E adesso che la festa è finita? Esattamente questo, La festa è finita, è il titolo dell’ultimo e bel romanzo di Lidia Ravera, pubblicato poco tempo fa da Modadori. Lei che è stata una ipergiovane degli anni Settanta, una che aveva avuto tutto e subito alla sua prima uscita professionale e pubblica, una che aveva sì e no 23 anni quando le riuscì di scrivere un libro di inaudito successo, quel Porci con le ali (composto a quattro mani con Marco Lombardo-Radice) che aveva fotografato come per sempre un tempo e una generazione, mette adesso in scena gli eroi ventenni di allora che nel frattempo rasentano o hanno superato i cinquant’anni. E hanno le tempie brizzolate, e non sono più talmente eroi, né eroiche sono le loro giornate, e persino i loro figli li motteggiano o ne hanno le balle scassate da quanto li trovano prevedibili e ripetitivi. E c’è chi ha avuto successo professionale e chi no, e le ragazze di allora sono ingrassate e sono divenute fisicamente opache, e s’è ricostruita tra gli ex compagni di venticinque anni fa una linea divisoria data dall’appartenenza di classe e dalla gerarchia dei ruoli professionali, e succede che l’ex operaio simbolo della Fiat si dia a rapire e a sequestrare quello che era il suo leader prediletto degli anni Settanta, uno che nel frattempo è diventato un direttore d’orchestra e che della politica adesso se ne sbatte molto più che tanto. Psicologicamente e umanamente, il caso romanzesco dell’ex operaio che si fa nemico mortale del borghese di successo che era stato il suo compagno degli anni furenti ricalca quella che (nella sensibilità della Ravera) è la diade Leonardo Marino-Adriano Sofri, di un Marino che si rivolterebbe per rancore contro il suo amato leader di un tempo, ma non è qui il punto centrale né la chiave di lettura del romanzo. A far da denominatore comune, da collante, da ragion d’essere di ogni personaggio della Festa è finita e di ogni suo svolgimento è il fatto della perdita della giovinezza, quella struggente e insopportabile consapevolezza di non avere più la bellezza e la vitalità e la certezza vorace del proprio domani che fungevano da connotati peculiari dell’aver vent’anni negli anni Settanta.
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Mai erano stati in tanti a credere così tanto in se stessi. Il boom demografico degli anni immediatamtente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale scaraventò nelle piazze e nelle aule universitarie una quantità immane di ventenni che si credettero di una razza superiore a quelle mai apparse sulla terra. La rivoluzione antropologica e del costume era cominciata nell’America dei primi anni Cinquanta. A New York come in California, ad accendere la miccia erano stati i primi beatnik. Sesso e droga, meglio ancora la loro retorica, sono gli ingredienti che portano a combustione la bomba che esplode nella vita di tutti i giorni, lì dove la vita di tutti i giorni si modella. Il loro è un annuncio e un manifesto: d’ora in poi non si negheranno nulla di ciò che è «umano», non accetteranno alcun decalogo che non sia quello scritto da loro, nella vita e nei comportamenti di tutti i giorni sperimenteranno tutto e il contrario di tutto, i loro «no» ai valori delle generazioni precedenti sarà perentorio e orgoglioso. Una miccia che passa in mano, negli anni Sessanta, ad altri gruppi intellettuali europei, ad esempio i «lettristi» francesi e i situazionisti, e che viene ulteriormente arroventata da una musica che è esplosa in quegli anni e che farà da rumore di fondo e da canovaccio delle giornate e della condizione esistenziale dei ventenni di tutto il mondo: il rock and roll. Fai ruotare e sussultare il tuo corpo, ché la vita vale la pena di essere vissuta. La chitarra di Bill Haley o i colpi d’anca di Elvis Presley commmuovono e sommuovono il mondo; è