Gli holdenisti doc, quelli della prim’ora, hanno ormai una certa età. Come minimo, se penso agli italiani, hanno superato la cinquantina. E c’è da scommettere che, quando entrano nelle librerie, guardano con un sentimento contrastante di soddisfazione e di fastidio la pila di ristampe che è sempre in mostra. Di soddisfazione perché trovano la conferma dell’indistruttibilità del grande alibi che continua a offrire Jerome David Salinger, quello dell’innocenza senza limiti e dell’irresponsabilità infinita. Di fastidio perché, in fondo, temono che ogni lettore in più sottragga qualcosa a ciascuno di loro. La principale caratteristica dell’holdenista doc è, infatti, la convinzione non solo di essere stato il primo lettore del libro o, quanto meno, il primo ad averlo capito ma soprattutto di essere stato lui, e solo lui, il vero, autentico, unico Holden Caulfield. Con tutte le conseguenze, a cominciare dal tic di sentirsi autorizzato a cambiare umore passeggiando nell’inverno di Manhattan, a scoprire dimestichezza con un campo di segale - in montagna se ne trovano ancora più di quanto non si immagini - o ad assolvere sempre la propria scontentezza. In altre parole a esibire la piacevole sensazione di provare, per usare una felice e sperimentata immagine, «il disagio dei privilegiati».
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Nessuna immagine sarebbe stata migliore di quell’acquarello di Ben Shahn. Un enorme cono con tre palline, ognuna di un colore diverso, l’arancio, il giallo e il viola. E poi un ragazzo con gli occhi tristi, seduto su un muretto invisibile, ingabbiato in una pennellata di azzurro e sorprendentemente con la bocca chiusa. Così quel gelato sembrava destinato all’eternità, il pittore ti diceva che non si sarebbe sciolto e che non sarebbe mai stato non dico divorato, ma neppure assaggiato. Ecco, Holden al pubblico italiano fu presentato così. Forse sarebbe cambiato tutto se, al posto di quei quattro tratti contenuti in quattro colori, ci fossero stati un personaggio di Hopper o, peggio ancora, uno scarabocchio di Picasso. Non sarebbe stata la copertina del manifesto dell’adolescenza. È un particolare da ricordare a chi l’ha dimenticato. Già, e poi nessun anno sarebbe stato migliore del 1961 per la sua apparizione in Italia. I ragazzi del baby boom si erano appena liberati dei pantaloni corti, aspiravano allo scooter, preferivano sentirsi liberi di non dover soffrire le pene della società senza consumi, nuotavano felici tra i primi privilegi del benessere di massa. Avere allora quattordici o quindici anni era di nuovo una fortuna: non c’era il peso di grandi tragedie collettive a condizionare le tue ansie, la guerra - per dirne una - era già lontana nel tempo e abbastanza distante nello spazio, la fame - per dirne un’altra - non c’era più e, come tutti i mali, era stata subito dimenticata, i dubbi e le tristezze tornavano a riguardare solo te stesso. Così come le ironie. E non era poco. Antonioni, i film di Michelangelo Antonioni, ti spiegavano che vivevi in un mondo in cui la realtà ti piegava ma che poi saresti riuscito, se non a piegare, almeno a vivere (o far finta di vivere) quella realtà come avresti preferito. Infine, bisogna anche riconoscere che nessun titolo sarebbe stato migliore di quello scelto. Era stato spiegato subito, fin dalle prime pagine, perché si era dovuto rinunciare a quello originale, il famoso e intraducibile The Catcher in the Rye, mutuato dalla strofa di una canzone scozzese («Se una persona incontra una persona che viene attraverso la segale...») successivamente immersa nel gergo sportivo americano. Troppi doppi sensi e poi cosa avrebbe evocato un richiamo a un campo di segale o a uno di baseball? Ma non era affatto scontato che la semplicità di proporne uno così secco - appunto Il giovane Holden - avrebbe aiutato ogni lettore a identificarvisi. Invece, spesso alla banalità corrisponde la quadratura del cerchio. Insomma, fu tutto giusto. Del resto qualche anno prima, un altro tentativo di gettare sul mercato italiano il racconto di J.D. Salinger era fallito. Se ne poteva trovare una copia abbandonata dai genitori di qualche amico nelle librerie di risulta, quelle delle case di campagna o di mare, e bastava guardarlo per intuire la ragione del flop. La stagione - parlo degli anni Cinquanta - non aveva consentito di capirlo, il linguaggio della traduzione era imbalsamato, il titolo era esattamente l’opposto del necessario (Vita da uomo) e soprattutto il possibile lettore non era ancora cresciuto. Che impatto avrebbe potuto avere nell’Italia in cui - tanto per citare l’esempio più emblematico - il mondo non arrivava ancora nel salotto di casa e si andava a vedere la televisione al bar o da vicini ospitali? Oppure nell’Italia dei grandi conflitti primari - il lavoro, il pane, la terra e anche le ideologie - in cui non c’era molto spazio per lasciar sfogare una ribellione individuale?
