Rileggendo, nell’attuale contesto ecclesiale e socio-culturale, le due istruzioni della Congregazione della Dottrina della fede sulla Teologia della liberazione, appare chiaro che si trattò innanzitutto di un formidabile errore di metodo. La Teologia della liberazione rappresentò un cedimento della intelligenza della fede alla potenza della ideologia scientifica: così la fede è stata «letta» alla luce dell’ideologia e totalmente funzionalizzata a essa. Ci si arrese alla scienza. Ma quale scienza? La scienza che secondo la mentalità moderna ritiene di poter analizzare compiutamente il tessuto delle problematiche umane e sociali e di sottoporlo a definitiva manipolazione di carattere tecnologico. Quella scienza che si è resa responsabile dei più terribili esperimenti nella vita della società avallando spaventosi omicidi di massa o quella che attualmente, nelle ovattate stanze dei laboratori di ricerca o degli ospedali del mondo civile, sottopone l’uomo alle più perverse manipolazioni. La scienza dunque amica e connivente dell’ideologia: quell’ideologia che ha troppo spesso trattato l’uomo come «particella di materia» o «cittadino anonimo della città umana» (cfr. G.S. 23;24). Ma non si è trattato soltanto di un errore di metodo ma di una totale subordinazione della fede alla ideologia mondana, anche dal punto di vista dell’impianto teoretico, etico e socio-politico. Si è condiviso in modo incondizionato e acritico la concezione dell’uomo come soggetto esistente in sé e per sé, senza alcun riferimento sostanziale a un mistero di trascendenza: soggetto caratterizzato da un potere originario sulla realtà, chiamato a esprimere questo potere, in modo sostanzialmente virtuoso, nella cultura, nella scienza, nella manipolazione tecnologica, in funzione della creazione di una società «scientifica» e tecnologicamente qualificata e pertanto definitivamente umana. Così la liberazione dell’uomo e della società dall’oppressione del passato si è svolta come creazione di un nuovo totalitarismo, che è stato l’esito inesorabile di un processo di socializzazione della soggettività personale e sociale. Assumendo acriticamente il quadro di riferimento dell’ideologia marxista e l’inesorabilità della lotta di classe e del procedimento rivoluzionario, si è stati costretti a chiamare «liberazione» la creazione di regimi totalitari che rendevano l’uomo ben più schiavo che nei sistemi sociali e politici precedenti. È ben chiaro che tali precedenti strutture di vita sociale non ricevono dal fallimento della rivoluzione marxista nessuna giustificazione: ingiusti erano e ingiusti rimangono; si vuole soltanto dire che dare l’assenso della fede a un processo rivoluzionario di tipo marxista significa essersi assunti la responsabilità di diventare conniventi con formulazioni socio-politiche ben più spaventose che le precedenti. Il problema era invece di tutt’altra natura: occorreva contrapporre all’ideologia - di tipo sociologico, scientistico, rivoluzionario - un altro approccio e ben altro movimento di pensiero e di azione. L’ideologia conservatrice e reazionaria non si batte con una ideologia di tipo progressistico: l’ideologia si supera soltanto, in modo definitivo, ripartendo da una autentica posizione di cultura. La cultura è coscienza critica e sistematica dell’esperienza umana, è tensione a conoscere la realtà secondo tutti i suoi fattori, è, secondo lo stimolante insegnamento di Giovanni Paolo II, modo specifico di essere e di esistere dell’uomo, movimento che tende alla sua effettiva umanizzazione, personale e sociale, e che perciò contesta ogni meschina restrizione di tipo ideologico e la conseguente violenza di carattere socio-politico. All’inizio del Terzo millennio dell’era cristiana la Teologia della liberazione appare come un episodio, sostanzialmente marginale, di cedimento della novità della fede nei confronti della ritornante tentazione di vecchiezza dell’ideologia. Oggi, più che mai, la lezione appare in tutta la sua singolare chiarezza. Solo coloro che non hanno ceduto alla tentazione dell’ideologia possono compiere un bilancio finalmente critico dello spaventoso processo di ideologizzazione che ha comportato quella che tanti filosofi e sociologi non hanno esitato a definire una vera e propria mutazione antropologica. Possiamo verificare oggi la pertinenza dell’intuizione di Padre De Lubac, quando affermava che si può certamente costruire il mondo contro Dio, ma ci si deve pur rendere conto che un mondo costruito contro Dio è un mondo costruito contro l’uomo. Perché Dio è necessario all’uomo: l’idea di Dio (l’apertura al mistero trascendente) è condizione perché l’uomo superi infinitamente se stesso, secondo l’intuizione di Pascal e metta la sua intelligenza e il suo cuore alla ricerca di ciò che supremamente vale e unicamente può dare valore e dignità all’esistenza dell’uomo: la verità, la bellezza, il bene e la giustizia. Il singolare concreto, il destino del singolo concreto (come gridava Kierkegaard quando assisteva alle lezioni di Hegel sullo Stato), è stato sacrificato impietosamente alle ragioni dei vari Stati e dei vari sistemi e oggi appare come un soggetto singolarmente debole nel pensiero e nell’azione, più disposto a una sopravvivenza meccanicamente reattiva che non all’impresa di una vita responsabile e umanamente creativa. Un uomo debole teoreticamente e spossato eticamente che proprio nella riapertura del problema del senso e della verità può ritrovare nuove possibilità di vita e di dignità umana.
