Perché oggi non possiamo non dirci antiamericani. Ce lo spiega Antonio Gambino nel colloquio con Marco Galeazzi avvenuto alla vigilia dell’ormai certa invasione americana dell’I-raq e pubblicato dagli Edi-tori Riuniti. L’autore, tra i fondatori dell’Espresso e già autorevole commentatore di Repubblica, si distingue dagli altri antiamericani della sinistra postcomunista per i suoi giudizi assai più netti e tranchants. Come tutti gli intellettuali di matrice azionista, infatti, non ritenendo di doversi far perdonare nessuna indulgenza nei confronti dell’impero sovietico, non ha complessi di sorta, oggi, nel vedere in quello americano l’incarnazione del male e negli Stati Uniti una massa damnationis che coinvolge non solo le classi dirigenti ma anche la società civile e gli stessi dissidenti - una sparuta minoranza che non ha il coraggio, nella critica della politica estera di Washington, di andare fino in fondo. Dalla denuncia dell’unilateralismo a quella del «pensiero unico», non c’è luogo comune no global che ci venga risparmiato. Paese di pochi beati possidentes che vivono in ville-fortilizi per paura delle masse - sempre più numerose - di working poor, terra d’elezione del capitalismo selvaggio e del totalitarismo del mercato, con 40 milioni di malati che muoiono per l’impossibilità di pagarsi le cure e un esercito che potrebbe far fronte a quelli di tutti gli altri Stati del pianeta messi insieme, l’America, da tempo, si è proposta di imporre, con la forza, il suo modello all’intera umanità, stritolando - a differenza dell’antica Roma e della moderna Inghilterra - culture e civiltà, con la spietatezza della barbarie tecnologizzata. L’11 settembre le ha dato il pretesto per realizzare l’infame progetto che, non a caso, ha preso le mosse dall’Iraq. Alle origini della guerra v’è solo la volontà di impedire che il regime di Saddam Hussein «rafforzandosi militarmente, possa essere l’unico Stato in grado di contrastare i progetti di dominio degli Stati Uniti». Se ne deduce, e contrario, che la potenza bellica irachena sarebbe stata l’unico ostacolo, in Medio Oriente, all’avanzata dell’imperialismo e, quindi, l’unica garanzia di libertà, e non solo per quell’area! Dinanzi a «un potere assoluto e carico di disprezzo palese per tutti gli altri», Gambino si dice convinto «di essere perfettamente autorizzato a dire di no a chi, servendosi della sua forza materiale» sta creando «un Far West di dimensione planetaria».
Persino nel giudizio storico sull’intervento degli americani nelle due guerre mondiali, il Nostro riesce a distinguersi dagli altri intellettuali della sinistra. A determinare, allora, la Casa Bianca furono sostanzialmente gli «interessi vitali» dell’America uniti alle pressioni della lobby ebraica. Quando si dice le demoplutogiudaicocrazie! Con queste sue idee, Gambino è autorizzato a proporre il suo prossimo libro alle edizioni Ar o a scrivere la prefazione all’ultimo libro di Alain de Benoist, che potrebbe avere come titolo una delle profonde riflessioni contenute nel suo libro: «consumismo e terrorismo sono due facce della stessa medaglia»! Il suo pessimismo, però, ci sembra eccessivo. Quando scrive che, in Italia, non c’è più sinistra perché nessuno è più in guerra contro il modello capitalistico-americano, pecca d’ingiustizia. E Bertinotti - amico del subcomandante Marcos - e Cossutta, e Agnoletto, e Gino Strada e Pecoraro Scanio (detto «la mente») e Nanni Moretti e Cofferati dove li mettiamo? Il futuro non è poi così cupo!