Chissà se il cambiamento dei costumi, lo sparigliamento dei modi e delle mode, nasce in testa o prima di arrivarci è passato subdolamente per il corpo? Chiaramente le due cose sono strettamente correlate. La società si veste a seconda del modo di vivere che ha scelto e che «si aggira» per il mondo. In Anna Karenina di Lev Tolstoj, c’è questo bel passaggio che la dice lunga a questo proposito. «Sthephan Arkadjevic non sceglieva né la tendenza né le opinioni, ma queste tendenze e opinioni gli venivano da sole, nello stesso preciso modo come egli non sceglieva la forma del cappello o del soprabito, ma prendeva quelli che si portavano. E aver delle opinioni per lui, che viveva in una certa società, con quel bisogno di una certa attività di pensiero che di solito si sviluppa negli anni della maturità, era così indispensabile come avere un cappello». Quando quel cappello non è più indispensabile, quando al posto suo sono «indispensabili» capelli lunghi e riccioloni, lisci o ondulati come un messia di una Nuova Età del mondo, allora vuol dire che oltre al modo di vestirsi è cambiato anche l’arredamento interno della testa. Pensieri, certezze, desideri si sono scompigliati e per essere rappresentati non hanno più bisogno di un cappello ma di lunghi capelli, vecchi sandali, gonne fiorite, cravatte slacciate.
A dire la verità questo è un po’ l’eterno problema: è nato prima l’uovo o la gallina? Nessuno lo sa, certo dopo un po’ si è sentito «coccodè». Ogni volta che una società muta le sue regole per i meno ingessati, per i più vispi, immediati i nuovi dictat dalla testa passano ai vestiti; per gli altri, per il gregge, dai vestiti entrano in testa. Visto che la donna è mobile, gli uomini non sono immobili: i giovani devono reagire ai loro genitori, i filosofi devono produrre nuove idee, gli stilisti nuovi vestiti e le cose tendono a scompigliarsi ogni dieci anni. Sommessamente all’inizio, veementemente poi, con grande affanno e delizia degli opinionisti che circa ogni due decenni sono costretti a riproporre vecchie idee come nuovissime. All’orizzonte c’è sempre qualche messia dai capelli sciolti e qualche sentenzioso pronto a riproporre il cappello in testa a tutti. Più l’impatto è forte e più cocente e latente rimane «la coazione a ripetere» di chi ha vissuto quel momento. Raramente i possessori di cappelli non tornano sui loro passi. Una testa coperta è così sicura! Impensabile che chi ha vissuto degli anni da profeta capellone, dopo aver messo da parte un buon gruzzolo con il vestito d’ordinanza «grigio scuro da impiegato», non ritenti la più bella e la più bugiarda delle avventure: quella della libertà, che com’è noto per gli umani ha sempre bisogno di molti peli e un po’ di sporcizia. Ma com’è noto la libertà non esiste. Siamo infatti tutti incatenati dalle nostre storie alle nostre esperienze, alle nostre sofferenze. Non ci possiamo liberare di loro. Ogni tentativo è fittizio. Ci si può liberare di tutto meno che del passato. La libertà è come la verità, applicabile solo nelle piccolissime cose. Anche se è vero, difficilmente la mamma può essere brutta e cattiva. Come d’altronde i figli non possono essere degli stronzi. Ambedue le cose sono normalissime, ma non è ammessa la libertà di pensarle, né la verità di gridarle. Però è ammesso comprarsi un vestito blu invece di uno celeste e preferire i carciofi agli spinaci. Ed è coraggioso e meritevole difendere gli orfani di Katmandù, anche ignorando il bambino rom che chiede l’elemosina. Quest’ultima è una tipicità borghese che unisce l’uomo del cappello con quello dei capelli.
Nel 1968: via i cappelli. Ai capelli fu legata quella rivoluzione che stravolse le regole e creò le nuove donne. I peli ebbero un’importanza fulminante in quella rivoluzione. Lunghi quelli della testa, non più cafoni, ma politici quelli delle ascelle. Più esposti, meno vergognosi, quelli del pube. La rivoluzione femminile passò soprattutto di lì. Poche capirono l’importanza del capitale di Marx, quasi tutte rimasero incatenate al capitale di Agnelli, ma tutte capirono che qualcosa era cambiato, qualcosa di molto importante. Prima la davano le troie. Dopo non la davano le stronze. Differenza finissima, ma basilare che azzerava la prova d’amore. Davanti alla copula tutti uguali maschi e femmine. La linea di demarcazione fra una ragazza perbene e una per male diventarono i soldi. Più perbene la prostituta che lo fa per bisogno che l’avventuriera che lo fa per calcolo. Un modo totalmente nuovo di affrontare la femminilità e l’amore che incredibilmente spiazzò più i maschi che le femmine. I maschi con i capelli lunghi, le clark, le giacche di velluto a coste, gli eskimo presero questa novità, entusiasticamente, al volo. Quando poi, dieci anni dopo si tagliarono i capelli e si rimisero il cappello, non gli piaceva più per niente. Erano a disagio. Le loro mamme erano delle mogli, erano cresciuti con l’idea di avere, prima o poi anche loro una mogliettina e adesso si ritrovavano con un’ossessa che assolutamente si voleva sposare, ma assolutamente non vuole fare la moglie. Un disastro. Non solo è cambiato il vestito, ma è completamente mutato l’arredamento della testa femminile. Le donne in pantaloni vogliono assolutamente un marito, ma non vogliono fare le mogli. Tutto è paritario. Per fortuna gli uomini hanno scoperto la cucina, se no tutti obesi da McDonald’s.
