Si è sempre un po’ innamorati dei propri miti giovanili e, spesso, il trascorrere del tempo ne mostra il carattere illusorio, talvolta pervaso da un dolce romanticismo, qualche altra da un battagliero idealismo. Ma la beat generation - Jack Kerouac, Allen Ginsberg, ricordando per ora soltanto questi nomi - non appartiene alla mia giovinezza: quando essa esplose, intorno alla metà degli anni Cinquanta, io ero ancora bambino. Chi come me nasce alla fine della guerra, vive la sua giovinezza - culturale, politica - nel Sessantotto e non negli anni Cinquanta. Questa breve premessa di carattere autobiografico, non tanto serve per far conoscere la mia età, quanto per sgomberare ogni riflessione, ogni valutazione da un equivoco che spesso sento e leggo, quello di appiattire la beat generation sul movimentismo sessantottesco, sul suo luddismo e sul suo ribellismo. E, appunto, serve per dimostrare che se considero affascinante qualcosa della poesia - o in generale dell’arte beat - non dipende da sentimentali motivi generazionali.
Beat generation significa San Francisco, la nuova capitale letteraria del mondo negli anni Cinquanta, con la sua straordinaria vitalità artistica. Nella città sulla costa del Pacifico affluivano i più bei nomi della cultura americana, illustri profughi europei scampati alla guerra, desiderosi di voltare pagina con la cultura del Vecchio continente. San Francisco è la città «facile», la città ospitale, la città trasgressiva e anticonformista, che in ogni angolo ha un teatro, un cinema, un ritrovo per far musica, che ha le gallerie d’arte più interessanti e i centri culturali più importanti. È questo il mondo in cui cresce la beat generation, un movimento esclusivamente artistico, che non ha tra i suoi adepti sociologi, politologi, psicologi. I beat sono poeti e narratori: il ritratto in poesia della beat generation è il poema Howl (1956) di Ginsberg; il ritratto in prosa è On the Road (1956) di Kerouac: entrambi sono il manifesto della beat generation. In esso venivano rappresentati i giovani nord-americani che nel clima del dopoguerra affrontano l’esistenza rifiutando i modelli convenzionali: quelli che avevano portato al conflitto mondiale. I beat criticano la corsa al progresso e al denaro, le istituzioni universitarie e l’arte d’accademia, l’idea che la scienza salvi l’uomo e la pervasività delle nuove tecnologie. Su tutto domina uno sfrenato desiderio d’individualismo, il bisogno d’affermare la propria identità al di là di ogni necessaria mediazione, richiesta dalla convivenza civile. Il critico John Clellon Holmes ha chiamato questi giovani artisti con il nome di beat generation, espressione che potremmo tradurre con una frase del tipo «gioventù bruciata».
Oggi, come fu fatto anche allora, non sarebbe difficile liquidare la beat generation come una rivolta antiborghese di piccoli borghesi irrequieti e insoddisfatti del loro potere (culturale, economico), oppure come una ricerca edonista, volgare, spesso violenta. Ma queste definizioni sono riduttive e ci impediscono di comprendere il senso di una realtà culturale che ha segnato in profondità l’esperienza artistica occidentale. Kerouac, Ginsberg e i loro amici sono all’origine del nostro sentimento di libertà che si è affermato dopo la sconfitta dei totalitarismi europei. Sono l’espressione di quella magmatica ricerca di autonomia, di autodeterminazione delle scelte e delle decisioni che divenne poi, col trascorrere del tempo, un patrimonio inalienabile della nostra cultura. È facile sorridere quando si osservano con gli occhi del presente le esperienze del passato, con i loro progetti, le loro strategie. Più interessante è comprendere il mondo in cui si sono sviluppate quelle esperienze.
I giovani della beat generation si inseriscono nel gruppo di artisti della Scuola di San Francisco, vecchi avanguardisti un po’ dadaisti, un po’ surrealisti come Robert Duncan, William Everson, Charles Henry Ford, Kenneth Rexroth, che riconoscono come loro santone Henry Miller, fondatore a Big Sur, in California, di un centro intellettuale anarchico. Ormai, nella metà degli anni Cinquanta, la battaglia dell’arte moderna era stata vinta proprio nel Nord-America, strappando definitivamente all’Europa la leadership culturale. Artisti come Pollock e i suoi seguaci del movimento informale, i poeti della Scuola di San Francisco trionfano ormai dappertutto culturalmente ed economicamente. Negli ambienti artistici americani nessuno sentiva più il bisogno di nuove rivoluzioni formali, di nuovi sperimentalismi estetici. In un certo senso, la strada aperta agli inizi del Novecentio dalle grandi avanguardie artistiche - con le loro innovazioni espressive, con le loro provocazioni, con le loro aggressioni alla tradizione - era definitivamente chiusa. La beat generation intuisce, però, la possibilità di un nuovo spazio estetico, ampio e incontaminato. La battaglia estetica doveva essere portata sul terreno della descrizione della realtà, oggettiva e personale. Si doveva superare la chiusura nel soggettivo non comunicabile, non comprensibile che avevano caratterizzato gli sperimentalismi delle più rappresentative tendenze dell’arte contemporanea. Si doveva, insomma, abbandonare le tesi che avevano fondato il principio dell’«arte per l’arte» e riportare l’arte nella vita, restituendo all’arte la sua forza etica, ritrovando in essa la presenza di un messaggio sociale.