Un uomo che forse soltanto riprendendo la grande sfida della religione può chiudere definitivamente il secolo che è stato definito «delle idee assassine» (cfr. Conquest) e può umilmente e realisticamente riconsiderare lo stupore della gratuità del suo stesso esistere e riscoprire e rivivere la gratuità profonda della sua oblazione all’altro essere umano che gli è accanto e riscoprire e vivere e rivivere la gratuità esaltante dell’amore dell’uomo per la donna, della paternità e della maternità, il sacrificio e la letizia del lavoro umano come capacità di operare nella storia e per la storia, e quel gusto della passione per la polis che, secondo l’intuizione definitiva di Aristotele segna l’espressione adeguata della coscienza e della libertà dell’uomo sulla terra. La Teologia della liberazione ha ritardato tutto questo, pretendendo di dare idealità religiosa e addirittura qualificazione cristiana al dominio del meccanismo sulla libertà, gettando il granello di incenso della fede sul tripode di una concezione meccanicistica della vita e della storia in cui tutto ha assunto il colore grigio dell’impersonalità e della violenza e sotto la quale non i teologi della Liberazione ma i martiri della fede cristiana hanno tenuto viva la speranza e la certezza che la liberazione non deve essere costruita, secondo la misura e il rigore della progettualità umana, ma la liberazione è già data ed è presente nel mistero di Cristo, che condanna allo stesso modo i regimi fascisti e comunisti, e offre oggi, come duemila anni fa, al cuore dell’uomo la sua liberazione, cioè la sua restituzione alla vita stessa di Dio impegnandolo ad attuare, in timore e tremore, questo straordinario compito: annunziare e attuare questa liberazione cristiana, dono di Dio e compito della libertà umana, davanti a ogni cuore umano fino agli estremi confini del mondo. Di questo la Chiesa e l’umanità avevano bisogno. Non che si gettasse l’ideologia della lotta di classe nel tessuto sacro stesso della Chiesa e si distruggesse l’organismo sacramentale secondo logiche e dinamismi sociologici ed economicistici. Non la Chiesa popolare o dei poveri contrapposta alla Chiesa istituzionale dei ricchi, non i rivoluzionari in nome della fede contro la gerarchia inesorabilmente fascista. Non la vergogna culturale di un rifiuto acritico e sconsiderato della dottrina sociale della Chiesa sbrigativamente archiviata come utopia di conciliazione tra gli estremi, senza riuscire neppure a comprendere tutta la straordinaria lezione di realismo umano, di amore alla Chiesa, di affermazione dei diritti della persona, della famiglia, dei popoli contro ogni strapotere assolutistico che è il filo d’oro che lega il magistero di Gregorio XVI a quello di Giovanni Paolo II e compone l’affresco di uno straordinario e appassionato servizio al bene della Chiesa, che è conseguentemente, amore all’uomo e alla sua libertà. In questo affresco appare in tutta la sua evidenza l’assurdità del dogma rivoluzionario: cioè che la novità umana e sociale si può ottenere soltanto dalla distruzione, anche violenta, della tradizione. Con profondo realismo la dottrina sociale della Chiesa ci ha sempre insegnato che la storia si compie secondo un procedimento ultimamente evolutivo quindi la novità non avviene mai per rotture traumatiche ma per la capacità che generazioni e movimenti di vita hanno di assumere e di vivere in modo nuovo e responsabile ciò che la tradizione ha loro affidato. La Chiesa è stata per secoli ed è tuttora questo movimento di vita, in cui la tradizione, nel suo senso più ampio e più articolato, può diventare condizione e strumento di novità culturale e sociale. Abbandonando l’abbraccio della Chiesa per correre tra le braccia dell’ideologia i teologi della Liberazione hanno dovuto coerentemente distruggere il proprio passato, anche il proprio passato cristiano, per