archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Marx-superomismo

Liberal Fondazione
di Alberto Mingardi

Anno II Liberal n. 13 - Agosto/Settembre 2002

Torna al sommario
cop17_th  
Mia sorella avrà avuto sì e no nove anni quando, le braccia conserte, lo sguardo severo, tra un boccone e l’altro ci annunciò di stare «sminando il Ganistan». Voleva dire che la sua scuola partecipava, unita come un sol uomo, a una campagna per estirpare dal suolo afghano, una per una, le odiose mine antibambino, testimonianza orrenda di un passato di guerra, guerra e ancora guerra. Iniziativa lodevole, bella, da tirarsi giù il cappello e battere le mani. Se non fosse che mia sorella - e presumibilmente gli altri allievi di un’anonima scuola elementare di paese - il «Ganistan» non sapevano neppure attorno a quale parallelo galleggiasse, dove si fosse intrufolato sulla cartina geografica. Si potrebbe dire che avvicinarsi alla testimonianza di una sofferenza lancinante, di un dolore così remoto, può avere un valore propedeutico, una valenza didattica. Forse. Ma mi sembrano esperienze talmente tessute di sottintesi ideologici, un accostare i fatti avendo già in mano la chiave di lettura, la spiegazione totalizzante, che, giù la maschera, qui il risvolto educativo c’entra poco. C’entra invece l’aderenza, sussieguosa, inappuntabile, totale, al catechismo del politically correct. Mia sorella è nata nel 1990: i suoi insegnanti sono i reduci di una rivoluzione che non c’è stata. Lo stesso vale per i miei.
È la rivoluzione fallita degli anni Sessanta che continua a bussare alla porta: sono i barricadieri mancati a metterci in mano pistole di cartone, a insegnarci come sopravvivere in trincea. Una trincea di odio e pregiudizio, scavata per vincere la battaglia delle idee. Chi tuona contro un’università a senso unico, contro l’accademia bendata dalle forze oscure dell’ideologia, dovrebbe ricordarsi che la situazione delle scuole dell’obbligo (e di quell’insopportabile interludio fra infanzia e maturità che è il liceo) non è granché diversa. Probabilmente è peggiore. Ricordo estenuanti maratone cinematografico-retoriche sugli orrori dei forni crematori, la periodica immersione nell’universo cupo di Schindler’s list, le letture obbligate dei diari dal lager. Improbabili visite alla comunità ebraica, esplorazioni adoranti di ogni anfratto di questa o quella sinagoga. «Crediti» e buffetti sulle guance a chi andava a sentirsi l’ennesima conferenza sulla Shoa (non più olocausto: parola fedifraga, da quando si accompagna all’olocausto degli armeni, all’olocausto dei curdi, all’olocausto dei ceceni). Da parte mia, abbozzavo. Non perché il consumarsi di una tragedia mi lasciasse indifferente, ma perché non ho mai capito perché quella dovesse essere l’unica, la tragedia, e tutto il resto una nota a pié di pagina. È una questione di sottolineature, di accenti. Prendiamo la frase classica, sintesi epigrammatica di un decennio, la lapide che la storia ha calato sulla Germania hitleriana. «I nazisti si sono macchiati dello sterminio degli ebrei»: ho sempre pensato che il dramma, l’orrore, la macchia stesse nella parola «sterminio». Che fosse lì il problema, la tetra domanda cui non possiamo non provare a rispondere, l’interrogativo osceno su dove può condurci l’assuefazione al Potere. Invece si preferisce ricordare «gli ebrei», punto e basta, che non è la corona d’alloro ai piedi di una tomba di famiglia, ma la volontà - celata appena appena - di confinare il genocidio a casus belli, a incidente della storia. Ridurre il totalitarismo all’antisemitismo è una scorciatoia per ignorare il filo rosso che lega la spada, il sangue, all’esperienza sovietica - ancora oggi un punto di riferimento per insegnanti e intellettuali di varia risma. Gli stessi che in quegli anni formidabili sfogliavano freneticamente un Libretto rosso che è stato Numeri e Deuteronomio di una generazione. Gli stessi che con Daniel Cohn-Bendit ciondolavano fra malattie infantili e senili pronte a stritolare ogni ombra di pensiero. Gli stessi che spiavano con venerazione la Sorbona di Parigi, dalla quale sarebbero uscite le nuove élites a vendicare il passato: per esempio quel promettente leader cambogiano, Pol Pot. Gli stessi che poi, cresciuti, una volta ereditato il mondo, si sono seduti in panciolle e hanno tratto lo stesso lungo sospiro di un pur liberale Raymondo Aron: i nazisti uccidevano per odio, i comunisti per amore. Oh, dolce stil novo. È vero che nei libri di testo ormai