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Il popolo del sei politico

Liberal Fondazione
di Luca Doninelli

Anno II n. 13 - Agosto/Settembre 2002

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Parlare del sei politico significa ovviamente parlare del discorso che sta dietro, o che sta a monte, che poi è lo stesso discorso che va portato avanti. Perché dietro il sei politico c’è un discorso, il discorso - appunto - del sei politico. Portarlo avanti bisogna per forza: se sta dietro, non si può che portare avanti, mentre se stesse davanti sarebbe sicuramente opportuno portarlo dietro. Come si dimostrerà. È tutto conseguente, c’è sempre sotto una logica, la logica che ci sta sotto, la logica di chi ci sta sopra, perché chi ci sta sopra ha una logica, ed è la logica che sta sotto. La tengono sotto perché se stesse sopra la vedrebbero tutti. Loro stanno sopra, la logica no. Solo chi sta sotto - il sottoproletariato - ha una logica che sta sopra, ma proprio perché sta sopra la vedono tutti, la debellano, oppure se ne servono, essendo la logica dei servi. Sopra sotto dietro davanti: l’universo del sei politico è un universo pre-galileiano, pre-colombiano, e ci riporta ai libri medievali, ai Quattro Elementi, che prevedono l’esistenza dei Luoghi Naturali epperò di un Sopra e di un Sotto assoluti. Il mondo, del resto, si divide in prendànculi e in mettànculi: è dunque un mondo semplice, una mattanza semplice, che si serve di una lingua complicata. Poiché il semplice (specie se sub specie di mattanza) non può avere parole semplici, dal momento che il semplice è l’arma prediletta dei complicati per complicarci le idee con la loro falsa semplicità. La complicazione è, dunque, un imperativo politico.

Il Discorsese
In quei lontani anni era difficile parlare e farsi ascoltare. Si parlava in discorsese e si ascoltava solo il discorsese. Esempio. Discorso del sei politico. Il saccheggio culturale dei giovani si attua attraverso lo strumento del nozionismo, che imponendo contenuti senza alcun nesso con le istanze e le esigenze degli studenti conducono gli stessi verso un sapere di cui non saranno mai i proprietari, ma che ripeteranno acriticamente. Attraverso tale espropriazione si consolida il potere della classe borghese, una classe già abbondantemente alienata in sé, che fa della propria scissione - rappresentata da un sapere anodino e anonimo - il proprio punto di forza e tende ad assimilare a sé tutti gli elementi estranei (di qui in poi: proletariato studentesco). In questo modo si perpetua la dinamica capitalista, fondata sull’espropriazione e sull’accumulo criminale. È giunto perciò il momento di prendere coscienza di questa condizione. Finché non avviene la presa di coscienza, il sottoproletariato studentesco non è altro che bestiame da carne della cultura borghese. Tale presa di coscienza si realizza in un rifiuto netto del nozionismo e in un patteggiamento di natura sindacale (poiché nulla potrebbero gli studenti senza l’unità con la classe operaia, e dunque i metodi di questa devono diventare i suoi: lotta sindacale, sciopero) che conduca all’abbattimento, quale obiettivo iniziale, della meritocrazia attraverso una gestione politica di quello che è lo strumento principale dell’ordine meritocratico: il voto. La garanzia sindacale del sei politico è dunque la prima vittoria del proletariato studentesco nella lotta contro la logica del nozionismo.