quella la moderna presa della Bastiglia, la moderna insurrezione di Spartaco. I nuovi spartachisti, i nuovi Ciompi, portano jeans aderenti e capelli lunghi. Hanno un’andatura dinoccolata come di chi sia stanco ed esitante. Le ragazze cominciano ad avere corpi affilati e talvolta, la sera, ballano da sole innanzi ai juke-box. Se incontrano un uomo di loro gusto, ci mettono niente a dire di sì, seppure un sì che resta pieno di insicurezze e turbamenti sessuali. È come una nuova tribù, che ha i suoi riti e i suoi codici di appartenenza. A farne da stimmate sono i libri che leggono e i film che amano. Dimmi quante volte hai visto un film con James Dean, quante volte hai ascoltato I can’t get no satisfaction dei Rolling Stones, quante volte hai letto Il giovane Holden e ti dirò chi sei. Mick Jagger, Dean, il personaggio che fa da baricentro del romanzo di J.D. Salinger, sono giovani gli eroi di quella generazione giovane. Una gioventù cui saranno condannati come all’ergastolo. Dean muore giovane, Jagger fa oggi esattamente quello che faceva quarant’anni fa, J.D. Salinger è stato come tramortito dal successo di quel romanzo di cui per anni in America si sono vendute 200 mila copie l’anno e s’è come ritratto dalla vita, la stessa Ravera credo sia come dannata dall’eco di Porci con le ali, un libro che rischia di soffocare i suoi romanzi di questi ultimi dieci anni.
La tribù giovanile. L’autoidentificazione sfrenata e orgogliosa di chi apparteneva a quella tribù e irrideva chi non ne facesse parte. La prima volta nella storia dell’umanità che anche la classe media ha soldi da spendere, di che viaggiare e comprare dischi e abbigliarsi non più con lo stretto necessario. Il giorno più rivoluzionario della mia vita è stato quello in cui mio padre (i miei genitori erano separati) aumentò d’un solo colpo la mia paghetta mensile di studente da seimila lire a trentamila lire. Tutto quello che sono stato e ho fatto nei miei vent’anni, a cominciare dalle sequenze di libri Einaudi acquistati e inanellati sulle mensole della mia biblioteca, ha lì la sua origine. C’è che le società industriali europee avevano vinto la loro battaglia contro il «limite». Per averlo detto ed esaltato durante una trasmissione televisiva della metà degli anni Ottanta, per aver detto che le democrazie industriali avevano vinto la loro battaglia contro la «miseria ferrea» cui il capitalismo condannava la società stando al pronostico di Karl Marx, Marco Giusti mi trattò sull’Europeo da controrivoluzionario. Ebbi e ho per lui pietà intellettuale.
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Eravamo tanti, uomini e donne che facevano e sperimentavano le stesse cose, gli stessi luoghi, le stesse emozioni, le stesse idee, le stesse contraddizioni. Ancora nei momenti più esaltanti della loro comparsa sulla scena pubblica, le donne erano poche. Erano poche nei caffè frequentati dall’intellighenzia parigina degli anni Venti. Erano poche nei combattimenti e nei rischi della guerra civile europea, ausiliarie di Salò o staffette partigiane. E invece, se guardavi le teste di chi affollava un’aula universitaria dei primi anni Sessanta, ti accorgevi che erano tantissime le teste adornate da capelli femminili. È vero che nelle assemblee e nelle gazzarre le donne parlavano e si pronunciavano meno di quanto facessimo noi maschietti; non è vero affatto che fossero recluse al ruolo silenzioso e umiliante di «angeli del ciclostile», ché invece il loro esserci e il loro esserci in quel modo era costitutivo e modellante della nostra esperienza. Di più. La moda ci aveva messo lo zampino, come sempre del resto aveva fatto nella storia del costume e della società. A mettere ulteriore benzina sul fuoco c’era stata la rivoluzione dell’abbigliamento femminile, rivoluzione nata in una straduzza di Londra, Carnaby Street, che