si parla dello stalinismo - ma anche in questo caso, come un episodio, una mutazione improvvisa dell’utopia. Stalin è il «maiale cattivo» di Orwell, lasciando così intendere che ci sia pure, nascosto da qualche parte, un «maiale buono». Lo sterminio di classe - tanto più scomodo di quello «di razza» perché non lo si può spiegare, e condannare, inalberando abracadabra egualitari, ma bisogna avere il coraggio di fare un salto, di confrontarsi col valore della libertà - non viene esposto al pubblico ludibrio delle nuove generazioni. L’incubo sovietico cominciava, e comincia tuttora, nelle lezioni di questi chierici traditori, solo con le «purghe» staliniane. C’è in loro la stessa raccapricciante piaggeria di un John Maynard Keynes, disposto a chiudere gli occhi, a civettare col comunismo di Beatrice Webb fin quando a finire al macello erano schiere di kulaki impauriti, fin quando a salire sul trespolo di una ghigliottina improvvisata erano degli apprendisti anarchici, fin quando la rivoluzione si nutriva non solo dei simboli ma della carne e dell’anima dei relitti borghesi. Poi, la presa di distanza, la condanna: ma solo, solo, quando gli architetti del regime cominciano a pugnalarsi l’un l’altro. Quando non è più il contadino, il borghese piccolo piccolo, l’analfabeta l’obiettivo del terrore, ma lo diventano quei passacarte che il terrore l’hanno costruito, quei teorici che gli hanno sorriso. Mettere lo stalinismo (lo stalinismo e basta) sul banco degli imputati diventa una scorciatoia, peggio: una difesa di classe. È l’intellighenzia che si scava un fossato attorno, che azzarda una profilassi delle coscienze. Ammettere la sostanziale unitarietà del comunismo prima e dopo Stalin, come, su un piano più ampio, ammettere la sostanziale congruenza dei totalitarismi, vorrebbe dire rinnegare una verità facile. Significherebbe, peggio, rinunciare alla superiorità «morale» dei politicamente impegnati, riconoscere che sono stati loro a insanguinare il Novecento - cioè abiurare uno dei miti dei nostri tempi. La retorica dell’impegno serpeggia a ogni livello di «educazione», nelle classi di ogni ordine e grado. L’«impegno» è una categoria meritocratica che sgattaiola fuori dalle aule scolastiche, che si dimostra implacabilmente pervasiva. «Impegnarsi» non è semplicemente applicarsi negli studi, consegnare puntuali e precisi i compiti a casa, rassettare buoni buoni fogli protocollo compilati a righe alterne. «Impegnarsi» diventa un uscire dalla scuola standoci dentro, nel senso che è esortazione accorata ad «aprire gli occhi sul mondo» (come se fosse permesso tenerli chiusi) ma non già come un neonato, che si stropiccia le palpebre e indovina contorni e colori, come uno che ha la soluzione del puzzle in mano senza averne collezionato i pezzi. L’«impegno» è oltre la scuola: nel senso più fisico e materiale del termine. Ma è anche nella scuola: perché essere «impegnati» non vuol dire incamminarsi in ricerca, vuole dire essere arrivati in cima alla montagna e guardare giù, con fare indispettito, verso valle. L’«impegno» non è osservare, azzardare spiegazioni, confrontarsi serenamente con una realtà ancora nuova: chi si «impegna» non si «getta» nel mondo. L’«impegno» è prendere in mano squadra e righello, e cercare di ridisegnare, smussando gli angoli e quadrando i cerchi, il volto butterato del cosmo. L’«impegno» è figlio della scuola perché non è a essa che lancia la sua sfida, ma al mondo esterno. Gli «impegnati», non a caso, oggi sono quelli che si aggrappano con tutte le proprie forze alle sbarre della prigione in cui vivono: sono i difensori a oltranza dell’istruzione pubblica, quelli che la libertà di scelta... guai! Come detenuti nati e cresciuti nel braccio della morte, non concepiscono altro che le pareti grigie cui hanno consacrato se stessi. Il mito dell’«impegno», che si perpetua di generazione in generazione, è in larga misura il prodotto dell’azione dei fabbricanti del consenso, degli intellettuali, all’interno di quelle agenzie educative che ne sono appannaggio. Parlare di «intellettuali» può sembrare generico, persino ingeneroso, un fare di tutta l’erba un fascio. Eppure è indubbio che esista un blocco sociale, una categoria di persone, i «fabbricanti di parole» se si vuole (nella beffarda definizione di George Stigler, coloro «che preferiscono decisamente parlare e scrivere piuttosto che dedicarsi all’esercizio fisico»), che ha fatto dell’«impegnismo» il surrogato di un’ideologia. Sono i divorziati dalla realtà.