Coscienza critica
In questo discorso si distinguono alcune parole-chiave. Una è «acriticamente». Chi è acritico è avulso dalla realtà. Solo un rapporto critico con la realtà ci tiene in rapporto con la realtà. Lo sviluppo della coscienza critica era il primo obbligo, il fondamento di ogni educazione. Carattere fondamentale di una coscienza critica: il sospetto. Non solo leggittima, ma obbligatoria suspicione. Chi non suspice non dice, chi non dice non pensa, chi non pensa non fa. Il sospetto è l’ascissa della conoscenza. È la posizione di chi vuol comprendere. Diffidare della legge del cuore, diffidare dei buoni sentimenti, osteggiare le buone intenzioni, condannare tutto ciò che è semplice, diretto, schietto. Diffidare del Bene. Falsità della schiettezza, menzogna del cuore aperto, mistificazione dell’amore. Il rivoluzionario sa che, per riconquistare la natura, c’è bisogno dell’Innaturale, giacché la natura è preda della menzogna. Mai fidarsi delle cose, sempre e solo del Discorso. Per questo va portato avanti - e si badi: solo il Discorso dev’essere portato avanti, sempre e solo il Discorso. Esso è la Finzione che sconfigge le finzioni, è l’artificio necessario per tornare in possesso della natura, è la legge speciale necessaria in un’epoca in cui le coscienze già subiscono lo stato d’assedio: dove comandano i criminali è inutile andar per avvocati… «Quando saremo al potere» mi diceva sorridendo il But di Lotta Continua (siamo nel 1974) «tu e i tuoi amici sarete i primi che metteremo al muro». Me lo diceva accettando volentieri il caffè che gli offrivo affinché capissi che, se lui accettava il mio caffè, era perché non aveva nulla di personale contro di me, ma non per questo dovevo ritenermi salvo nel giorno della Rivoluzione. Il reazionario (io lo ero, in quanto cattolico recidivo) può essere usato talora per scopi occasionali, battaglie limitate: per la gratuità dei trasporti, per l’istituzione di una mensa a costo politico, ecc. Ma nel giorno della rivoluzione per lui ci saranno: un muro, una benda, una pallottola. Non per odio personale («Anzi, io ti stimo molto») ma per odio politico. Il sei è politico perché tutto è politica. Questa è la coscienza critica. Lo studente non può essere valutato in base al suo grado di integrazione nel sistema. (Visto quante parole emergono a poco a poco? «Avulso dalla realtà», «Integrato nel sistema»…). Lo studente deve poter rifiutare questa logica che sta sotto e deve poter essere riconosciuto in questo suo diritto di rifiuto, anzi, anz’anzi: la maturità sta nel rifiuto, perché il rifiuto sta nel sospetto, e il sospetto è lo strumento della coscienza critica, e la coscienza critica è tutto, ergo: la maturità è tutto, ripness is all. Le ricordo, le interrogazioni politiche. «Quanto è lungo il Po?». «Seicentocinquantadue chilometri». Coro di sottofondo: «Buuuh». Voto: sei politico. Seconda interrogazione: «Quanto è lungo il Po?». «Questa domanda non è altro che il modo in cui s’impone, attraverso lo strumento del nozionismo, una cultura alienante che bla bla bla…». Coro di sottofondo: «Bravo!» Voto: nove. Da notare. L’insegnante prima cacasotto poi conquistato alla Causa premia chi non risponde alla domanda. La cultura della non-risposta (ossia dell’irresponsabilità programmata) ha vinto e ha prodotto nel tempo l’ignoranza e l’analfabetismo. Orrore delle antologie di letteratura italiana: testi smontati, sminuzzati, triturati; il rifiuto del rapporto col testo come garanzia di scientificità, di oggettività. Orrore, orrore. L’ignoranza, l’analfabetismo, l’autismo culturale (che poi si trasforma in autismo tout-court) come forma di estrema autodifesa biologica contro la violenza del Discorso. Questa è la sola Rivoluzione che ha vinto, questo è il vero prodotto di quei formidabili anni.
Il Discorso redatto in discorsese non manca di una solida, critica presa di coscienza. È il momento-chiave. Attraverso il Discorso, il rivoluzionario invita l’assemblea a riconoscersi in determinate urgenze pratiche. Un momento. Facciamo un passo indietro. Prima di tutto, il Discorso pone (e, se del caso, impone) la necessità dell’Assemblea. L’assemblearismo è la prima forma di lotta politica. Dopodiché, l’Assemblea viene pilotata verso alcune giuste rivendicazioni politiche, che vanno dalla revisione collettiva delle materie di studio e dei programmi ministeriali alla gestione autonoma di spazi scolastici durante il pomeriggio (la cosiddetta agibilità politica della scuola) fino alle battaglie per trasporti e mense (ma qui siamo già in un clima post-sessantottino). È nella lotta, nel coinvolgimento dentro la prassi di lotta che avviene la presa di coscienza. Che non costituisce perciò un momento meramente intellettuale. L’intelletto vede la necessità della lotta, ma è poi nella lotta come tale che la coscienza si appropria di se stessa, rientrando in sé. Prima era «fuori» (origine marx-leninista dell’espressione «fuori di melone»). Una volta afferrata la coscienza, il sottoproletario studentesco si trasforma in Rivoluzionario e potete giurare che non la mollerà mai più. Ho conosciuto molti sottoproletari studenteschi trasformarsi in perfetti Rivoluzionari nel giro di un giorno: da lecacculo dei prof, sempre lì a pietire un sei assolutamente non politico, a Protagonisti della Storia, pronti ad alzare la voce per imporre agli stessi prof il sei di prima, stavolta politico. Problema mai risolto: sul registro il sei politico si scriveva come un sei normale? Come poteva un prof (parte anch’egli della divisione del lavoro) distinguere e valutare adeguatamente la presa di coscienza che aveva condotto il giovane dal sei impolitico a quello politico? Comunque sia, chi ha vissuto quella stagione oggi può apprezzarne i vantaggi. Non tutti, s’intende. Però molti sì. Capi d’azienda, professionisti d’alto profilo, direttori di giornali e di testate tv, editorialisti, opinionisti, architetti di fama. Insomma, il sei politico ha prodotto carriere di tutto rispetto. Su una cosa almeno quell’epoca fu formativa: nell’insistere sulla prassi. La nostra mentalità si forgia nell’azione, perciò l’intellettuale deve innanzitutto progettare l’azione. In quell’azione molti si sono forgiati, la carriera successiva ha confermato la bontà della prassi. Ricordo che la parola più odiata ma, sotto sotto, più amata era la parola potere. «Contro il potere» dicevano. Ma dicevano anche: «Quando prenderemo il potere…». Finite le mene rivoluzionarie, è rimasto il potere. Chi ha lottato per il sei politico adesso sa cos’è il potere. La presa di coscienza si realizza nella presa del potere. È fatale, inevitabile come il sorgere del sole. Non c’è Rivoluzione senza Escatologia.

