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Il progresso? È automatico

LIBERAL BIMESTRALE
di Dino Cofrancesco
Anno II n. 13 - Agosto - Settembre 2002

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La stagione del primo centrosinistra si aprì, in Italia, col IV ministero Fanfani (Dc-Psdi-Pri), febbraio 1962/maggio 1963. Il mattino, che avrebbe dovuto prefigurare il buon giorno, fu la nazionalizzazione dell’energia elettrica. Al successivo governo balneare di Giovanni Leone - monocolore Dc: giugno/novembre 1963 - seguì il I governo Moro, col quale, per la prima volta nella storia della Repubblica, i socialisti entravano in un ministero (con Dc, Psdi e Pri). I rapporti tra gli alleati non furono affatto facili. Per nove anni, gli italiani assistettero a un tira e molla esasperante tra le componenti della coalizione governativa che volevano «portare avanti» il processo riformatore e le forze conservatrici che erano ben decise a frenarlo. Ove si eccettui (ma fino a un certo punto) il Psi, le une e le altre non si identificavano con un singolo partito ma erano, per così dire, trasversali: moderati e progressisti della Dc, del Pri, del Psdi si muovevano di concerto, animando già de facto quella competizione bipolare che rappresenta la quintessenza della democrazia liberale. Se i due poli di centrodestra e di centrosinistra attenderanno quasi mezzo secolo per costituirsi lo si dovrà non a loschi interessi di uomini e di gruppi, che portavano uomini con valori e interessi diversi a far parte della stessa squadra, bensì alla struttura del sistema politico italiano e, soprattutto, al fatto che, al di là del mito unificante - ma debole perché poco sentito dalla società civile - della Resistenza e dell’antifascismo, una parte consistente dell’elettorato italiano ovvero quanti votavano per il Pci o per i partitini nati dalle costole del massimalismo socialista e spostati ancora più a sinistra, erano, sì, rappresentati nel Parlamento ma senza possibilità di esserlo a livello dell’esecutivo. L’ostracismo era giustificato da ragioni non solo geopolitiche - il tenace legame col nemico storico dell’Occidente, la Russia sovietica - ma altresì storiche e culturali - l’inaffidabilità della political culture comunista e il pericolo oggettivo da essa rappresentato qualora i suoi esponenti fossero andati al governo. E, tuttavia, questi voti inutilizzabili costituivano un vulnus per la democrazia, un ostacolo insuperabile per quella logica dell’alternanza in mancanza della quale le classi dirigenti ben difficilmente acquisiscono abiti di responsabilità e di onestà. A questo grave handicap si cercò di rimediare grazie all’autoinvestitura del Psi e delle correnti di sinistra della Dc a rappresentanti degli «esclusi». Col risultato che, al tavolo delle trattative per la formazione dei nuovi e sempre più fragili governi di centrosinistra, i socialisti, i basisti democristiani e gli avanzi del lapirismo e del dossettismo rivendicavano, puntualmente, una considerazione non limitata alle loro percentuali elettorali ma ben superiore, parlando essi anche a nome di coloro che a quel tavolo non potevano (ancora) accedere. In realtà, anche la destra democristiana - da Nenni bollata come clericofascista - poteva, in qualche modo, chiedere un analogo trattamento. Pure a destra, infatti, vi erano formazioni - Msi e monarchici con varie sigle - «impresentabili» identificate a ragione o a torto (e più a ragione che a torto) con un passato da cancellare: gli anni che vanno dalla mancata difesa, nel ’22, delle libertà statutarie alla promulgazione, nel ’38, delle infami leggi razziali e all’entrata in guerra nel ’40. Anche in quest’area, nondimeno, vi erano voti in frigorifero la cui inutilizzabilità evidenziava una democrazia malata e febbricitante. (Il primo a capirlo, in anni non lontani, fu Bettino Craxi).