Come è accaduto? Una buona spiegazione la diede Robert Nozick, cercando di indagare le ragioni della marcata ostilità degli intellettuali (accademici e giornalisti) verso il capitalismo (il che poi è un risvolto dell’«impegnismo», giacché l’impegno è politico per definizione e la missione della politica è imporsi sull’economico). Secondo Nozick, l’esperienza fondamentale dell’intellettuale è l’impatto con il mondo «vero», il momento in cui esce dalle aule scolastiche, nelle quali era stato coccolato e premiato, il primo della classe appunto. Il fatto è che la non-scuola, la realtà, obbedisce di per sé a regole diverse: per ottenere i voti «migliori», non basta saper ripercorrere i corridoi della memoria, non serve ripetere a puntino una lezione. L’ex sgobbone si vede sorpassare da un compagno magari meno dotato, che forse non è mai riuscito a risolvere un’equazione di secondo grado o a cogliere fino in fondo il senso di una versione di latino, eppure riesce a farsi largo nella vita con più agio - forte di un istinto affilato, della capacità di afferrare ogni opportunità, della voglia di rischiare. Si sviluppa, pian piano, un risentimento che diventa risentimento collettivo: un’ostilità prepotente contro quell’universo caotico, antimeritocratico, che assegna voti e punti con scarso riguardo alle competenze affinate in anni e anni passati sui banchi. Di qui, la necessità impellente di metterci mano, al mondo, e «riprogrammarlo» - sul modello, appunto, di una grande scuola. Di portare «ordine» dove ordine non c’è. Di scatenare la vendetta del «merito» su di un contesto che il «merito» non conosce - perlomeno, nella sua versione standardizzata e burocratica, fatta di registri e libretti per le giustificazioni. L’«impegno» è un impegno in questa direzione: non implica un afflato altruistico, che ogni tanto serve come specchietto per le allodole, un trucco per attirare gli studenti nella rete. Anche perché «sminare il Ganistan», quando si vive in un piccolo centro della Lombardia, è tutto fuorché un poggiare la mano sulla spalla del tuo prossimo, è mettere in fila banconote consunte e monetine appannate e pensieri belli. Iniziative del genere hanno una meccanica ben precisa, perfettamente funzionale al disegno (deliberato o no che sia) di forgiare nuove generazioni di «impegnati». Anzitutto, si fondano sul concetto di «sacrificio», ma un «sacrificio» particolare. Non è l’individuo x che si sacrifica personalmente, concretamente, a favore dell’individuo y. Non è un dedicare il proprio tempo ai meno fortunati della porta accanto, o anche ai meno fortunati più lontani, saltando su un aereo per guardarli negli occhi e poterne interpretare i bisogni.
Questa nuova forma di «sacrificio» tollererebbe a mala pena una condotta del genere, poggia invece sul concetto deformante di «sacrificio per interposta persona». Ecco perché anche i bambini di una quarta elementare possono parteciparvi, perché significa «sacrificare» non se stessi, ma una cifretta modesta, per la sopravvivenza di una categoria di «professionisti dell’umanitarismo» - i capirione delle varie agenzie internazionali. Le quali si nutrono di consenso, di legittimazione: e qui scatta un meccanismo importante. Si mira a costruire una consuetudine dei bambini (i cittadini di domani) con le iniziative dell’Unicef e dell’Onu. Poi, a trasformare questa consuetudine in affetto e dipendenza, facendo perno su una sorta di peccato originale dell’Occidente. L’idea verrà cesellata man mano che un ragazzo prosegue nel suo cursus honorum, ma viene presentata, al livello più semplice e immediato, già ai bimbetti della terza elementare: la ricchezza del mondo è una torta, noi mangiamo una fetta troppo grossa, e così c’è qualcun altro che ha fame. I dotti discorsi sul dramma del colonialismo vengono soltanto dopo, sono un’elaborazione ulteriore che trova terreno fertile in questo che non è neanche un concetto ma è un’immagine che si sedimenta facilmente nelle coscienze, in virtù di un appello vago - da storie di cappa e spada, da Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri (altra semplificazione fasulla: Robin Hood rubava allo sceriffo per restituire i soldi delle tasse ai contribuenti dissanguati, ma mai che ci sia qualcuno che lo precisa) - a