Conclusioni personalissime
Anch’io, lo confesso, odio. Ripensando a quegli anni, sorge in me l’odio per un’ideologia che mi ha tolto pensiero, libertà, azione. Non ho mai condiviso quell’ideologia, però l’ho subita, per viltà, per incoscienza. Esiste un fascino che nasce dalla violenza: io lo conosco. Odio l’ideologia per il male che ha fatto e mi ha fatto. Anche se in quel «mi» c’è già tutto il riscatto. Perché il male è stato fatto a me, alla mia persona. Grazie a quel male, ho capito meglio quello che sono: una persona, un «io». In questo senso dal male è uscito un bene. Chi, invece, ha aderito al sei politico e al discorso che stava sotto, tanto da portarlo avanti, ha avuto poi qualche problema a riconoscersi come un «io». Il popolo del sei politico non è una somma di persone, ma un’azione collettiva: «quello che noi abbiamo vissuto», «le svolte del nostro movimento». C’è sempre un «noi» di mezzo, mai un «io». E poiché credo che il «noi», quando è vero, sia il culmine dell’io (penso subito all’Inno alla gioia di Schiller-Beethoven), non posso non pensare che il «noi» in cui, viceversa, l’io si appanna, sia un «noi» falso. Un Gulag. Non facciamoci illusioni: la cultura del Gulag è perfettamente dentro di noi, presente e viva, e ‘l suon di lei si sente, eccome. All’ideologia, all’artificio teorico usato come grimaldello per scassinare la falsa semplicità dei perbenisti, è subentrata l’epoca dei sentimenti e delle emozioni. La letteratura adesso deve dispensare emozioni, passioni, fabula. Una reazione all’ideologismo di un tempo o la sua conseguenza geometrica? D’un tratto possiamo permetterci di essere buoni, emotivi, sentimentali, caldi, fantasiosi, immaginativi. Ma il sei resta politico. Una cosa vale l’altra. Una risposta vale l’altra, perché la responsabilità continua a restare morta. Noi non siamo responsabili di sentimenti ed emozioni. Il «noi» impersonale del Movimento si è trasformato nel «noi» impersonale del Sentimento. Il sei è politico, definitivamente politico, e lo sarà anche quando la politica non esisterà più, perché il «tutto è politica» ha prodotto il «niente è politica». Lo diceva Hegel: l’Essere puro coincide col Nulla. Aveva ragione. La storia lo dimostra. Ogni volta che si cerca di issare la bandiera dell’Essere, il prodotto è un Nulla piuttosto solido e duraturo
 

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