Prima degli anti Peter Pan, c’erano e ci sono i «Peter Pan». E, prima ancora di loro c’è la storia di Peter Pan con i suoi tanti significati legati all’Ombra. O meglio, all’assenza dell’Ombra. Peter Pan è colui che non vuole nascere. Colui che non accetta di crescere, che vuol rimanere a giocare con le fate di Kensington Park. È colui che, ogni notte, spia il dolore della madre che attende il suo ritorno e che lascia sempre la finestra aperta poiché spera di vederlo tornare, a consolarla, passando di lì. Lo spionaggio notturno di Peter Pan per verificare, attraverso l’espressione del dolore e dell’attesa di sua madre, il valore che egli ha, e quanto egli sia desiderato, aspettato, amato, si conclude il giorno nel quale, Peter, tornando di notte a «riguardare sua madre», trova la finestra chiusa. E vede che, tra le braccia di lei, c’è un altro bambino. Il consolatore, colui che l’ha sostituito. Così egli, con quella ferita nel cuore può tornare a non nascere, a giocare per sempre con le fate dei giardini. Come un’Ombra senza Ombra. Infatti, Peter Pan non ha l’ombra perché è «ombra». Come coloro che, persone in crescita, non accettano di crescere, rifiutano il tempo che passa, le trasformazioni del corpo e della mente, le responsabilità. I Peter Pan sono convinti che il tempo passa e loro no. Rifiutano il trascorrere del giorno, di ogni giorno, con il sole che sorge e, alla fine, poi, tramonta, allungando le ombre sull’esistenza di ciascun essere umano che si è scaldato al sole. Così, la vita di ogni Peter Pan è una «non vita» che si regge sulla sua abilità di recuperare, attraverso «la fissazione», la «rimozione» o evitando le principali tappe di crescita e responsabilità della vita, quello spazio di perenne laboratorio ludico, quel puer aeternus, quel prenatale, prelimbico eterno gioco del misurarsi con i sogni per non svegliarsi dal sonno.
Gli anti Peter Pan, invece, sono (da sempre e non soltanto negli anni Sessanta-Settanta) quei ragazzi nati alla vita e costretti a «crescere subito». Anzi, desiderosi di diventare «subito grandi» per ricercare immediatamente un’autonomia di movimento, di azione, di pensiero, di mezzi economici, «tuffarsi» al più presto nella vita sociale, fuori dalla famiglia, nel gruppo dei pari e per staccarsi dagli adulti, dai genitori, dai parenti, dagli educatori. Per gli anti Peter Pan, costoro, assai spesso, o non hanno costituito un reale, autorevole punto di riferimento affettivo e di tutela o sono stati impossibilitati, per varie ragioni, a farlo o si sono dimostrati a tal punto problematici, dipendenti e, perfino, nemici, da inibire la possibilità di sviluppo e di affermazione dei bambini e degli adolescenti che crescevano accanto a loro. Così da stimolare nei ragazzi, in tanti ragazzi!, il desiderio di andare via, al più presto per spezzare la dipendenza, per cercare altri modelli di riferimento, per continuare altrove e/o con altri, la propria vita, accettando e, anzi, enfatizzando, il moderno «mito del cow-boy»: all alone, «tutto solo» alla frontiera della vita. Diverso è, però, essere costretti a «crescere subito» per bisogno, saltando tappe o balzando da un punto all’altro della vita, con un piede solo come nel gioco della campana, per opporsi a condizioni di miseria familiare e sociale (laddove, lasciare la famiglia, cercare spazio e fortuna altrove; crescere presto per emanciparsi da una condizione economica, familiare e sociale, difficile, dolorosa, perfino drammatica, era giocoforza!) Altro è, invece, come per i ragazzi degli anni Sessanta, avere «desiderio» di farlo per lasciare al più presto il «nido», le «radici», il «gruppo familiare» vissuto come opprimente e accanitamente teso a perpetuare una modalità comunicativa interpersonale e un codice educativo di matrice troppo protettiva o, al contrario, troppo autoritaria e castrante, per essere sopportato ancora. Vero è, infatti, che per gli anti Peter Pan, negli Sessanta-Settanta, una simile possibilità, lo stimolo a crescere subito, a diventare subito grandi, ad andare via per il mondo, costituì, anzi e soprattutto, una irrefrenabile spinta culturalmente sancita on the road, legata al cambiamento e alla trasformazione della comunicazione e dei costumi sociali e culturali della società industriale e alla crisi di valori (quella sì, irrefrenabile!) delle istituzioni educative, famiglia e scuola. Una risposta, dunque, al sovvertimento dei ritmi dello sviluppo che proprio la società dei consumi aveva operato: correre per arrivare prima, per saltare le tappe, per emanciparsi al più presto; utilizzare la tecnologia per diventare «creatori» di macchine da asservire; liberarsi, divorare il tempo. Consumare e consumarsi; oppure, opporsi a tutto questo, rallentando e rimandando all’infinito la possibilità di crescere e di misurarsi con tutto quell’egocentrico, narcisistico accanimento «autoaffermativo». È questa la contraddizione interna stessa dell’anti Peter Pan. Per far presto, per arrivare, per affermarsi, l’anti Peter Pan ha voluto (ha dovuto) crescere in fretta e non ha avuto il tempo di elaborare né il lutto di ciò che andava perdendo (le «perdite» necessarie al crescere!) né la valenza (nel senso del «valore dell’esperienza») di quel che, invece, la sfida di crescere in fretta gli consentiva, comunque, di acquisire. Così, l’anti Peter Pan degli anni Sessanta-Settanta, cresciuto in fretta per il piacere di conquistare la libertà della vita, e/o per dominarla con «l’arrampicata» dei suoi desideri e/o per evitarla con la trasgressione contenuta nelle sue esplosive ribellioni, sul piano umano, sociale, culturale, somiglia, per assurdo, al Peter Pan che non vuole nascere perché desidera ancora giocare. L’elemento che li accomuna (oltre al fatto che l’uno non ha giocato e sente il bisogno di farlo e l’altro ha sempre bisogno di continuare giocare), è il rifiuto del tempo nel senso del suo «cronologico fluire». Peter Pan non accetta di uscire dal tempo prelimbico (prenatale) per aderire a quello reale che scandisce la vita di chi è nato alla vita: il tempo della vita. L’anti Peter Pan non ha accettato, per affrettarsi a vivere, il tempo del quale necessitava il raggiungimento di ogni tappa della sua crescita. Sia il Peter Pan che l’anti Peter Pan sono alla «ricerca del tempo perduto». Laddove crescere in fretta, diventare «subito grandi» vuol dire restare «piccoli per sempre», anche di fronte a grandi problemi, ai drammi, alle lotte, alle tragedie individuali e collettive. Quanti anti Peter Pan giocano oggi con i destini del mondo come il piccolo Chaplin nel Grande Dittatore? E quanti Peter Pan rifiutano l’ombra delle nostre individuali e comuni responsabilità per continuare a illudersi d’aver, così, sconfitto la morte? Quanti, infine, Peter e anti Peter, per volgersi a guardare sempre indietro, finiscono col diventare Statue di Sale, quasi umane pietre miliari messe lì a segnalare le rovine di Sodoma e Gomorra?