Sia pure con grandissime difficoltà e pesanti penalizzazioni elettorali - clamorosa quella che investì socialisti e socialdemocratici finalmente ricongiunti a tanti anni dalla scissione di Palazzo Barberini - alcune riforme, comunque, giunsero in porto. Ma fu una vittoria di Pirro. Nel 1970, lo Statuto dei lavoratori e l’istituzione delle Regioni, infatti, diedero molta più forza ai sindacati - e, soprattutto, alla Cgil, il sicuro bacino di raccolta dei voti comunisti -, consentirono al Pci, con l’entrata nell’anticamera del governo nazionale attraverso la conquista delle regioni rosse, un radicamento nella società civile impensabile nell’immediato dopoguerra, ma non premiarono i promotori di quelle due riforme delle quali la dirigenza togliattiana non s’era mai dimostrata troppo entusiasta (è nota l’antica diffidenza giacobina della sinistra marxista nei confronti delle tematiche autonomistiche). Nel frattempo, l’onda lunga della contestazione sessantottina e gli autunni caldi, da un lato, scompaginarono l’ortodossia marxista, relegandola definitamente in soffitta; dall’altro, fecero dell’antiliberalismo nutrito, da tempo immemorabile, dall’idea antiborghese - Domenico Settembrini ne ha ricostruito la storia in un libro laterziano non a caso rimosso come uno scheletro nell’armadio dell’ideologia italiana - la filosofia politica dominante, destinata a beneficare elettoralmente solo il movimento comunista. La contestazione privò quest’ultimo della sua anima - e, sui tempi lunghi, di quel robusto realismo machiavelliano che, dalla svolta di Salerno in poi, gli aveva assicurato il timoroso rispetto degli avversari - ma lo compensò con urne sempre più piene che, nel 1976, avrebbero portato il Pci al 34.4%, solo il 3,3% in meno della Dc. Il Psi e la sinistra democristiana - e, in minor misura, anche il sobrio Pri - avevano creato nel Paese un clima di effervescenza spirituale e di forti aspettative in un rinnovamento radicale degli apparati statali e in una sempre più equa ridistribuzione dei carichi sociali. Tali aspettative, pienamente legittimate, sotto il profilo dell’etica sociale, nelle dichiarazioni programmatiche dei vari governi, ma ogni volta deluse, se non beffate, dagli inevitabili compromessi tra gli alleati - Rumor divenne il simbolo del progressivo depauperamento della carica riformatrice del centrosinistra - finirono per togliere ogni prestigio e credibilità a quanti pretendevano, nel Palazzo, di stare dentro anche per conto di quanti erano rimasti fuori e, conseguentemente, per accrescere l’autorevolezza di questi ultimi dando loro la possibilità di giocare su due tastiere: quella delle grandi riforme di struttura («le faremo noi, quelle riforme, una volta al governo!») e quella, ampia e sfrangiata, della contestazione. I nemici implacabili del «sistema», al di là di tutte le riserve per il Soviet Marxism - il titolo del celeberrimo saggio di Herbert Marcuse -, se non volevano perdersi nelle nebbie del libertarismo anticapitalista tanto radicale quanto inconcludente, erano costretti pur sempre ad approfittare delle casematte offerte dal partito e dal sindacato. (Ed è forse inutile ricordare quali e quanti impieghi le due casematte offrirono ai contestatori dissociati o semidissociati, pentiti o semipentiti!).
Il fallimento delle quinte colonne socialiste e democristiane sembrò inequivocabile nel giugno del 1972, quando, nel II governo Andreotti, rientrò, dopo otto anni di assenza, il piccolo partito liberale assieme al ricostituito Psdi. Si erano avverate le più pessimistiche previsioni degli scettici del centrosinistra: la storia stava tornando indietro! La «primavera delle riforme» cedeva il campo a una torrida estate in cui il poco che si era riusciti a conquistare sarebbe stato rimesso in discussione. Giovanni Malagodi, il severo e spocchioso (presunto) portavoce della Confindustria, metteva piede nel governo di un Paese al quale gli sceneggiati televisivi tratti dalle opere di Federico Zardi - I giacobini e I grandi camaleonti - avevano instillato la cultura del sospetto nei confronti dei «termidoriani» ovvero dei rivoluzionari/riformatori che facevano macchina indietro e, per motivi abietti, mettevano competenza e spregiudicatezza al servizio della reazione. Riccardo Lombardi e Antonio Giolitti, i generosi teorici delle fallite «riforme di struttura», nell’immaginario collettivo della sinistra, diventarono la reincarnazione di Robespierre e di Saint-Just mentre quanti, nel Psi, non esitarono a rientrare nel governo - il quadripartito Rumor IV con i soliti partner Dc, Psdi e Pri - furono visti come la riedizione dei Barrère e dei Sieyès (e intanto cominciava a salire, a Milano, la stella del nuovo Buonaparte, il più esecrando di tutti, Bettino Craxi).

Le radici intellettuali della delusione
Chi condivideva questa delusione e queste «proiezioni» storiche avrebbe, forse, mutato disposizione mentale se si fosse imbattuto in un editoriale di Indro Montanelli che faceva una domanda dettata tanto dal buon senso del vecchio conservatore quanto dalla beffarda ironia toscana: «Ma perché un partito, come la Dc, che reclutava i suoi elettori tra i ceti più moderati e prudenti del Paese avrebbe dovuto esporsi alla dèbacle elettorale, sottoscrivendo un’ardita politica di riforme?». Era la scoperta dell’acqua calda ma, come diceva Oscar Wilde, il guaio delle cose ovvie è che sono vere. Il rilievo di Montanelli non era tale da trasformare un fautore del centrosinistra (della cui necessità era convinto il settimanale più prestigioso della cultura laica e liberale, Il Mondo di Mario Pannunzio) in accolito del centrodestra ma poteva indurre a riflettere seriamente sulla pretesa dei riformatori di voler coinvolgere quanti non lo erano nei loro progetti di trasformazione politica e sociale.
