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Lezione di sport!

Un articolo-denuncia del grande campione di tennis
sulla totale assenza nelle nostre scuole dell’educazione e della pratica sportiva


di Corrado Barazzutti

Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003

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Una delle domande più frequenti che mi viene rivolta nel mondo del tennis è come sia possibile che questo sport non abbia più risultati, soprattutto il tennis maschile naturalmente. È la classica domanda da un milione di dollari! Semplice semplice, la possono fare tutti, anche chi di tennis non ne capisce nulla. Ma è anche una domanda che può suscitare risposte interessanti che possono far riflettere, non solo sul tennis ma sullo sport in generale nel nostro Paese. Un Paese, sotto questo aspetto, che si può definire da Terzo mondo. Affermazione pesante, che vuole essere provocatoria, ma che non è troppo lontana dalla realtà. Perché dico questo? Be’, sono tanti anni, davvero troppi, che lo Stato è assente ingiustificato su questo problema. Qualcuno si è mai chiesto chi sono coloro che fanno lo sport in Italia? E non parlo dei praticanti naturalmente. Udite, udite! Sono i privati. Un esercito di appassionati, dirigenti dilettanti, ex sportivi e qualche volta imprenditori che fortunatamente investono nello sport, e non so se fanno bene, perché guadagnare nello sport è veramente difficile.
Ma andiamo al dunque. Vediamo di rispondere alla domanda iniziale. Perché il tennis non ha più risultati. Ho parlato di uno Stato assente. C’è una ragione. Intanto parlare di tennis mi sembra assolutamente improduttivo. Qui il problema è più generale, e riguarda tutti gli sport. E quando parlo di Stato assente mi riferisco ad anni di governo che di tutto si è interessato meno che di sport, dello sport nelle scuole di pubblica istruzione, perché è da lì che partono i nostri problemi. Lo sport nella scuola non è stato mai inteso come motivo di cultura, conoscenza e realizzazione dell’individuo, mai messo sullo stesso piano delle altre materie scolastiche. E, a tal proposito, sono state fatte riforme scolastiche di vario tipo, studiate metodologie di insegnamento migliori, inserite nuove materie, realizzati lunghi orari, ma la cultura sportiva nelle scuole è rimasta più o meno come cent’anni fa, assolutamente un optional. Su questo tema seguii con attenzione alcuni anni fa l’ex ministro della Pubblica istruzione Luigi Berlinguer sui nuovi programmi di rinnovamento della scuola pubblica. Lessi tutte le sue dichiarazioni e ipotesi di novità in questo settore particolarmente caro ai genitori e naturalmente ai ragazzi italiani. Parlò, il ministro, della riforma dell’università, dei licei e degli istituti professionali, delle scuole medie ed elementari, dei corsi di recupero… Devo ammettere che Berlinguer si diede molto da fare. Personalmente, essendo padre di due figlie in età scolastica, sperai che il governo intervenisse al più presto per migliorare le cose o almeno lanciare un segnale di rinnovamento di un servizio pubblico che funzionava così male.
Dicevo, quindi, un ministro ben intenzionato, con idee nuove. Berlinguer parlò, ahimè, anche del lungo orario nelle elementari. La cosa mi incuriosì. Pensai, e penso ancora, guarda che bella cosa, l’orario lungo alle elementari… dà un servizio davvero indispensabile ai genitori che lavorano. In una società sempre più frenetica nei ritmi, dove padre e madre lavorano, il problema dei figli viene in questa maniera affrontato e in parte risolto. I figli vengono accompagnati a scuola la mattina, i genitori proseguono verso le loro sedi lavorative e i bambini a scuola studiano, giocano, mangiano, fanno i compiti e fanno «sport». Ma perché ho messo tra virgolette sport? Perché a questo punto la mia curiosità lasciò il posto a una riflessione. Mi venne un terribile presentimento. Un momento - pensai - nella scuola gli unici sport praticati, male, sono basket, pallavolo, un po’ di atletica e in alcuni casi molto fortunati, nuoto. Le palestre, le uniche strutture insieme a qualche piscina, consentono solo questo tipo di attività. Scattò poi la seconda riflessione. I professori di educazione fisica, senza una specifica qualifica sportiva, che cosa possono insegnare? Chi è il professore di educazione fisica? Sicuramente non un allenatore qualificato di basket, né di pallavolo, né di calcio, né di nuoto. E, allora, cosa insegna? Insegna attività motoria generica, fondamentale per lo sviluppo psico-motorio di un bimbo, ma che non ha nulla a che vedere con lo sport. Lo sport è costituito da discipline specifiche che possono essere insegnate esclusivamente da tecnici formati e qualificati dalle loro rispettive federazioni. Del resto a nessuno verrebbe in mente di chiedere a un laureato in matematica di insegnare il greco! E poi ci sono innumerevoli altri sport, come il tennis naturalmente, che meriterebbero di essere praticati dai ragazzi, nelle scuole, in base alle loro attitudini. Negli altri Paesi è così.
