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Imprenditori e cristiani: nove confessioni doc

LIBERAL BIMESTRALE
di Giancarlo Galli
Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003

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Sono circa quattromila gli iscritti all’Ucid, l’Unione cristiana imprenditori e dirigenti. Certamente pochi, rispetto all’immensa legione di coloro che, padroni o manager, sono alla guida di industrie, aziende commerciali, banche; ma è stata forse proprio questa «rarità» a indurre un attento giornalista-saggista, Rodolfo Bosio, caporedattore a Il Sole-24 Ore, a cercare di capire il perché di questa spinta a qualificarsi «cristiano» e a tentare una verifica di coerenza fra pulsioni evangeliche e comportamenti reali rispetto al profitto, l’efficienza, la competitività che il mercato esige. Tema scottante e d’estrema attualità, in un’epoca in cui, nonostante il moltiplicarsi dei richiami all’etica, gli scandali riempiono le cronache. Con sullo sfondo la secolare divaricazione teologica (da Calvino in avanti) fra la visione protestante e la cattolica. Su un versante, successo e guadagno considerati segno della benedizione divina; sull’altro coloro che rifacendosi ai dettami di Santa Romana Chiesa, alle Encicliche (un corpus divenuto la Dottrina sociale della Chiesa), in coscienza continuano a ritenere i risultati imprenditoriali non un fine ultimo ma un mezzo, strumento, per raggiungere i «veri traguardi»: dignità umana, solidarietà, utilità sociale.
Il merito di Bosio (e pure il suo limite), è l’originalità dell’approccio. Avrebbe potuto partire dalle antinomie che caratterizzano tanti momenti dell’agire dell’imprenditorialità e della managerialità, pubblica e privata, che si proclama «cristiana», con un’inchiesta dai risvolti dirompenti. Basti pensare a ciò che avviene nel sistema bancario, dove i cattolici dispongono ormai della maggioranza assoluta in termini di potere. Invece, anziché occuparsi dei tanti che predicano il Bene comune razzolando nell’ingordigia di Speculazioni & Poltrone, quasi con l’aria e la benevolenza del confessore, ha scelto nove personaggi stimolandoli a vuotare il sacco. Seguendo uno schema preciso, volutamente ripetitivo, fa «confessare» Giancarlo Abete, Laura Biagiotti, Ettore Bernabei, Vincenza Divella, Alberto Falck, Angelo Ferro, Giancarlo Lombardi, Francesco Merloni, Flavio Repetto. «Tutti cattolici ferventi e titolari di aziende leader», precisa. Ascoltando e riferendo. Parterre d’eccelso livello, sebbene manchino all’appello nomi illustri (probabilmente non iscritti all’Ucid), di cattolici doc. Dal governatore Antonio Fazio a Giovanni Bazoli a Paolo Biasi a Cesare Geronzi, ad esempio.
Che cosa confessano questi personaggi? Una Fede forte spesso insidiata dal «demonio» (un po’ tutti credono alle tentazioni del Maligno), però affermando di averlo, oltre che combattuto, vinto. «Meglio perdere un affare che l’anima…». E per loro stessa ammissione, il Vangelo non è una palla al piede, semmai una risorsa. Davvero straordinario l’affresco, e non si stia a sottolineare più d’una bugia in chiave di «caritas-buonista»: si confesseranno la prossima volta… Quel che desta perplessità, è la circospezione con la quale viene affrontato il problema del mercato, delle sue regole. Solo Laura Biagiotti puntualizza che «vi è molta morale anche nella laicità». Perché non trovare un punto d’incontro?

Rodolfo Bosio, Imprenditori con Gesù - Fede e mercato, Marietti, 158 pagine, 15 euro

 

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