sarà lunga sì e no cento metri. Stemma e password di quei cento metri divenne, a metà degli anni Sessanta, una gonna che lasciava scoperte le ginocchia delle ragazze e anche qualcosa di più. La minigonna. Andy Warhol ha sempre sostenuto che la vera inventrice della minigonna era la sua sublime superstar, Edie Sedgwick, che di gonne se ne era comprate di così corte e così piccole perché costavano meno. Poco importa chi abbia indossato per prima la minigonna, quel che importa è che nella storia dell’avventura al femminile c’è un prima e un dopo la minigonna. Cominciava lì, a Carnaby Street, quella saga rovente delle donne che del «marmo bianco» (espressione dello scrittore francese Louis Calaferte) del loro corpo facevano uno stemma da esibire. Per non dire che contemporaneo all’invenzione e all’uso diffuso della minigonna è l’avvento del reggiseno a balconcino: era suo il merito se i maglioni aderentissimi delle ragazze che attendevamo alle porte del liceo o delle aule universitarie s’erano caricati di elettricità; era suo il merito di quelle forme che colluttavano col tessuto e irrompevano terse, ciò di cui le ragazze sorridevano orgogliose. Nero possibilmente, dannatissimo da sganciare e lanciar via, era destinato a mettere in rilievo più che a occultare, a minacciare più che a proteggere. E naturali erano i gesti nostri che ne discendevano, al debutto dell’amore con quelle ondulate ragazze del liceo o dell’università: prendere nel cavo della mano quel che avevamo estratto dolcemente da dentro le stecche e custodirlo come si fa di una gemma preziosa. Un taciturno e tragico apologeta dei seni, lo spagnolo Ramón Gómez de la Serna, aveva scritto che quel tastare e custodire era come un conoscere la certezza della vita per non più obliarla; o ancora, come l’avere in mano un’acqua densa, dolce, diafana e dura a un tempo.
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Era un dono del cielo avere vent’anni nei Sessanta. Un dono che noi abbiamo scambiato come un diritto e come una forza speciale; da cui l’instabilità, lo struggimento nostalgico, il non darsi pace dei personaggi di un romanzo come quello della Ravera, dei personaggi che hanno perduto quella forza, quel diritto primigenio. Da cui la cocciutaggine di tanti di quegli eroi oggi malconci eppure attaccati con tutte e dieci le loro unghie al credo e ai miti di quegli anni. Mario Capanna docet. Peggio che delle mummie, è come se molti di loro non avessero mutato d’un tratto il loro atteggiamento e il loro sorriso, seppure trasformato dall’età in ghigno. Sono capaci di raccontare quelle loro avventurette a Valle Giulia, lì dove i poliziotti che li fronteggiarono erano talmente goffi e di mezza età da non essere in grado di agguantare neppure uno che non era esattamente un daino come Giuliano Ferrara, nel modo in cui un «soldato Ryan» racconterebbe il suo sbarco a Omaha Beach quella mattina del giugno 1944. Pensano che il loro stare al mondo, dai cortei per il Vietnam al volantinaggio innanzi alle fabbriche, fosse comunque ineguagliabile. E invece anche nei cortei per il Vietnam la cesura e la separazione tra noi era netta; la cesura tra quelli che gridavano «Vietnam rosso», e che hanno avuto nel frattempo tutto l’agio di vergognarsene, e quelli che gridavano «Vietnam libero», libero da ogni forma di invasione e dittatura. Mai, e neppure nei momenti più furenti del Sessantotto, eravamo stati davvero tutti eguali e associati. Ricordo il primo corteo della rentrée parigina, settembre 1968, quello che debuttò con una formidabile scazzottatura tra maoisti e trotskista (quei trotskisti che hanno presentato ben tre candidati al primo turno delle elezioni presidenziali francesi della primavera del 2002, e che hanno così contribuito a una disfatta della sinistra che sarebbe tragica se non fosse ridicola).