un abbozzato miraggio di «giustizia sociale». Parola d’ordine, guarda caso, di quella generazione svezzata a pane e buonismo, impegnativo slogan che aleggiava sopra ogni collettivo, sopra ogni assemblea. L’Occidente non può non provare un senso di colpa, su queste basi: e qui i sacerdoti dell’«impegno» segnano un altro punto a loro favore, perché è naturale che un giovane interpreti come maschera e filiazione di una tradizione ingiusta, la famiglia nella quale è nato e che per lui rappresenta la testimonianza più immediata dell’esistenza di quel patrimonio di valori che deve imparare a disprezzare (a cominciare dal puro e semplice vincolo coniugale: gli «impegnati» rigettano, si sa, ogni «impegno» sentimentale, nel segno di una più democratica collettivizzazione del sesso, soprattutto quello altrui). La situazione è forse cambiata nell’arco di una generazione da quella che ha preceduto la mia: le generazione dei figli di chi negli anni Sessanta ci sguazzava o semplicemente è sopravvissuto. Ma se è cambiata è soltanto perché, essendo diventati genitori anche gli ex guerriglieri dell’utopia, si sono stiracchiate le regole sociali. Si sono deformati i ruoli. Ecco la cifra della forza di penetrazione dell’«impegnismo», che è riuscito a scomporre e ricomporre a sua immagine una civiltà. A farne una società oppressa dal bisogno di sfogare il proprio pentimento per azioni che non ha mai commesso. A sgretolare (perlomeno in grossa parte) un’istituzione come la famiglia, delegittimandone lo spessore educativo e creando l’illusione che i legittimi custodi del benessere dei figli siano dei perfetti estranei, con i quali essi si sopportano a vicenda per cinque ore al giorno. L’insegnante che risponde ai «problemi» dei ragazzi, che li piglia per mano nelle loro vicende amorose, che impone loro patetici pistolotti «contro il tabagismo» o sull’«educazione sessuale», che discute con loro (ma senza mai scendere dalla cattedra) di politica e pallone detiene in realtà un potere tremendo. Detiene il potere di assumere una dimensione meta-parentale, sussidiaria nella lotta dello studente contro i «pregiudizi» di chi l’ha messo al mondo. Detiene il potere di instillare una nuova gerarchia di «io devo» nei «suoi» ragazzi. Detiene il potere di sanzionare col voto chiunque non vi si conformi - non «impegnarsi» è una forma di devianza, se si ammette che cambiare il mondo sia condizione imprescindibile per renderlo abitabile. Peggio: non solo regge nelle mani quest’arma, ma viene pagato per premere il grilletto. L’aveva già compreso Herbert Spencer, centocinquantuno anni fa: «Che cosa s’intende col dire che il governo deve educare il popolo? Perché il popolo deve essere educato? Qual è il fine dell’educazione? Certamente di preparare il popolo alla vita sociale - di fare dei buoni cittadini. E chi ha l’autorità per dire quali sono i buoni cittadini? Il governo: non c’è altro giudice. E chi ha l’autorità per dire come possono essere formati questi buoni cittadini? Il governo: non c’è altro giudice. Quindi questa proposizione è convertibile in quest’altra: il governo deve trasformare i fanciulli in buoni cittadini, usando della sua propria discrezione per decidere che cos’è un buon cittadino e in che modo il fanciullo può essere trasformato in un buon cittadino». Il buon cittadino è un cittadino «impegnato», ma è anche un «impegnista», nel senso che crede, gli è stato insegnato a credere, nelle virtù, se non nei poteri taumaturgici, dell’impegno. E come tale non s’accontenta di essere bravo cittadino egli stesso, ma esige che la fabbrica dei bravi cittadini (ch’è la scuola) ne sforni a pieno ritmo. Se il nostro sistema educativo funzionasse, sarebbe una catena che non si spezza, sarebbe un meccanismo che si alimenta da sé. Invece «impegnisti» e «impegnati» non sono che esseri umani anch’essi, e ogni tanto mancano il bersaglio, ogni tanto calcano troppo la mano, ogni tanto qualcuno mima una crisi di rigetto. E scopre che in fondo è così facile «spegnere» un professore e riaccendere il cervello, gettare via i libri che ti mettono in mano e andare a cercarti i tuoi. Sognare un sogno che sia il tuo. Oppure, più modestamente, guardare la realtà negli occhi, e porgerle un fiore.
 

web agency Done Communication