In questo senso, quella dei beat è la prima arte «impegnata» del dopoguerra. Ma, ciò che deve essere sottolineato e ben compreso, è il fatto che questo impegno è sempre risolto sul piano estetico, mai su quello sociologico o politico, con la chiara e decisa consapevolezza di conferire all’eticità espressa dalle opere un fondamento essenzialmente estetico. I beat sono privi di interessi politici: la politica appartiene a una realtà assolutamente estranea ai loro sentimenti o, anche, a una semplice curiosità personale. L’«impegno», che i loro testi esprimono, si esaurisce all’interno della forma artistica. Questa è la loro grandezza e il loro limite. Naturalmente, si tratta di un limite quando vogliamo considerare la loro attività da un punto di vista politico-sociale e non essenzialmente estetico, o se pretendiamo che il messaggio poetico, proprio perché messaggio, debba essere valutato sul piano della realizzazione politico-sociale. Ma questi punti di vista sono del tutto estranei alla beat generation. Kerouac, Ginsberg, come è documentato dalle loro biografie, vivono di esaltazioni momentanee, di esperienze casuali, di innamoramenti passeggeri: nulla rimane, tutto si dissolve, ciò che resta sono i libri o i manoscritti di testi da pubblicare che racchiudono la loro testimonianza di un bisogno di assoluto, di infinito, di originario che c’è in ogni uomo. La «realtà vera» è proprio questa: è l’arte, è la vita trasformata in arte che afferma un’ideale di vita intenso e libero da ogni pregiudizio. Ecco che i loro temi preferiti sono la rivolta contro un mondo che sta andando alla deriva, trascinato dalle ideologie progressiste, dalle tecnologie disumanizzanti, da istituzioni che negano l’autonomia dell’individuo, inserendolo in un meccanismo perverso di seriali spersonalizzazioni. E i modelli che loro intendono emulare rappresentano questi sentimenti esistenziali anarchici individualisti. I loro idoli non sono politici, non sono condottieri militari, non sono rivoluzionari: sono poeti, come Dylan Thomas, sono musicisti, come il jazzista Charlie Parker, sono attori cinematografici, come James Dean. I beat amano le passioni violente, il ritmo intenso della musica, l’alta velocità. Vivono come vagabondi, sulla strada, anche se potrebbero godere della loro fortuna, perché ormai affermati e carichi di successo; girano senza una meta proprio con l’innocente intenzione di non fermarsi e fissarsi su qualcosa di sicuro, per sfruttare i vantaggi del radicamento in una realtà amica.
Amano il jazz per quel suo ritmo ossessivo, quasi selvaggio che inebria al punto di liberare l’ascoltatore dalla sua coscienza, dalla sua razionalità, lasciandolo entrare in un mondo onirico, in una pura esistenza immaginaria. Sono ancora memorabili le letture delle proprie poesie organizzate da Lawrence Ferlinghetti e Kenneth Rexroth nei locali di San Francisco divenuti famosissimi, come The Cellar. Versi letti con l’accompagnamento di noti jazzisti, in mezzo a un pubblico foltissimo, affascinato da questo nuovo incontro tra poesia e musica. E vicina alla musica jazz era anche la tecnica dei beat con cui modellavano il loro linguaggio per ottenere gli effetti espressivi desiderati. Un linguaggio scarno, che tende all’essenziale per rievocare un’atmosfera primordiale quasi dovesse raggiungere l’origine di ogni possibilità comunicativa. Talvolta i loro versi sono pervasi da parole iniziatiche, cariche di oscure simbologie. E, sempre, ritorna il ritmo ossessivo della musica jazz per affidare alle parole significati che vanno al di là della semplice e immediata evidenza e comprensione comunicativa, che sollecitano gesti, atteggiamenti, stati d’animo. Poesie e prose che non seguono le regole della grammatica, che infrangono ogni principio sintattico.