Seppure dopo mille sbandate, la retorica del giovanilismo - l’idea che supremi sono i diritti e gli egoismi della gioventù - è rimasta come una pietra miliare del moderno. I liceali che occupano e riducono a brandelli i licei romani e che vengono coccolati da genitori e giornali ebeti, sono la riduzione a macchietta di quel giovanilismo (anche se Christian Rocca ha scritto una volta sul Foglio un magnifico pezzo in cui spiegava come alcuni dei contestatori non avessero affatto i tratti egocentrici e nichilistici di cui stavo dicendo). Da luogo originario dell’impegno e della speranza politica, i giovani sono divenuti nel frattempo i destinatari del marketing pubblicitario più aggressivo. I giornali, anche i più impegnati, dedicano pagine e pagine a promuovere quello o quell’altro telefonino, tanto più che se siamo la nazione ultima o penultima d’Europa in fatto di acquisti di libri e giornali, siamo all’avanguardia quanto all’uso e al consumo di telefonini e whisky. Naomi Klein ha scritto pagine bellissime contro la strategia delle campagne pubblicitarie di aziende multinazionali come la Nike, ma sono proprio i giovani i più suasi e i più tentati da quelle campagne.
Peggio, la retorica del giovanilismo ha fatto da barriera contro quello che avrebbe dovuto essere il portato migliore delle «rivoluzioni» culturali e del costume coltivate nei Sessanta. Spentisi i fuochi delle guerriglie oniriche se non onanistiche, da quelle ceneri avrebbe dovuto emergere una borghesia moderna, trentenni e quarantenni aperti al nuovo ma consapevoli dei limiti cui deve sottostare ogni società; una borghesia delle professioni né ottusa né retoricizzante; un ceto medio che giudichi irrinunciabile il gusto delle libertà, ma anche dell’ardimento intellettuale, e che pure conosca a puntino i suoi doveri e la deontologia del dovere; una borghesia che abbia una valutazione realistica di quel che una società moderna può spendere in fatto di pensioni, di sanità, di scuola semigratuita, e questo nel momento in cui le società occidentali stanno per essere popolate da ultrasessantenni. Esiste una tale borghesia in Italia, e quanta e come? A vedere i tanti intellettuali e professionisti (moderni) che accorrono ai comizi di Sergio Cofferati se non addirittura di Fausto Bertinotti, la risposta sembrerebbe non positiva. A giudicare dai tantissimi che si sono affrettati a mettere la loro firma contro lo «scandalo» che a dirigere Radiotre fosse stato chiamato Sergio Valzania, un intellettuale che non appartiene alla parrocchietta della sinistra, c’è da essere costernati.
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Il punto non era e non è l’aver fatto le proprie corsette generazionali a Valle Giulia o al Quartiere Latino. Il punto non è l’avere avuto tanta forza e tanto ardire (fosse poi davvero un ardire, andrebbe molto specificato e sfumato) al tempo irruento dei vent’anni; il punto è sapere la forza che hai oggi e sceglierne l’utilizzo il più creativo possibile. Il punto non è essere stati talmente preoccupati delle condizioni del mondo, e di quelli che nel mondo «non hanno», al tempo in cui tornavamo a casa la sera e trovavamo il desinare approntato dai nostri genitori e nonni. Il punto non è l’avere eretto, qua e là, qualche barricata di cui un’eventuale soldataglia sudamericana o staliniana si sarebbe sbarazzata in quattro e quattr’otto con una sola mitragliatrice puntata ad alzo zero. Il punto è sapere affrontare la vita nella sua complessità, a cominciare dall’età che avanza e dagli ormoni che vanno in malora e dal fatto che è cominciata da tempo la decimazione dei nostri genitori. Il punto è sapere situarsi non al cuore del proprio orgoglio e della propria autoidentificazione, ma a quel crocicchio fatto di poca poesia e di molta prosa dove si incontrano e convivono le generazioni, le culture, le etnie, le religioni. Non è facile, ve lo dice uno che pur dopo mille rettifiche e revisioni è rimasto così profondamente figlio dei Sessanta e ne porta le stimmate.