Proprio quest’anno, tornando in aereo dagli Australian Open tra i tanti programmi offerti dalla Quantas - film, musica, cultura - uno in particolare ha colpito la mia curiosità, un programma di sport, ma non solo di eventi o notizie sportive. Piuttosto un contenitore di informazioni sull’importanza dello sport in Australia. Davvero singolare ho pensato. Be’ sta di fatto che l’ho guardato tutto, con grande soddisfazione, un po’ di amarezza e tanta invidia. È stato bello constatare quanta importanza gli australiani diano allo sport. Il filmato iniziava facendo vedere bambini che venivano avviati a varie discipline sportive all’interno di bellissime strutture scolastiche. Interveniva il ministro dello Sport sottolineando l’importanza della cultura sportiva nella società australiana: lo sport come motivo di cultura, di conoscenza e anche di qualificazione professionale... Ma non solo. Intervenivano manager di aziende sportive che ne spiegavano l’importanza nell’economia del Paese con dati di vendita e di incremento di posti di lavoro, tutto grazie allo sport, dicevano. Da uomo cresciuto e realizzato con lo sport non poteva che darmi grande soddisfazione constatare tutta l’importanza che un Paese civile come l’Australia riconosce allo sport, ma anche amarezza perché in Italia non è così, perché nelle scuole lo sport non viene considerato cultura, conoscenza, formazione al pari delle altre materie. Perché il governo in passato, ma ancora oggi, tra le tante riforme, condoni, indulti, indultini non ha preso in considerazione una riforma dello sport che parta dalla realizzazione di nuove strutture sportive nelle scuole. Sono certo che in questo governo, come in quelli precedenti, siano a conoscenza di come fanno (o non fanno) sport i giovani nelle scuole. Ora, non posso credere che una riforma scolastica che ha pensato a tante cose abbia pensato così poco allo sport. Lasciamo fuori la scuola dell’infanzia, ma nella scuola primaria I ciclo d’istruzione (le vecchie elementari) lo sport è affidato a un maestro? Quante ore a settimana? Dove? Nelle aule, nei cortili delle scuole, lungo i corridoi, in qualche palestra fatiscente? Passiamo alle scuole secondarie di primo grado (le medie per capirci). Be’ qui il discorso cambia, è tutta un’altra cosa. Due ore settimanali. Qui almeno abbiamo dei professori di educazione fisica. E infine, e qui va un po’ meglio, passiamo alle quattro ore settimanali dei licei e istituti professionali (II ciclo). Mi viene il dubbio che si sia pensato che lo sport non sia assolutamente necessario alla crescita e alla formazione dei nostri ragazzi. E questo non fa altro che avallare quanto scritto all’inizio. Lo sport in Italia è affidato, non per scelta, ma per necessità, ai privati. Appassionati che spendono il loro tempo e i loro soldi per creare le strutture necessarie. E ai genitori, che si devono sobbarcare le spese necessarie a far praticare un po’ di sport ai propri figli e che devono trovare il tempo o il modo di accompagnarli. Lo Stato nello sport è completamente assente. Ma abbiamo il Coni. Ora diviso. Quindi due Coni. Una s.p.a. e il Coni pubblico. Questa struttura è obsoleta, superata a mio avviso. Non esistono altre nazioni al mondo con un sistema simile. Esistono i ministeri dello Sport, o della gioventù, come in Francia. Il governo agisce direttamente con i contributi sulle Federazioni. Qui no! Il Coni filtra i contributi governativi dopo aver pagato gli stipendi ai suoi 2.600 dipendenti. E a cosa serva il Coni qualcuno poi ce lo dovrà spiegare. Comunque il Coni agisce sulle Federazioni: niente a che vedere con lo sport nelle scuole pubbliche. Lì di contributi non ne arrivano. È triste ed è per questo che oltre alla soddisfazione e all’amarezza c’è anche tanta invidia nei confronti di Paesi come l’Australia. Vivere in un Paese come il nostro, con un così grande potenziale, e avere dei politici così «distratti», quasi ciechi nel non accorgersi dell’importanza dello sport nella società, nella famiglia e nei giovani è umiliante e frustrante. Ho aspettato con grande speranza la nuova riforma scolastica del ministro Moratti. L’ho letta con attenzione. Mi è rimasta la speranza. Quella si sa non muore mai. Peccato. La scuola pubblica continua ad aver bisogno di strutture adeguate, di tecnici sportivi qualificati e buoni educatori. Perché è da lì che devono partire i primi passi verso le varie discipline sportive. Lo sport deve diventare una materia di prima classe. Un dovere dello Stato, un sacrosanto diritto dei nostri giovani e di tutte le famiglie italiane.

 

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