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Non è la gelosia

LIBERAL BIMESTRALE
di Pierluigi Battista

Anno II n. 13 - Agosto/Settembre 2002

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cop17_th  
Doveva essere una festosa replica dell’epopea esistenziale di Jules e Jim. Oppure il liberatorio ricalco di un modello incarnato dalle figure mitiche di Jean-Paul Sartre e Simone De Beauvoir: il tramonto della coppia borghese, la miserabile fine della stessa idea di possesso, una rivoluzione nell’ordine (e nel disordine) dei desideri. La «coppia aperta» fu l’emblema di un’epoca, quella a cavallo dei Sessanta e dei Settanta, che era la rappresentazione stessa dell’anti-letteratura. Non solo perché si leggevano pochi romanzi (a meno che non fossero immersi nell’aura di Macondo) e molta, troppa opuscoleria politica. Ma perché quell’epoca, malgrado le sue apparenti smanie trasgressive, fu tremendamente prescrittiva, semplificatrice, intimidatoria, mentre la letteratura è complicata, è il regno del chiaroscuro, della sfumatura, della complessità. Da Madame Bovary ad Anna Karenina, la letteratura è il luogo tragico dell’adulterio borghese. Ma la «coppia aperta» venne vissuta e idealizzata come il contrario dell’adulterio: manifestazione di somma ipocrisia, vertice del sotterfugio quest’ultimo; realizzazione dell’assoluta trasparenza egualitaria la prima. Ed è facile capire perché la «coppia aperta», da sperimentazione di una nuova forma di libertà quale avrebbe dovuto essere, si trasformò ben presto in un incubo normativo, in un «dover essere» obbligante, paradigma comportamentale dispotico e vincolante. Come del resto aveva confessato la stessa De Beauvoir, consenziente agnello sacrificale sull’altare dell’autenticità che conosceva la disperazione di una nuova forma di subalternità nei confronti del maschio-padrone, vorace consumatore di avventure e avventurette immancabilmente giustificate dalla nuova ragion esistenzial-politica. Uno degli slogan che alimentarono la stagione della coppia aperta è passato alla storia come «il personale è politico» oppure (più raro ma di analoga portata ideologica) «il privato è politico». Essendo l’ideologia il linguaggio della falsa coscienza, anche in quel caso la realtà veniva violentata da un peculiare rovesciamento semantico. Non era infatti il «personale» (o il «privato») che diventava politico ma, al contrario, era il politico che si annetteva, colonizzandolo, il territorio del personale e del privato. La politica veniva giustificata nella sua opera di assoggettamento del privato: non un atomo, non una scintilla della vita privata poteva sottrarsi ai dettami di una politica incapace di riconoscere confini e limitazioni. Non una porzione di vita personale avrebbe potuto rivendicare uno statuto di spensieratezza e di neutralità ideologica, di disimpegno e di «naturalità». La coincidenza di «privatezza» e «politica» doveva rappresentare il trionfo della politica applicata more geometrico in ogni aspetto della vita, anche negli anfratti più nascosti e negli angoli bui dove si annidavano i germi insani della «privatezza» e dell’autoisolamento sociale. Non per niente, a quei tempi, «individualismo» era una parolaccia e niente di più: alludeva a una misura refrattaria alle ragioni del «sociale» e del «collettivo» e indicava un grumo irrisolto di resistenza al predominio della società e del suo linguaggio che indicava senza possibilità di equivoco le proprie origini irredimibilmente piccolo-borghesi e pre-rivoluzionarie. La «coppia chiusa» non era soltanto il residuo di una morale tradizionale meritevole di essere travolta dal vento impetuoso della storia. Fosse stata solo questa, la battaglia contro la «coppia chiusa» sarebbe stata un altro, effervescente episodio di stampo libertario-libertino che tutti, a eccezione dei reazionari incalliti, non potrebbero fare a meno, se non di rimpiangere, di ricordare con bonaria e addirittura complice disposizione d’animo. No, lo stereotipo della «coppia aperta» fu piuttosto un episodio di neo-dogmatismo: la guerra di un nuovo dogma contro un dogma antico. Una nuova forma di intollerantismo ideologico. Una nuova manifestazione della mai sopita propensione totalitaria a occupare ogni zona franca della vita e dell’esistenza, a instaurare un nuovo modello, a imporre un nuovo ordine, a stabilire ossessivamente una nuova priorità. Si soffriva come cani, nella «coppia aperta», ma non lo si doveva dare a vedere. Anzi, la sofferenza veniva vista e deprecata come incrostazione del passato, eredità non smaltita, scoria borghese da eliminare dentro di sé per consegnarsi integralmente agli imperativi del nuovo Paradigma. In quel mix di nuovo e di antico che si fuse nell’ideologismo sessantottesco e post-sessantottesco, in quella mistura di miti dell’Est e miti dell’Ovest che contrassegnò, e presto lo capì e ce lo insegnò Alberto Ronchey, anche il linguaggio non poteva che registrare la mescolanza e la convivenza contraddittoria che aveva dato vita a quella peculiare miscela psicologica e culturale. Non era il linguaggio oramai ingessato del passato a premere, ma una nuova tipologia lessicale e comportamentale che del vecchio non conservava niente se non la cosa fondamentale: il mito rivoluzionario dell’ordine