costruire quella novità umana il cui fallimento è sotto gli occhi di tutti. Ma la Teologia della liberazione non è finita soltanto con la fine della grande ideologia marxista cui era ultimamente subalterna. La Teologia della liberazione è stata superata definitivamente ben prima della fine del marxismo dalla presenza e dalla testimonianza di Giovanni Paolo II. Giovanni Paolo II, padre e pastore della Chiesa di oggi, organicamente e indissolubilmente connesso con la viva tradizione della Chiesa aperto, in nome di Cristo a ogni uomo, in qualsiasi condizione e in qualsiasi condizionamento, ha scritto una pagina viva della vera e continua Teologia della liberazione. La Teologia della liberazione vive esclusivamente nell’incontro fra Cristo, Redentore dell’uomo e centro del cosmo e della storia con ogni uomo. In questo incontro e per questo incontro, all’uomo viene rivelata «tutta la verità su di lui» (cfr: R.H.10). E quest’uomo, rivelato a se stesso nella sua ultima verità cioè nella sua natura di figlio di Dio è chiamato a vivere nel mondo investendo il mondo di una certezza, di una verità e di una pace che il mondo non può conoscere ma che è condizione dell’autentica e definitiva liberazione dell’uomo.
«La Chiesa possiede, grazie al Vangelo, la verità sull’uomo. Questa si incontra in un’antropologia, che la Chiesa non cessa di approfondire e comunicare. L’affermazione primordiale di tale antropologia è quella dell’uomo come immagine di Dio, irriducibile a una semplice particella della natura o a elemento anonimo della città umana. Questa verità completa sull’essere umano costituisce il fondamento della dottrina sociale della Chiesa, così come è la base della vera liberazione. Alla luce di tale verità l’uomo non è un essere sottomesso al processi economici e politici, ma questi stessi processi sono ordinati all’uomo e sottoposti a lui». (Prolusione alla III Conferenza del Celam, Puebla, 28 gennaio 1979). «La più grande risorsa dell’uomo è Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. In Lui si scoprono i lineamenti dell’uomo nuovo, realizzato in tutta la sua pienezza: dell’uomo per sé. In Cristo, Crocifisso e Risorto, si svela all’uomo la possibilità e il modo secondo cui assumere in profonda unità tutta quanta la sua natura. Cristo Risorto, sorgente inesauribile di vita per l’uomo. Cristo risorsa dell’uomo. Dell’uomo, Egli non ha disdegnato di assumere la natura, e non in modo astratto, poiché “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, alla morte di croce”. (Fil 2,7-8). L’umanità di Cristo attraverso il mistero della Croce e Resurrezione, è diventato il luogo in cui l’uomo, vinto ma non annichilito dal peccato, ha ritrovato la propria umanità». (Ai partecipanti al Meeting per l’amicizia fra i popoli, 29 agosto 1982, La Traccia, aIII, p. 987/VIII). Da Giovani Paolo II i cristiani hanno imparato ogni giorno che la loro tradizione è fonte di autentico rinnovamento, che la cultura che nasce dalla fede e che la carità che anima i loro cuori li spinge a percorrere un itinerario che va dalla fede alle opere e tale itinerario non è subalterno a nessuna ideologia e a nessun interesse. Inesorabili nel denunciare l’ingiustizia, ovunque e comunque sia commessa, e desiderosi di portare nel mondo il segno certo di quel mondo nuovo che già sulla terra è fonte di una autentica umanizzazione. La Teologia della liberazione è la vita cosciente di una comunità cristiana che vive ogni giorno la sua missione con la coscienza di portare il dono di Dio in vasi di argilla e di essere in un posto che non è lecito disertare. Così, all’inizio del Terzo millennio e nell’orizzonte della nuova evangelizzazione, l’istanza di un’autentica liberazione dell’uomo e della società trova la sua collocazione nell’orizzonte della missione ed è affidata come compito all’impresa quotidiana di ogni cristiano.