Il grande inganno nato allora ed esploso in questa epoca è il marito senza moglie. Nessuna vuole fare più la moglie. Tutte vogliono fare l’avvocato, il dottore, il magistrato, la pierre, la direttrice di un negozio, l’estetista. Chi arriva a casa prima, cucina, si occupa del pupo, rassetta. Ecco la grande rivoluzione. Al maschio gli hanno scippato la mogliettina, quella che aspettava, tenera e quieta, poiché oltre che aspettare non sapeva cosa fare. Adesso non c’è tempo per aspettare. I lavori sono diventati due, in molti casi tre. Si lavora fuori e dentro casa. Adesso che le donne non vogliono più fare le mogli ma vogliono assolutamente un marito, esplode il problema dei bambini. Le mogliettine avevano 18, 20, 23 anni (se no già si sentivano zitelle): guardarle e vederle rimanere incinte era tutt’uno. Età feconda quella! Le nuove amazzoni da marito adesso hanno dai 30, 35, 40, 50 anni. L’età che concede di iniziare, di predisporre, di fare una carriera. Nessuna si vuole sposare a 20 anni, tutte però ci cominciano a pensare a 33 e a 38 si sentono delle vecchie carampane. Dopo il primo scatto di anzianità sul lavoro inizia la grande ossessione: un compagno, un figlio. Un figlio a tutti i costi.
È questa soprattutto la grande ossessione. Come tutte le ossessioni è contagiosa, ma scatta solo dopo i 35. A quell’età tutte le ragazze scoprono la famiglia. Ma a quell’età gli uomini migliori sono già stati acciuffati e restano in giro i soliti avariati. I coetanei fanno tutti coppietta, o sono appena sposati e la cosa funzione ancora. Gli anziani preferiscono le venticinquenni e gli anzianissimi non piacciono alle trentacinquenni. Insomma per le donne il momento è tosto, trovare un maschio non è semplice. Ma a loro non importa tanto del maschio, del compagno, del marito, quanto di un figlio. Piccolo, da abbracciare, da coccolare, da mostrare, agli altri, soprattutto a se stesse. Il grande inganno, l’immenso inganno femminile di questa epoca è quello di poter pensare, immaginare di procastinare la maternità. Rimandarla come se fosse un treno da prendere alla stazione più comoda. Ormai sono tante le ragazze (siamo ragazze dai 13 ai 90) che combattono per avere un bambino. Che usano al contrario il metodo Ogino Knaus. La generazione degli anni Sessanta contava i giorni dopo l’inizio di una mestruazione per stare attenta a evitare le date più feconde del mese. La generazione delle trentenni-quarantenni del 2000 conta disperatamente i giorni per individuare l’ora giusta per accoppiarsi con maggiori probabilità. Mentre prima era una liberazione scoprire di non essere mamma adesso è un’ossessione - mensile, che riguarda moltissime donne - scoprire di non esserlo. Ci sono molte che non vogliono fare figli perché non ci sono asili nido, i soldi sono pochi e il lavoro non aspetta, ma c’è un’incredibile e insospettabile quantità di trentenni che conta, conta, si rivolge al ginecologo, allo psichiatra e…. spera. Fra tutti gli inganni di quell’epoca breve, dannata e felice (la felicità e come la libertà e la verità: difficile da trovare, da capire, da vivere), questa delle giovani mamme che contano, contano e si disperano è la più feroce delle vendette. Perché l’idea di rimandare i figli dopo il lavoro è una tipica idea del Sessanotto. Meglio essere una madre infelice che una donna infelice. Molte adottano i bambini. Le meglio. Quelle che riescono a superare una lunga e umiliante trafila burocratica per dare la parte migliore di se stesse a un bambino che chiede la cosa più bella che una donna sa dare: tenerezza e affetto. Fate i figli presto. Lottate perché lo Stato vi aiuti con nuove leggi. Aspettate per fare carriera che siano a scuola. Fate carriera insieme. Tenetevi il lavoro senza rimandare i figli. Mio figlio ha 40 anni, mia figlia 35. Mi sono sposata a 18. Quando ho fatto la rivoluzione (sola, il marito era di quelli con il cappello) andavo a lavorare alle 5 di mattina per essere a casa quando tornavano da scuola. Si può fare. Si può anche contare lo stipendio per vedere se riesci a mantenerli. Più difficile, più umiliante, più doloroso, contare i giorni per vedere se ne arriva uno e scoprire che non c’è. Più straziante contare sperando che arrivi. Il grande inganno di quell’epoca è stato sottovalutare l’importanza della maternità.