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L’infortunio rosso del liberal John Dewey |
Gli scritti del filosofo americano spiegano il suo singolare “liberalismo radicale”, dedito più alla cancellazione della proprietà privata che alla libera intrapresa
di Giuseppe Bedeschi
Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003
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La recente pubblicazione di una raccolta di Scritti politici (1888-1942) di John Dewey (a cura di Giovanna Cavallari) induce a fare alcune riflessioni sul preteso «liberalismo» del filosofo americano e sulle ragioni profonde di coloro che oggi vogliono riproporlo. Tale riflessioni possono partire da un episodio significativo. Nel 1928 Dewey fece un viaggio nell’Unione Sovietica, e ne tornò entusiasta. Scrisse che «l’aspetto più straordinario del cambiamento verificatosi in Russia era psicologico e morale più che politico»; che non aveva mai visto «prima di allora una realtà religiosa così ampia e profonda», e che aveva avuto «per la prima volta una vaga idea di quello che potevano essere stati la forza e lo spirito del primo cristianesimo». Dewey pensava che «l’essenza della rivoluzione bolscevica fosse la liberazione del coraggio, dell’energia e della sicurezza della vita». E aggiungeva: «La gente va in giro come se alcuni pesi enormi, oppressivi fossero stati rimossi, come se fosse finalmente cosciente di aver liberato delle energie lungamente compresse». È vero che successivamente Dewey capì che l’Unione Sovietica era uno Stato totalitario, e che nel 1937 accettò di presiedere una commissione di inchiesta che proclamò Trotzky (rifugiato in Messico) non colpevole dei capi d’accusa che gli erano stati imputati dal tribunale staliniano di Mosca. Dewey si attirò per questo violenti attacchi da circoli e giornali cosiddetti «progressisti». Ma c’è da chiedersi se all’origine del suo infortunio filosovietico non ci fossero delle ragioni di carattere ideologico. Questi Scritti politici permettono di rispondere positivamente a questa domanda. Dewey era sì un democratico, ma un democratico di tipo particolare, in quanto egli aveva una concezione organicistica della democrazia: una concezione che aborriva il momento della lotta, dell’agone, del conflitto sociale. Per lui la società democratica doveva essere armonica, coesa, intimamente unificata, senza divisioni di sorta, senza screpolature, tutta dedita al bonum commune. La democrazia doveva essere «etica», al punto da escludere l’«egoismo» della proprietà privata. Ma, ci viene detto oggi, Dewey rivendicava un liberalismo «di tipo nuovo», un «liberalismo radicale»: un liberalismo così insolito, in realtà, da postulare la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio. La causa del liberalismo era perduta - egli diceva in Liberalismo e azione sociale (1935) - se non si procedeva risolutamente a «socializzare le forze di produzione» e a «eliminare i profitti». Non passava nemmeno per la testa, a Dewey, che ci fosse un nesso preciso fra libertà di intrapresa e creatività intellettuale. Dirà più tardi von Hayek: «Abbiamo idee nuove da discutere e visuali diverse da adattare l’una all’altra, perché quelle idee e quelle visuali nascono dagli sforzi fatti in tutte le nuove circostanze dagli individui che nei loro compiti concreti usano i nuovi strumenti e le nuove forme d’azione che hanno appreso». Un’intuizione, questa, che si cercherebbe invano nei saggi di Dewey.
John Dewey, Scritti politici (1888-1942), Donzelli, 133 pagine, 18 euro
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