Il fatto è che, come era già accaduto qualche anno prima nei licei e nelle università americane mentre James Dean interpretava Gioventù bruciata, Il giovane Holden intercettò - o ne venne intercettato? - una generazione in formazione, l’ultima numerosa generazione italiana, appunto quella del baby boom, su cui si sarebbe caricata la responsabilità delle mode, della scelta dei consumi, degli atteggiamenti mentali, delle culture e, per ultimo, della gestione del potere nella prima società di massa. E che, per puro caso, ne diventò un manifesto, con un successo che si è tramandato fino a ora, di padre in figlio. Dico per caso, perché di tutti i miti di quella stagione questo è forse quello meno spiegabile. Misteriosi sono il successo costante e la longevità del suo fascino, inafferabile è la chiave grazie a cui quarantott’ore di libertà di un teen-ager americano, vissute tra un college della Pennsylvania e Manhattan, diventano un modello. Non basta la spiegazione più semplice, quella che invoca la poesia dell’età adolescenziale o, magari, l’aggancio a uno stato d’animo diffuso. Non basta la novità del linguaggio, così fintamente immediato e così minuziosamente ricercato. Né basta - credo che sia capitato un po’ a tutti, al primo viaggio a New York - ridurlo all’emulazione dei gesti, come la ricerca compiaciuta delle anatre nel laghetto del Central Park. Così come non basta accontentarsi di constatare che, alla fin fine, Holden Caulfield è migliore di tanti cattivi moralisti di oggi. Sì, è vero, viene voglia di dire che se fosse stata la sua inoffensiva «fuga dal mondo degli adulti» a plasmarlo, il Sessantotto sarebbe stato soprattutto un ingenuo sussulto di anticonformismo e di libertà. Ma non basta neanche questo.
Chi può, infatti, immaginarlo nei panni di un estremista? Impensabile. In quel racconto di duecentocinquanta pagine, che si divora come se fosse di cento, non c’è la politica che ha schiacciato, sconvolto e riplasmato il mondo, e soprattutto non c’è la storia. Un’assenza totale, tanto più vistosa se si pensa che alcuni capitoli vennero messi a punto dall’autore mentre si preparava allo sbarco in Normandia. E poi chi lo lesse quando uscì in America, nel 1951, non vi trovò tracce del dopoguerra, non c’erano Stalin né Truman, né il conflitto coreano. Chi lo lesse all’alba o al tramonto degli «indimenticabili» anni Sessanta non vi trovò tracce di John Kennedy, di M.L. King o di Che Guevara. E non parliamo neppure di Gagarin, il primo uomo che volò nello spazio, né di Armstrong, il primo che mise il suo piede sulla Luna. O dei Beatles. Chi lo lesse un decennio dopo non vi trovò tracce di Mao, di Ho Chi Minh né di nessun altro dei miti in cui - per un altro grande mistero - si identificò l’idea della liberazione. In altre parole, non c’è nulla di contemporaneo. Sì, probabilmente è per questo, solo per questo, che The Catcher in the Rye è diventato una favola destinata a un eterno successo. Un best-seller che si trascina di padre in figlio. Detto questo, resta però una domanda, che una storia di cinquant’anni - con articoli, analisi, spiegazioni, ragionamenti, discussioni fra amici - autorizza sempre più a porre: può una poesia fuori del tempo diventare il manifesto di una generazione, capace di condizionare le successive generazioni, senza sollevare problemi? O anche - in questo caso bisogna chiederselo - senza provocare danni? E, se si vuole essere più precisi, nell’holdenismo non si rispecchiano i vizi, i difetti, i tic, i limiti di quella fetta di mondo che l’ha assunto a modello? Un esempio. Non ci avevo mai fatto caso, pur leggendolo e rileggendolo abbastanza spesso, ma la polemica - di natura etnica - che è scoppiata qualche mese fa in America è sorprendentemente fondata. Con la sola eccezione (un po’ ovvia) di un pianista, il «vecchio Ernie», in Holden ci sono solo i bianchi, c’è una società completamente