In realtà, con quale diritto possiamo chiedere al nostro vicino che non condivide la filosofia dello Welfare State a mettere da parte i suoi convincimenti, consentendo al partito di maggioranza, per cui solitamente vota, di realizzare il programma degli alleati di centrosinistra? La risposta al quesito posto da Montanelli ha non poco a che vedere con la cultura politica fino a pochi anni fa egemone nel nostro Paese. Al fondo di tale cultura, infatti, c’è l’idea, sopravvissuta alle ripetute catastrofi del romanticismo politico, per cui la democrazia liberale non è - come già appariva realisticamente ad Alexis de Tocqueville, che ne aveva visto l’anteprima nel Nuovo Mondo - la registrazione puntuale delle esigenze e delle aspettative, spesso diverse e conflittuali, di una collettività di individui e, insieme, il tentativo, sostenuto dalle istituzioni, di trovare accordi e compromessi, di volta in volta, efficaci e soddisfacenti, ma l’ancella umile e devota del Progresso e della Redenzione morale e spirituale dei popoli, la testa d’ariete con cui lo Weltgeist, lo Spirito del Mondo, distrugge i castelli del privilegio e della tradizione.
Per tutte le componenti della sinistra - liberale o socialista, cattolica o azionista - la democrazia, per molto tempo, è stata la stessa cosa che Giuseppe Mazzini aveva chiamato repubblica. Vale la pena citare una pagina significativa tratta dallo scritto L’Iniziativa del 1870: «Il concetto della repubblica tende a combattere, a scemare progressivamente i privilegi politici o civili dati a una classe, il monopolio, l’immobilizzazione dei capitali, il concentramento soverchio della proprietà, l’ingiusto e fatale alla produzione accumularsi di tasse sulle classi date all’industria, l’immoralità di speculazione piaga crescente e alimentata da una trista corrotta politica governativa, l’egoismo inevitabile d’una legislazione affidata alla nascita o al censo e sottratta all’intervento delle classi che a essa soggiacciono: tende a far sì che le classi s’affratellino in eguaglianza di doveri, di diritti, di protezione, di progresso, d’insegnamento - che per mezzo dell’associazione e d’aiuti dati dalle istituzioni, i capitali che fanno possibile il lavoro si trovino nelle mani di chi deve compierlo - che il lavoro generi la proprietà e la diffonda quindi al maggior numero possibile di cittadini - che l’economia e l’aumento della produzione presiedano d’ora in poi al maneggio delle finanze: tende a sopprimere l’immobilità in ogni potere e distribuire gli uffici a seconda della capacità e della virtù, a dare coll’elezione coscienza a ogni cittadino della missione ch’egli è chiamato a compire sulla terra ov’è nato, a far mallevadori tutti delle opere loro, a conquistare coll’onestà delle convenzioni sulle terre, coll’interesse creato ai coltivatori nel suolo che fecondano, colla moderazione delle tasse, con un sistema d’esazione sottratto agli arbitrii, coll’educazione data a tutte le classi, colla moralità dell’amministrazione, col compimento della rivoluzione nazionale - quel senso di securità pubblica senza il quale ogni progresso è inceppato o precario».
Priva di questi contenuti, la repubblica/democrazia è forma vuota, astrattismo istituzionale e la stessa partecipazione politica, ove sancisca la vittoria di partiti non disposti a farsene carico, perde ogni ragionevole legittimazione. Come accadde, del resto, in Francia e in Europa, nel 1848, quando le Camere conservatrici - ma liberamente elette e talora a suffragio universale maschile - non vennero riconosciute dalle minoranze, che costituivano l’ala marciante della democrazia. Beninteso, una diversa concezione della democrazia - liberale e «moderna» - non nega la nobiltà degli intenti e dei valori - di dignità, di eguaglianza, di sicurezza in senso lato - ai quali faceva riferimento Mazzini ma richiama l’attenzione sul fatto che non ci sono vie e passaggi obbligati della storia per realizzarli (una economia di mercato di cui l’apostolo genovese diffidava potrebbe essere più idonea della terza via, «termine fisso d’eterno consiglio» per intere famiglie della sinistra) e che, in ogni caso, debbono essere i singoli individui a decidere, deponendo la scheda nell’urna, quali bisogni, e in quale ordine di priorità, debbano essere soddisfatti.
