurpatore dovrebbe allora sottostare a varie sanzioni, ma dovrebbe potersi tenere i profitti. La società ci guadagna, ma la proprietà diviene qualcosa di molto incerto. La soluzione europea è stramba perché non osa colpire i profitti, ma inventa un «doppio» delle revenues, che ricorda più il guidrigildo dei Longobardi, che la razionalità di Weber. Orbene è chiaro che solo se vengono colpiti i profitti non ci sono incentivi all’usurpazione, e quindi ne esce rafforzato il contratto come sistema di allocazione dei beni. Altrimenti i grandi imprenditori avrebbero sempre incentivi a «rubare le idee» dei piccoli, e a compensarli successivamente tenendosi i profitti dell’usurpazione. E forse è proprio questa la «filosofia» sottesa alla posizione americana.
Il punto centrale è quello del «valore» di un bene economico. Questo valore non può cambiare di volta in volta a seconda di chi sia il titolare, onde un’opera ha un certo valore se detenuta da Pasternak o se detenuta da Feltrinelli. Il valore attuale di un bene equivale a quanto saprebbe ricavarne il più bravo degli operatori economici, non il più scarso, o uno di bravura media. Per stabilire tale valore le corti non possono guardare alla persona attuale del titolare, variando in tal modo di volta in volta il giudizio. Solo ancorando il risarcimento a un tale valore si salvaguardia il contratto come strumento in grado di produrre un ordine spontaneo di mercato, indipendentemente dalle ideologie e dalle tattiche nazionali dei vari ordinamenti. Il merito del libro di Plaia è di dare costruzione tecnica precisa a questi ragionamenti. In tal modo l’opera di Plaia mostra anche come il diritto privato tradizionale, quello che tanto piaceva a Hayek, possegga una razionalità superiore a quella del legislatore europeo, qui troppo preoccupato di far concorrenza a basso costo agli americani. Come se in questo genere di attività, gli americani non fossero, da sempre, i più bravi.

Armando Plaia, Proprietà intellettuale e risarcimento del danno, Giappichelli, 180 pagine, 20 euro

 

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