omogenea, non c’è mescolanza. Sì, tutti bianchi al college e probabilmente era davvero così, ma anche tutti bianchi per le strade, in metropolitana, in tassì, perfino nelle strade di Manhattan e non poteva essere così. Non è un paradosso che in uno dei testi sacri del politically correct ci sia uno degli atti più lesivi proprio del politically correct? (Lo dico solo tra parentesi: pagine e pagine da leggere senza mai interrompersi - perché questo richiede J.D. Salinger - in cui essere fuori del tempo significa anche ignorare quel contesto che allora si chiamava segregazione e che ha impregnato di sé letteratura e cinema...). Può essere una distrazione. Ma non è questo uno dei tanti modi con cui in quel racconto si guarda al mondo, cioè senza accorgersi del mondo stesso? Un altro esempio. Holden, come succede quando si è teen-ager, vive in una famiglia insopportabile, tanto più insopportabile quanto è una famiglia-bene, studia in un liceo insopportabile, carico di storia, di tradizioni e di ritualità, fra studenti quasi tutti insopportabili perché giocano al calcio, perché si tagliano le unghie facendole cadere per terra, circondato da insegnanti quasi tutti insopportabili, perché presi dal loro ruolo e da un’idea pomposa della società, si muove in un mondo in cui anche gli incontri casuali, dal tassista al portiere di albergo, sono abbastanza insopportabili per le più svariate ragioni. È circondato - lo pensa, lo dice esplicitamente - da palloni gonfiati. Può essere tutto vero. Ma non è questa la manifestazione più cruda di un atteggiamento che in una parola più cruda si chiama snobismo? Ancora un esempio. Le intensissime quarantott’ore lungo cui si svolge il racconto sono segnate da quel movimento continuo che è la fuga. C’è, prima, la fuga dal college, provocata dai voti bassi ricevuti alla fine del trimestre e cercati, a dire il vero, con una certa ostinazione, con il rifiuto dichiarato di scendere a patti con qualsiasi materia che non sia l’inglese (per noi sarebbe stato ovviamente l’italiano). Poi c’è la fuga per Manhattan, che è la vera e propria fuga dalla sua casa (quella che indusse al primo titolo sbagliato, cioè Vita da uomo) dove in realtà riesce ad andare e a venire, per riportare nella sua storia «la vecchia Phoebe» (come hanno imparato a loro spese tutte le sorelle minori degli holdenisti). Infine, c’è la fuga finale da tutto tentata e non riuscita perché interrotta dal più commovente acquazzone della storia della letteratura, quello davanti alla giostra del Central Park. Chi non ha mai subito una tentazione come questa? Ma qui la metafora è esplicita ed è l’apologia della irresponsabilità. Eppure perché leggendo Il giovane Holden avevamo capito ben altro? Avevamo capito che la fuga era la ricerca di un’idea di responsabilità e non il suo contrario? Che pensare agli altri come a dei palloni gonfiati era la prova che si poteva essere quotidianamente anticonformisti? Perché non ci era venuto neanche un dubbio su quel mondo di fiction che è il palcoscenico su cui viene recitato il racconto? Perché avevamo scambiato per il massimo messaggio cosmopolita una Manhattan di soli bianchi? Perché - questa in fondo è la domanda da porsi quaranta, cinquant’anni dopo - non ci siamo accorti che l’anima di quel monologo era solo un affascinante snobismo? Forse perché eravamo ragazzi. Ma perché abbiamo continuato a pensarlo anche dopo? Difficile dire se chi si imbatte oggi in uno dei più enigmatici personaggi della letteratura possa cadere in tanti equivoci. In fondo adesso il mondo è più nitido, meno ingabbiato, certamente è ovunque più libero, dalla famiglia alla scuola, al lavoro e, soprattutto, nell’offerta dei consumi quella della fuga non è più una tentazione trasgressiva. Difficile dire se oggi J.D. Salinger sia ancora in grado di provocare dei danni. Di sicuro ne ha provocati in passato e di brutti.