La democrazia non è un inutile ludo cartaceo quando «si torna indietro» e una grande avanzata delle masse popolari quando vincono «i nostri». Per essa, infatti, né l’andare avanti è sempre un fatto progressivo - specie quando non abbia l’inequivocabile conforto dei suffragi, come fu il caso di Salvador Allende, sul quale, un giorno o l’altro, si dovrà pure riprendere il discorso - né il tornare indietro è sempre un fatto negativo. Come ci insegnano i saggi magistrali di Adolfo Omodeo sull’età della Restaurazione, per la Francia dei primi decenni dell’Ottocento - almeno fino all’avvento di Carlo X - il «passo indietro» significò il ritorno agli studi severi, il rifiorire della ricerca scientifica, la ricostruzione di un mercato e di un apparato industriale sconvolti dal più grande massacratore di connazionali della storia francese (stando al giudizio che il democratico antifascista Guglielmo Ferrero dava di Napoleone). Si dirà, la libertà di dissenso, il diritto alla partecipazione democratica - a parità di condizioni e con la facoltà di prendere la parola nei pubblici consessi - non è un patrimonio sicuro della sinistra non comunista? Non fu Rosa Luxemburg a dichiarare, in polemica con Lenin, che la vera libertà politica è quella di chi non la pensa come noi? È innegabile ma, se si riflette a fondo sulla filosofia politica di tanta parte della sinistra libertaria (marxista e non), si scopre che la democrazia, che si apprezza e si difende, è espressione della «libertà di sinistra» ovvero del diritto di poter criticare, da una piattaforma assai più avanzata e progressiva, le decisioni del leader rivoluzionario - si chiami Robespierre o Lenin.
Negli «anni formidabili», la libertà che, a sinistra si rivendicava tanto rumorosamente contro la dirigenza comunista e post-togliattiana, era la libertà di denunciare la prassi riformistica e «socialdemocratica» di un partito che, anticapitalista a parole, di fatto contribuiva a smorzare il conflitto sociale, al fine di salvaguardare - come all’inizio del secolo aveva ipotizzato Roberto Michels nella sua Sociologia del partito politico - le posizioni acquisite all’interno della società borghese. Esemplare, sotto questo riguardo, in quanto efficace rappresentazione teatrale di tutti i demoni ideologici della sinistra vecchia e nuova, l’assemblearismo sessantottino, con la sua democrazia totale. Ognuno - studente o operaio - poteva prendervi la parola ma, per così dire, sul treno in corsa. Era, in forma contraffatta e secolarizzata, la libertà del bene dei cattolici tradizionalisti: si è liberi di contribuire a fare andare sempre più avanti il carro del Progresso; non si è liberi, né democratici, se si propone un qualche passo indietro e finanche un passo lento. Non a caso le «anime buone» dell’azionismo, più segnate da quello che Benedetto Croce aveva chiamato l’attivismo (irrazionalistico) del primo Novecento, ne furono travolte. A cominciare dal vecchio Ferruccio Parri che - a differenza di Riccardo Bauer, di Franco Venturi e di altri - rivisse, nei contestatori, la perduta giovinezza.
Quali e quanti guasti abbia recato questa filosofia dovrà, prima o poi, essere oggetto di uno studio storico e sociologico ampio e approfondito. Si può solo accennare, in chiusura di articolo, che oggi più che mai ne scontiamo gli effetti. Girotondisti, panchopardisti, verdi di bile, dipietristi, vetero-azionisti e simil genia, oggi come nel Sessantotto, continuano, imperterriti - nonostante Popper, il fallibilismo, la crisi dell’idea di progresso - a ispirarsi alla filosofia dell’«indietro non si torna». Una destra di governo, sia pure coalizzata con significativi avanzi del vecchio esercito riformista-socialdemocratico, significa per loro il classico «rimettere indietro l’orologio della storia», una beffa del destino che non può non venir presentata che come farsa tragica. Consola il fatto che, all’interno della sinistra italiana, non mancano componenti definitivamente acquisite alla filosofia della democrazia liberale e oggi particolarmente attente alla lezione di Tony Blair. La riprova definitiva della loro conversione sta però nella disposizione a gettare alle ortiche il logoro slogan dell’«indietro non si torna». Un governo e una classe politica non si giudicano con questo fallibilissimo metro: si può fare un passo a ritroso e sbagliare, si può procedere audacemente sulla via delle riforme e riuscire. E viceversa. L’essenziale è che le preferenze dei singoli cittadini - giuste o meno per la nostra coscienza morale - vengano sempre fatte valere e rispettate e che sia istituzionalmente garantito ridiscuterle e rimetterle ai voti, con regolari scansioni periodiche. Il resto è chiacchiera ideologica e, purtroppo, tutt’altro che innocua.
 

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