Anche per questo i beat appaiono violenti, proprio per il loro rifiuto di ogni mediazione espressiva, proprio per la loro capacità di portare il linguaggio oltre ogni limite convenzionale. In tal modo, però, mantengono intatta, anzi potenziano con il gusto dell’eccesso, la sua forza comunicativa. Con un abile gioco poetico, la violenza più che nei versi appare così nelle cose da loro descritte, come se la parola fosse innocente: la realtà è violenta, non la poesia. Si leggano i versi di Howl: Ho visto le menti migliori della mia generazione/Distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche,/ trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di/ droga rabbiosa …/ sognavano e facevano abissi incarnati nel Tempo/ & lo Spazio mediante immagini contrapposte, e/ intrappolavano l’arcangelo dell’anima tra 2/ immagini visive e univano i verbi essenziali e/ sistemavano insieme il sostantivo e il trattino/ della coscienza sobbalzando alla sensazione del/ Pater Omnipotens Aeterni Deus (traduzione italiana di Fernanda Pivano). I versi sono, per così dire, il veicolo che rende evidente la violenza che è propria del mondo americano, di una società uscita dalla guerra che, senza accorgersi, ha dichiarato un’altra guerra, non meno crudele, contro l’individuo, la sua libertà soggettiva, la sua autonomia decisionale. Ma questa visione beat della realtà resta chiusa nel linguaggio poetico, non diventa una prassi politica, né si trasforma in teoria politica.
In quegli stessi anni in cui la beat generation si sviluppava negli Stati Uniti, in Europa una generazione di giovani francesi viveva nel clima politico esistenzialista inaugurato da Sartre, dai registi del nuovo cinema francese, dai cantanti che si esibivano nelle caves come Juliette Greco. Erano dei nichilisti, adoratori della «nausea» del vivere; erano soprattutto degli ideologi o dei militanti politici schierati con la sinistra. Per certi vaghi aspetti possono anche ricordare la critica alla società mossa dai beat, ma nella sostanza la differenza è fondamentale. La beat generation nasce dallo sgomento di fronte alle nuove realtà scientifiche e tecnologiche e cerca di esprimere la propria paura e il sentimento di assurdità, vissuto davvero come un incubo, attraverso il linguaggio della poesia. Soltanto con la poesia, mai con l’impegno politico. La loro azione è sempre individuale, e la loro poesia è l’unica forma di testimonianza del rifiuto o della contestazione dell’esistente. E poi, rispetto ai loro coetanei francesi, non sono affatto nichilisti: hanno fede nella creatività artistica che deve diventare uno strumento per rendere sempre più consapevole la gente della condizione alienata in cui vive. Insieme alla denuncia, nella loro opera cercano la rigenerazione di una realtà frammentata e ostile all’affermazione individuale. Non credono nella rivolta nichilista, hanno fede nella possibilità che ha l’arte di evocare un’altra idea di vita, attraverso un messaggio in grado di raggiungere le radici dell’esistenza. La loro è una strana generazione di mistici, con una grande fiducia nella rinascita personale, che non crede affatto nella violenza come strumento per raggiungere i propri obbiettivi. Piuttosto evocano una realtà mitica in cui poter credere, libera dalle imposizioni politiche e istituzionali, libera dalla scienza moderna, libera dal potere del denaro.
È una posizione fragile perché si lascia facilmente strumentalizzare da chi artista non è. E infatti dell’arte beat si è fatto un grande scempio ideologico. Sono stati estrapolati i messaggi più facili, provocatoriamente più enfatici e sono diventati moda. Una moda che esalta l’individualismo anarcoide, i comportamenti inneggianti a una vita dissoluta dedita all’alcool e alla droga, il ribellismo contrario a ogni principio di convivenza istituzionalizzata. Ma non credo proprio che i beat siano stati cattivi maestri: lo sono stati i loro teorici e chi ha voluto trasferire il loro linguaggio estetico in un progetto politico-sociale. I beat, come si è detto, hanno testimoniato il disagio e le aspirazioni di una generazione attraverso l’arte: un compito sempre rischioso e di facile manipolazione, ma è anche il compito di ogni arte vera, che rifiuta sperimentalismi linguistici incomprensibili e il narcisismo della propria autocelebrazione con manierismi espressivi che fanno la felicità di modesti critici. La poesia e la narrativa beat andrebbero lette con lo stesso sentimento con cui si ascolta il jazz: abbandonandosi e lasciandosi trasportare dalle proprie fantasie e dai propri sogni. Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti invitavano i giovani a scrivere poesie e romanzi, a vagabondare per l’America con uno zaino in spalla, in cui dentro doveva esserci soltanto il loro manoscritto e un quaderno per gli appunti. Scrivere buoni versi e buoni romanzi è difficile, molto più facile è fare i teorici del nulla o i rivoluzionari a parole o i politici che mettono insieme qualche brillante messaggio di rivolta e poi invitano gli altri a partire all’attacco. Non si è mai responsabili dei propri sogni. E i beat sognavano con la loro poesia, la loro musica, non con la politica o con le manifestazioni di piazza. Se i sogni della beat generation non si fossero esauriti e avessero continuato a fertilizzare sempre di nuovo la materia dell’arte, avremmo avuto qualche poeta e musicista in più e un Sessantotto in meno, e tanti orrori ci sarebbero stati risparmiati.