Non so se lo snobismo, l’irresponsabilità e soprattutto l’idea che ci sia solo un mondo tuo, insomma che il resto non conti, siano difetti culturali che è possibile scaricare interamente su un piccolo libro. Certo oggi che i ragazzi del baby-boom hanno creato mode, condizionato consumi e soprattutto impiantato una precisa idea della politica è abbastanza facile pensare che è anche possibile che sia andata così. Per una ragione: in Holden Caulfield - anche se il suo profilo politico è indistinto, anzi è proprio assente - ci sono già molti difetti di quei ragazzi della sinistra, che furono l’essenziale del mercato italiano di Salinger e che a pensarci bene sembrano ragazzi anche ora che sono un po’ attempati. Si tratta di difetti - direi collettivi, di carattere - affogati in quel calderone dove continuano a bollire gli altri vizi del «semplicismo» della cultura del Pci, del «gruppettarismo» e del «nuovismo» dell’ultimo decennio. Cioè i difetti di non vedere né riconoscere un mondo al di fuori dei propri simili, di scambiare l’irresponsabilità per senso di responsabilità e lo snobismo per una qualità dell’animo, di essere loro gli unici titolati a definire tutto ciò che è politically correct e così via. La stessa ambiguità dell’holdenismo sta lì a dimostrarlo. Viene presentato dai suoi esegeti come una poesia e uno stato d’animo, spesso come la testimonianza più autentica dell’adolescenza, ed è indubitabile che per molti versi lo sia. Ma in realtà è soprattutto un alibi. L’alibi in virtù del quale Il giovane Holden è usato come un passaporto della purezza grazie al quale poi è consentito tutto.
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C’è un vecchio gioco, quello di immaginare chi sarebbe stato Holden Caulfield da adulto. Come sarebbe riuscito a difendere la sua migliore dote, cioè l’ironia? Avrebbe continuato a rappresentare una bandiera del politically correct, sarebbe cioè cresciuto nella banalità, assecondando le istruzioni contenute (del tutto involontariamente) nel manuale scritto da J.D. Salinger? Oppure avrebbe continuato a ribellarsi, con la stessa discrezione, ma contro le nuove gabbie che via via sono state costruite? Sarebbe riuscito a non diventare anche lui come gli altri? È certamente un gioco impossibile. L’holdenismo esclude, per sua natura, un tempo di vita diverso da quello dei teen-agers. E, soprattutto, sono mancati i modelli a cui attingere le possibili risposte. Soprattutto non sono stati un modello coloro che si sono identificati nel primo «studente in fuga» dell’era del benessere e che hanno sprecato, come è sempre avvenuto, l’attimo fuggente. Con una riserva. Forse, se Holden crescendo e invecchiando fosse diventato come Barney Panofsky - l’ultimo grande personaggio letterario, quello che ci ha regalato Mordecai Richler - avrebbe in qualche modo difeso se stesso e, opera sacrosanta, suggerito un futuro più presentabile alle tante generazioni di holdenisti.