Naturalmente, il Medio-evo. Medioevo qui, là, ora, sempre, dappertutto. Ci sono sempre tenebre medievali da rischiarare, tabù medievali da abbattere. Il Medioevo, lo conosciamo: o almeno ci sembra di conoscerlo. Nella nostra «vecchia Europa», come dice Rum-sfeld, lo abbiamo continuamente sotto gli occhi e per così dire fra i piedi; ma Rumsfeld ce l’ha anche nella sua giovane America, dai cloisters presso New York fino all’imperversante neogotico del New England, all’ipergotico di certe realizzazioni della Disney Corporation, alle divagazioni neomedievali di Twain e di Steinbeck. Senonché, molto di quel che noi crediamo Medioevo è falsificato oppure ricostruito: dai sentimenti romantici alle architetture di Rothenburg e di san Gimignano. E, per contro, il mondo medievale - quello vero - è molto meno comprensibile di quanto non possa sembrare a prima vista. Quei re, quei cavalieri, quei mercanti, quei monaci, quegli eretici, quelle dame, quei pellegrini, quei miserabili, ragionavano in un modo molto diverso dal nostro: e noi c’illudiamo che così non fosse solo perché a torto o a ragione ci riteniamo loro discendenti (però, attenti, mater semper certa…) e perché parlavano lingue tutto sommato simili alle nostre. Quando si comincia ad andar oltre il velo sottile delle apparenze, ci si accorge che per capire gli «uomini medievali» (e le donne medievali, aggiungerebbero i paladini del politically correct) sono spesso indispensabili gli strumenti antropologici.
E poi, quando e anche dove è «fiorito» il Medioevo? Ha senso parlarne come di una realtà compatta? Teodorico e il Boccaccio erano entrambi personaggi «medievali»: remotissimo da noi il primo, quasi nostro contemporaneo il secondo. Il Medioevo, qualcuno lo fa comnciare con il Quinto e qualcun altro con il Settimo secolo, o prima, o dopo; e molti lo fanno finire non con il 1492 ma con la peste del 1348; secondo Jacques Le Goff, invece, un Moyen-âge des profondeurs è giunto a lambire la Rivoluzio-ne francese. Infine, il Medio-evo non è una «fascia cronologica» che cinge la storia universale, come le «fasce climatiche» cingono il globo terrestre. Quando si parla di «Medioevo ellenico» o di «Medioevo giapponese» si parla di tutt’altre epoche. Harun ar-Rashid era coevo di Carlomagno, ma non è vissuto nel Medioevo: dal momento che il Medioevo è una dimensione squisitamente «europea» e «occidentale» (nel senso di latino-celto-germanica, in parte anche slavo-baltico-uraltaica), collegata - come la parola indica - con la fine dell’antichità romana e con l’avvio dell’era moderna. «Medioevo» è «l’età di mezzo»: più che una definizione, una non-definizione. Glauco Cantarella, cinquantenne docente nell’Università di Bologna, è uno che ama il rischio e la bella scrittura. Indagatore dottissimo del monachesimo cluniacense e delle corti d’Europa, autore d’un racconto per ragazzi che narra di un cavaliere crociato, ha le carte in regola dal punto di vista scientifico e l’ardire intellettuale sufficiente per raccontare la storia «al presente», senza dimenticare i colori, i suoni, i sapori, le sensazioni. E in questo libro fatto di ventitré brevi capitoli gira il «suo» Medioevo da tutte le parti: armato e inerme, mistico e selvaggio, ricco e pezzente, dotto e analfabeta, «breve» e «lungo», stinto e colorato, «vero» e «falso», sognato e immaginato, ricostruito e inventato. Un libro ch’è un fuoco d’artificio d’erudizione e un’ardente dichiarazione d’amore.
Glauco Cantarella, Medio-evo. Un filo di parole, Gar-zanti, 216 pagine, 13 euro