Gli attentati a Mussolini durarono dal 1925 al 1931, e il fascismo seppe abilmente sfruttarli sul piano emotivo e propagandistico, facendo marciare di pari passo con essi la costruzione dello Stato totalitario. È pertanto lecito chiedersi quanto danno essi fecero all’immagine dell’antifascismo esule, e quanto giovarono alla costruzione del mito dell’invincibilità mussoliniana e all’affermazione del culto della personalità. Non si può tuttavia giungere, come hanno fatto alcuni settori della storiografia militante antifascista, abusando della formula del cui prodest, a negare l’autenticità degli attentati e le responsabilità di quei settori dell’antifascismo che, con il ricorso a essi, fornirono a Mussolini un alibi per l’emanazione delle leggi liberticide. L’ultimo di tali attentati, di cui si rese protagonista Faustino Sandri, scoperto nel novembre 1931, concluso con l’arresto e la condanna del Sandri da parte del Tribunale speciale, viene ora analizzato puntigliosamente e acutamente da Lorenzo Verdolini, un giovane studioso alla sua prima opera.
L’attentato prese forma negli ambienti del fuoruscitismo repubblicano e rappresentò il canto del cigno del movimento della «Gio-vane Italia». Verdolini di-mostra che il tentativo fu il risultato della convergenza di due opposte strumentalizzazioni; la prima fa risalire la decisione dell’attuazione dell’attentato a una spia che intendeva legittimarsi agli occhi della polizia politica fascista a cui aveva offerto da poco la propria opera delatoria, e l’altra rappresentata dalla necessità del movimento repubblicano della «Giovane Italia» di far pesare l’attentato in chiave anticoncentrazionista all’imminente IV Congresso repubblicano. Il lavoro di Verdolini ha in sé molti pregi e qualche difetto. Restituisce una storia dell’antifascismo repubblicano esule, rinnovando e integrando in modo felice e con mano sicura i vecchi studi della Signori e della Tesoro; inoltre, entrando nelle pieghe del sistema repressivo fascista, fornisce una convincente chiave di lettura dei meccanismi e della profondità di penetrazione della polizia politica fascista nelle organizzazioni antifasciste attive all’estero.
Eccessivi e non sempre convincenti risultano gli sforzi dell’autore per tenere distinte le vicende e le responsabilità dell’antifascismo «cattivo», quello che ricorse agli attentati, da quello «buono» che ne rifuggì, con una larvata tendenza a minimizzare i primi attentati di «Giustizia e Libertà». Avrebbe inoltre meritato maggiore attenzione la notizia, per certi versi clamorosa, sul ruolo di delatore svolto dal repubblicano Pietro Montasini, il quale, mentre era vice segretario della «Concentrazione», serviva la polizia fascista. Strumentali infine appaiono alcuni passaggi della prefazione di Claudio Pavone, il quale non perde mai l’occasione di rinnovare contro De Felice critiche che, in questo caso, risultano francamente gratuite, e per le quali De Felice avrebbe espresso «un giudizio indulgente sulla polizia fascista». Pavone, che pure è stato un archivista, non può ignorare che De Felice, circa gli strumenti repressivi del regime, non potè fondare i suoi giudizi, che al riguardo furono tuttavia sempre prudenti, su una analisi sistematica della documentazione perché i fondi della polizia politica non erano allora accessibili agli studiosi.
Lorenzo Verdolini, La trama segreta. Il caso Sandri fra terrorismo e polizia fascista, Einaudi, 322 pagine, 18 euro