esistente, la velleità del passaggio dalla storia alla preistoria, dalla necessità alla libertà. E se si doveva abbattere l’ordine esistente, era la famiglia tradizionale la prima cellula da aggredire e rovesciare e, soprattutto, il nucleo ideologico che di quella tradizione rappresentava l’architrave: il concetto di «normalità». Il problema era che non se ne vedevano tanti di André Gide pronti a imprecare «famiglie, vi odio» e poi sfidare il conformismo dei colti nella Francia degli anni Trenta con il racconto raccapricciato del dispotismo comunista in corso di edificazione nell’Unione Sovietica. Nella nuova retorica destinata a sconfiggere l’idea stessa della «normalità» altri erano gli arsenali e altre erano le letture. «Normalità» faceva, marcusianamente, rima con «unidimensionalità». Si leggeva molto Laing, portabandiera della critica corrosiva alla normalità del mondo familiar-borghese (e, alla radice, elogiatore di ogni «anormalità», anche di tipo psicotico, in grado di ribaltare i canoni delle convenzioni fissate e tramandate come «normali»). Family life, titolo di un film che documenta con grande e ammirevole precisione l’inferno della «normalità» familiare, divenne ben presto un modo di dire per segnalare e deplorare le nefandezze compiute e occultate dietro l’uscio della «normale» rispettabilità borghese. Solo che la sorgiva energia anti-borghese, iconoclasticamente distruttrice di ogni feticcio e di ogni maschera, si traviò ben presto per trasformarsi in una nuova idolatria e in un nuovo culto: l’idolatria della sincerità e il culto, già associato da un grande critico letterario come Lionel Trilling alla sensibilità roussoiana e romantica, dell’«autenticità».
L’ideale della «coppia aperta» doveva significare l’apoteosi della sincerità e dell’autenticità salvaguardate però da un collettivo che esercitava la sua autorità in modo arcigno e imperioso. Non era in gioco il fatto in sé del tradimento sessuale, l’andare con un’altra donna e un altro uomo, sia pur con il consenso concesso obtorto collo dal o dalla partner momentaneamente tradita. Anzi, era il concetto stesso di «tradimento» a essere cancellato nel gioco scacchistico degli scambi e delle aperture. Andare con un altro (o con un’altra) simboleggiava piuttosto la fine dei vincoli posti da una cultura del possesso (quello che fa dire il «mio» uomo o la «mia» donna) e l’ingresso nel regno della disponibilità ad assecondare ogni desiderio purché catalogabile e rappresentabile come «autentico». E come avrebbe potuto manifestarsi la gelosia (sentimento borghese e possessivo quant’altri mai) di fronte all’esplosione di desiderio messa in atto dal proprio o dalla propria partner e in primo luogo dal desiderio di liberarsi dalla cappa oppressiva, dalla prigione asfissiante della «coppia chiusa»? La censura della gelosia è invece il segnale di quanto coattiva e pregiudizialmente ostile alla «normalità» fosse la complessa simbologia politica e ideologica sottesa al luogo comune della «coppia aperta». Il tradimento «borghese» contempla la gelosia di chi viene tradito come una necessità e un ingrediente essenziale nella dinamica impura ma vitale delle relazioni interpersonali. L’impossibilità di manifestare la gelosia consustanziale alla prassi sociale della «coppia aperta» esprime invece il bisogno ideologico di aggrapparsi alla mitologia dell’«uomo nuovo» perfettamente integrato in un sistema di imperativi anch’essi ideologici che vietano la libera esplicazione di un sentimento bollato e denigrato come simbolo del passato. La gelosia è stata, in quella temperie ideologica, la quintessenza sentimentale del politicamente scorretto. La storia è andata in una direzione diversa. Le famiglie hanno continuato a sfasciarsi ma non sotto l’influsso delle prescrizioni ideologicamente terroristiche di chi vagheggiava la nascita del mondo nuovo e dell’uomo nuovo, bensì sotto l’influenza disgregatrice della secolarizzazione, della sempre più pervasiva erotizzazione dell’atmosfera sociale, dell’azione inarrestabile di quell’individualismo edonistico che ha corroso la stabilità dei legami e l’etica del soddisfacimento posticipato dei propri desideri e dei propri bisogni molto di più e molto più in profondità di qualsiasi ricetta politica. La retorica della «coppia aperta» è morta, ma la coppia è esplosa lo stesso, massaggiata ai fianchi da una società sempre più refrattaria all’etica autosacrificale della responsabilità e della serietà borghese vecchio stampo. Resta invece come una pellicola che si interpone tra il pensiero e la realtà, opacizzandola, il cascame retorico e tardo-romantico della critica alla «normalità» come ragione di autoidentificazione di un ceto intellettuale risentito nei confronti della realtà effettuale. La «normalità» come sinonimo di meschinità, grettezza, chiusura, angustia è ancora, sempre più stancamente e con moduli argomentativi sempre più logori e ripetitivi, il bersaglio di un «discorso» pubblico che si aggrappa persino alla mano matricida di Erika per dire, liturgicamente: «famiglie, vi odio». Della «coppia aperta» non c’è più memoria. E l’unica cosa che resta è la tutela gelosa del proprio passato. Ma la gelosia, non era forse un disvalore?
 

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